PICCOLA-GRANDE BELLEZZA

piccolagrandebellezzaInsegnare ai giovani “il bello” è l’investimento più produttivo

Forse dietro il successo del film di Sorrentino,

“La grande bellezza”, finalmente in Italia si è ricominciato a parlare dell’argomento. Non ci sono talk show o altri programmi d’intrattenimento o articoli di qualche prestigiosa firma su quotidiani vari che non trattino di bellezza. Non è che siano stati ripresi ed approfonditi gli studi di “Estetica”, ma si tratta della bellezza nel senso comune e corrente, anzi in contrapposizione a bruttezza. Già Umberto Eco ci aveva abituati a questi temi con “Storia della bellezza” (Bompiani, 2004) e “Storia della bruttezza” (Bompiani, 2007), sebbene non proprio nella loro antiteticità. Infatti, da un punto di vista storico-artistico ed estetico-filosofico i due concetti coincidono, cioè c’è un’estetica anche della cosa “brutta”. Occorrerebbe chiarire cosa significa “estetica”: dal greco aistesis = sensazione, percezione, è ciò che viene dato immediatamente ai sensi; anche se in Kant assume pure il significato di “teoria del gusto, teoria del bello” (Critica del Giudizio). Il bello, comunemente, è ciò che piace, quantunque “de gustibus non disputandum” oppure “non piace ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” (l’adagio popolare adatta qualsiasi contraddizione come supporto alla tesi da sostenere). Da ciò deriva l’uomo- kitsch, ma la natura di per sé non è mai kitsch (= scarto, cattivo gusto). È kitsch la cementificazione incontrollata del territorio accompagnata dalla mancata prevenzione idro-geologica che produce alluvioni, inondazioni e disastri; lo sfruttamento abnorme delle risorse; l’avvelenamento dell’ambiente; l’abusivismo edilizio; l’assenza di programmazione degli interventi per la conservazione del patrimonio strorico-artistico-culturale del territorio; la trascuratezza della persona; la sciatteria nell’abbigliamento; il voler apparire; la negazione dei diritti della persona; la prevaricazione; il disconoscimento della meritocrazia; la corruzione; la maleducazione e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo.

Se in contrasto a tutto ciò si comincia a parlare di “bellezza”, vuol dire che c’è consapevolezza delle storture non solo estetiche in quanto tali, ma soprattutto sociali, etiche e politiche. La denuncia fine a se stessa non basta, occorre l’impegno quotidiano di ciascuno per evitare il kitsch e segnalarlo quando lo si nota. La cura del territorio e il rispetto dell’ambiente è dovere di tutti i cittadini che dovrebbero essere formati e informati fin dall’infanzia. Ecco allora che il discorso diventa pure educativo. Insegnare ai bambini e ai ragazzi “il bello” è l’investimento più sicuro e produttivo che possa esistere, perché gli alunni, a loro volta, diventano educatori degli adulti: guai a trasgredire di fronte a un bambino. La scuola stessa deve essere “bellezza”, nel senso di rispetto del diritto incondizionato all’istruzione, all’apprendimento e alla libertà di scelta dell’indirizzo più consono alla persona del singolo cittadino. Il bello raffina la mente, forma alla libertà e indirizza verso scelte valide. L’espressione più autentica del bello è l’arte, nel suo significato generico, e, come affermato da più pensatori, essa è aspirazione all’assoluto e mezzo di redenzione dell’uomo dalla sua brutalità. Per gli antichi greci l’uomo doveva essere kalokagathòs (da: kalòs kai agathòs = bello e buono), la cui bellezza e forza d’animo hanno origine anche e soprattutto dall’armonia e dall’equilibrio interiore. Si auspica allora una immediata palingenesi antropologica, affinché la bellezza possa salvare il mondo, come vuole il principe Miškin ne L’idiota di Dostoevskij.

di Michele Ciliberti