QUANDO LA SCUOLA È…IN OSPEDALE

DIRITTO ALLO STUDIO GARANTITO

maestre_ospedaleLa scuola in ospedale configura un’offerta formativa decisamente peculiare per i destinatari cioè gli alunni ospedalizzati e le modalità di erogazione. Nata da un’esperienza episodica sulla base della disponibilità e volontà di singoli operatori e istituzioni, nel tempo è diventata una struttura con una sua precisa identità, facilmente riconoscibile e realmente integrata. Oggi è diffusa in tutti gli ordini e gradi di scuola e nei principali ospedali e reparti pediatrici del territorio nazionale. È presente dal 2003 anche nell’Ospedale Mazzini di Teramo e l’Istituto Comprensivo di appartenenza è D’Alessandro – Risorgimento il cui Dirigente Scolastico è la Dott.ssa Lora D’Antona Catacuzzena. Tale intervento è volto ad assicurare agli alunni ricoverati pari opportunità, mettendoli in condizione, ove possibile,di proseguire lo sviluppo di capacità e competenze, facilitare il loro reinserimento nei contesti di provenienza e di prevenire eventuali situazioni di dispersione scolastica. Due sono le docenti assegnate alla Scuola Statale in Ospedale: Annamaria Ponziani (Scuola Infanzia) e Elsa Di Ferdinando (Scuola Primaria).

A quest’ultima chiediamo come il docente in ospedale, oltre a garantire un “ponte” tra la famiglia e l’ospedale, riesce a svolgere il delicato compito di promuovere il diritto all’istruzione in un contesto così particolare e complesso. Il docente in Ospedale in ogni situazione deve trovare il modello organizzativo più idoneo ed efficace, visto che sono presenti alunni lungo- medio e brevi degenti con peculiari bisogni.

Come si svolge il vostro lavoro? L’intervento dell’insegnante si sviluppa all’interno di una dinamica complessa di situazioni in cui sono strettamente intrecciati aspetti motivazionali, elementi relazionali, condizioni organizzative di compliance. L’intervento pedagogico-educativo richiede un’attenta analisi delle variabili in gioco. L’organizzazione della scuola va attivata e gestita come una sorta di avvicinamento continuo a ciò che viene ritenuto ottimale per il bambino ma che non raggiunge mai punti fermi e definitivi data la sua complessità e le numerose interferenze che vi si manifestano. Quotidianamente l’organizzazione richiede, dunque, aggiustamenti, modifiche, integrazioni, inversioni di rotta, e ristrutturazioni. Dalla conoscenza di diversi modelli organizzativi si può selezionare quello che al momento risulta essere il più efficace: ogni nuova situazione deve trovare una risposta “originale” ed immediata ai problemi che si presentano. In tale prospettiva il “fare scuola in ospedale” si traduce in una complessità in cui le competenze dell’insegnante e il suo stile d’insegnamento si intrecciano con le esigenze dei bambini e con le possibilità offerte dal contesto: un contesto specifico e particolare con caratteristiche e vincoli che devono essere, per quanto possibile, trasformate in risorse.

Come cambia la percezione della scuola in bambini costretti all’ospedalizzazione? L’idea di scuola, in un ambiente così particolare deve “in primis” perseguire l’obiettivo primario che è il ben-essere del bambino. Esso deve, perciò,configurarsi come ambiente che “ascolta” il disagio e lo prende in carico. Deve inoltre ristabilire una “normalità” del concetto di tempo che viene, inevitabilmente, frantumato e destrutturato. Cerchiamo, quindi, di garantire una scuola come luogo accogliente, rassicurante, ricco di stimoli, di esperienze di apprendimento, di socializzazione; pronto, attraverso l’azione dei docenti, a “leggere” e ad interpretare i bisogni e gli interessi dei bambini.

Qual è l’indice di gradimento dei bambini? La partecipazione alle attività didattiche è entusiasmante e proficua. Spesso, i bambini in dimissione provano una sorta di dispiacere nel lasciare questa “scuola speciale” in cui si sentono veramente al centro del processo insegnamentoapprendimento. La frequenza alle lezioni è obbligatoria? Non è obbligatoria ma è bellissimo assistere che il concetto di obbligo scolastico viene trasformato in piacevole partecipazione. Ovviamente vengono rispettati i tempi delle terapie, delle indagini cliniche ma queste passano in secondo piano: le attività didattiche rappresentano anche un mezzo per esorcizzare paure e ansie, dispiaceri e preoccupazioni.

Qual è il rapporto con i genitori? Riconoscono il ruolo e l’importanza della scuola all’interno dell’Ospedale? Il rapporto con i genitori è ottimo e costruttivo. Essi si sentono meno soli di fronte agli stati emotivi e spesso vengono coinvolti nelle attività laboratoriali condividendo metodi e strategie di approccio, onde evitare interferenze negative per il bambino. Attribuiscono alla scuola un ruolo essenziale per il proprio bambino che ha perso i riferimenti temporali, spaziali e affettivi.

Quali sono le modalità di comunicazione e di collaborazione, che garantiscono la continuità didattica con i docenti delle classi di appartenenza degli alunni ospedalizzati? La scuola in ospedale è una scuola “ponte” tra il bambino ricoverato e il bambino dimesso. Sia in entrata che in uscita dall’ospedale si crea una rete di “collegamenti” con le insegnanti di classe per garantire il diritto a proseguire nella crescita senza interruzioni: il ricovero non deve rappresentare un ostacolo! Altra finalità da garantire, in stretta collaborazione con le scuole di provenienza, è quella di assicurare il diritto al ben-essere e alla sicurezza affettiva aiutando l’alunno ad elaborare le proprie emozioni negative per far spazio al pensiero evitando così che diventino ostacoli per l’apprendimento; infine favorire il reinserimento nella propria classe non tralasciando il recupero di ogni dimensione: sociale, cognitiva, affettiva ed emotiva.

Qual è la percezione del personale medico e paramedico nei confronti della realtà scolastica in Ospedale? L’insegnante della scuola in ospedale viene percepito come valore aggiunto da parte dell’ambiente medico-sanitario, dal momento che collabora con il personale; stabilisce una relazione di fiducia e di empatia; sostiene ed incoraggia per motivare all’azione e all’interazione con i sanitari, pratica “l’ascolto attivo” inteso come capacità di ri-conoscere in modo empatico ed immediato bisogni ed interessi e di individuare le giuste strategie per sostenere e promuovere la relazione nel gruppo; gestisce i tempi frammentati dell’ospedale, gli eventi imprevisti e i mutamenti relazionali cercando soluzioni immediate ed efficaci per il bambino; assicura l’esistenza della dimensione ludica in ogni attività proposta; accoglie le emozioni e ne favorisce la circolazione affinché ciascun bambino possa ricostruire il proprio sé. Tutto questo mi porta ad affermare: “Bambini, non preoccupatevi se venite ricoverati in ospedale; non perderete tutte le certezze, almeno la scuola… è garantita!”

PrimaPagina edizione Gennaio 2014