Nel dibattito sulla riforma fiscale, la riscossione continua a essere trattata come un tema tecnico. In realtà, è il banco di prova della credibilità dello Stato. È nella fase esecutiva che il rapporto tra fisco e contribuente smette di essere astratto e diventa concreto, incidendo direttamente sulla fiducia nel sistema.
Il confronto tra il modello italiano, affidato all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, e quello britannico, gestito da HM Revenue and Customs, evidenzia una divergenza profonda che non è solo organizzativa, ma culturale.
L’Italia dispone di uno degli apparati di riscossione più incisivi in Europa. Gli strumenti esecutivi sono rapidi, penetranti, spesso automatici. Eppure, proprio questa forza si rivela il suo limite principale. Il sistema produce una massa imponente di crediti iscritti a ruolo, ma una quota significativa resta inesigibile. Nel frattempo, il contenzioso cresce e il rapporto con il contribuente si deteriora.
Il Regno Unito ha scelto un’altra strada. L’azione di HMRC si fonda su un principio semplice: la riscossione efficace nasce prima dell’esecuzione. Il dialogo preventivo, la selezione dei rischi e la proporzionalità degli interventi riducono il ricorso alle misure coercitive e, soprattutto, rafforzano la compliance spontanea.
Il punto non è stabilire quale sistema sia più “duro”.
È comprendere quale sia più efficace.
Il modello italiano appare ancora ancorato a una logica difensiva: il contribuente è, in partenza, un soggetto da controllare e, se necessario, da aggredire.
Ne deriva un uso estensivo di strumenti cautelari ed esecutivi che, in molti casi, finiscono per colpire situazioni di difficoltà economica più che reali fenomeni evasivi.
Il rischio è evidente: la riscossione si trasforma da strumento di recupero a meccanismo di pressione, con effetti distorsivi sull’economia reale.
La proliferazione di rottamazioni e sanatorie, poi, contribuisce a indebolire ulteriormente la credibilità del sistema, premiando di fatto l’inadempimento e penalizzando i contribuenti regolari.
Al contrario, il modello britannico dimostra che la fiducia non è un elemento accessorio, ma una leva di efficienza. Un sistema prevedibile, proporzionato e orientato al dialogo riduce il contenzioso e aumenta la capacità di incasso.
Naturalmente, il contesto italiano presenta complessità strutturali che non consentono semplici trapianti di modelli. Ma alcuni principi appaiono ormai inevitabili.
Primo: limitare l’automatismo esecutivo, introducendo un contraddittorio preventivo effettivo.
Secondo: distinguere in modo netto tra evasione e difficoltà economica.
Terzo: concentrare l’azione esecutiva sui crediti realmente esigibili.
La vera riforma della riscossione non richiede più strumenti, ma strumenti migliori. Non più forza, ma maggiore selettività. Non più atti, ma risultati.
Perché, in ultima analisi, la questione è semplice: uno Stato che non riesce a riscuotere in modo equo ed efficace non perde solo gettito. Perde autorevolezza.
E senza autorevolezza, anche la forza diventa inefficace.
di Mauro Norton Rosati di Monteprandone


