Teatro Valle occupato

bollaniA ROMA, SERATA FRIZZANTE IN COMPAGNIA DI STEFANO BOLLANI, PARLANDO DI CULTURA E PROSPETTIVE ARTISTICHE IN ITALIA

 

La prima domanda al Valleoccupato l’ha posta lui, Stefano Bollani: “Come avete fatto, anzi come fate a stare ancora qui, a continuare questa occupazione?” La risposta degli occupanti: “Abbiamo delle idee, siamo qui non per distruggere qualcosa, ma per costruire.” È vero che, almeno inizialmente, tutto aveva una parziale coloritura politica anti-berlusconiana al punto che si credeva,

una volta tramontato il Cavaliere, non più necessario proseguire questo gesto simbolico di occupare un teatro della capitale. E invece si continua, tra mille difficoltà, ma si continua. Per l’occasione, ricorrendo i sei mesi di occupazione, Bollani (Facinoroso-Bollani, come il gruppo musica del Valle-occupato l’ha chiamato a inizio serata) è stato non tanto pianista, ma relatore intervistato da Fulvio Molena ed il nostro compositore teramano Enrico Melozzi, da tempo stabile a Roma. Bollani ha raccontato l’esperienza del fare musica in Italia e delle sue diffi coltà. Lazzi, battute, improvvisate alla sua maniera… ma il pubblico ha potuto rifl ettere su molte cose. In primis? Sembrerebbe banale, ma non lo è: la responsabilità dell’applauso, ovvero del feedback da dare agli artisti che si esibiscono. Semplicissimo messaggio: se piace, applaudite; se non piace, non applaudite. Secondo gusto e coscienza. Ha detto Bollani: “Bellissima questa campagna sull’applauso responsabile. Una volta le persone almeno fi schiavano se qualcosa non piaceva. Oggi si applaude sempre: si applaude per dire che uno spettacolo piace e si applaude per dire che uno spettacolo non piace. Non c’è differenza.” Poi l’argomento spinosissimo dell’istruzione musicale in Italia introdotto dai responsabili del gruppo musica, Enrico Melozzi, appunto, e la cantante Camilla Poidomani. Domande direttissime: “Perché è così difficile far fruire la musica classica? Perché non si cerca di educare il pubblico a una maggiore comprensione? Perché la formazione musicale rischia di fare più danno che altro sui ragazzi?” Risponde Bollani: “Sono tanti i generi musicali, ognuno con una sua funzione. Bisogna saperlo e rispettare questa diversità senza appiattire nulla ma evidenziando le distinzioni. Il pubblico, almeno in Italia, è un pubblico che al 90% non fa l’esperienza di suonare. La musica è bella non solo da ascoltare, ma soprattutto da fare insieme. Non riusciamo a creare una classe di dilettanti. Da altre parti del mondo è diverso: persone che fanno altre professioni (avvocati, muratori, operai, medici), ma che la sera si riuniscono con altri e suonano. Questo manca. Sull’argomento conservatorio direi che sono tante cose che purtroppo non vanno. Si dà un’inquadratura molto parziale della musica: il solfeggio, ad esempio, preposto alla musica sarebbe come insegnare un bambino a leggere e scrivere prima che a parlare. Altro problema è l’assenteismo di molti insegnanti, che spesso abbandonano gli allievi a loro stessi. Mi è capitata però anche qualche esperienza molto positiva in questo senso e cito il Conservatorio di Trieste: ambiente splendido, dove si può parlare di musica anche con il Direttore, cosa tutt’altro che scontata!” La serata prosegue, Bollani si siede al pianoforte
per suonare bossa nova e vecchie canzoni italiane. Attraverso alcune clip si ricordano le figure di Giorgio Gaber e Frank Zappa. Artisti profondamenti liberi che hanno creduto nei cambiamenti. Nella festa conclusiva della serata a tutti veniva in mente una domanda: un teatro “occupato” fa respirare al pubblico aria di libertà e di vera condivisione.