STAMINA: LA VICENDA E I PROTAGONISTI

Davide VannoniDavide Vannoni, 40 anni, è un docente di Psicologia all’Università di Udine. Ha una laurea in Lettere e dirige una piccola società di comunicazione, la Cognition, consede in via Giolitti a Torino. La Cognition svolge indagini di mercato attraverso un piccolo call center e riceve, per questo, fondi anche dalla Regione Piemonte. Vannoni soffre dal 2004 di una emiparesi facciale, forse causata da un Herpes virus. Si sottopone a numerose visite mediche, in tutta Italia, ma non riesce a risolvere il suo problema. Poi si imbatte in una ricerca, pubblicata nel 2003, di un gruppo di studiosi russi e ucraini, tra cui Elena Schegelskaya, biologa di origine russa della Università Medica Nazionale di Kharkov, in Ucraina. Questo studio ha come oggetto un particolare tipo di cellule, le cellule mesenchimali dello stroma (tessuto connettivo) del midollo osseo. Le cellule mesenchimali (il mesenchima è un tessuto connettivo, di origine embrionale) sono cellule staminali multipotenti, in grado di differenziarsi, cioè trasformarsi, in alcuni tipi cellulari: cellule del tessuto osseo, delle cartilagini e del tessuto adiposo. Schegelskaya, insieme ai suoi colleghi, descrive un metodo per differenziare queste cellule in cellule del tessuto nervoso, attraverso l’impiego dell’acido retinoico. Esiste una vasta letteratura scientifica sulle cellule mesenchimali e il loro potenziale di differenziamento in cellule nervose o di altri tessuti, ma le evidenze sono ancora molto limitate e discusse, ancora di più lo sono le potenziali applicazioni cliniche. Ciò non ferma chi, in diversi paesi, le pubblicizza a scopo commerciale come cure miracolose per numerose malattie; una pratica che spesso sfrutta anche la mancanza di regolamentazione. Vannoni fa le valige e parte per Kharkov. Le circostanze non sono chiare. Sembra, comunque, che a Kharkov Vannoni si sottoponga a un trattamento per la cura della paresi facciale. L’intervento dovrebbe essere consistito in un’iniezione di cellule mesenchimali del midollo osseo preparate secondo il protocollo del gruppo della Schegelskaya. Nei giorni successivi il trattamento Vannoni nota dei miglioramenti. Non abbiamo riscontri clinici, solo testimonianze (peraltro dubbiose); difficile fare un confronto tra prima e dopo, forse col tempo si è verificata una regressione spontanea. Vannoni tuttavia non ha dubbi: la cura funziona e bisogna portarla in Italia. Convince la Schegelskaya e il collega russo Vyacheslaw Klymenko a venire con lui. Inizia l’avventura Stamina. Al suo rientro a Torino Vannoni acquista alcune attrezzature e le sistema nel sottoscala della Cognition, dove allestisce un laboratorio per la conservazione e la preparazione di cellule staminali. Qui iniziano a lavorare i due ricercatori russi, mentre nel frattempo Vannoni recluta altri collaboratori: medici, infermieri, una biologa. Va in cerca di denaro, non solo presso banche. Grazie ai passati rapporti con la Regione Piemonte ottiene uno stanziamento di 500 mila euro (che però non vedrà mai) per una «attività promozionale per la conoscenza delle cellule staminali», uno di quei lavori di comunicazione e marketing che svolge la sua Cognition. Il nome di Vannoni inzia a farsi conoscere, anche grazie ad alcuni depliant inviati a scopo pubblicitario. In uno di questi, distribuito a famiglie di paraplegici, si parla di «recuperi dal 70 al 100%». Si appoggia a una clinica privata di Carmagnola e a un centro a San Marino che sembra un centro estetico, invece di una clinica medica. “Istituto di bellezza” è scritto su una carta intestata per un bonifico, come testimonierà poi la figlia di uno dei malati trattati da Vannoni. Già, i bonifici. Perché, nonostante ciò che ha sempre sostenuto Vannoni, ovvero di volere «curare gratis», nelle sue mani iniziano a girare versamenti da 4.000 a 55 mila euro. Naturalmente in anticipo, ovvero «sulla promessa di effetti terapeutici». A San Marino, associata al nome di Vannoni, è poi individuata anche una Rewind Biotech srl, una banca di cellule staminali. Nel 2009 Vannoni fonda la Stamina Foundation, il brand con cui diventerà celebre. Sindrome di Kennedy, morbo di Parkinson, atrofia muscolare spinale, sclerosi laterale amiotrofica, tetraplegie, ictus, leucodistrofia metacromatica sono alcune delle patologie che sostiene di curare con successo. Vannoni non si sposta solo da Torino a San Marino: recluta personale anche in altre città. Arriva fino a Trieste, all’ospedale pediatrico Burlo Garofolo, dove lavora Marino Andolina*, che diventerà uno dei più stretti collaboratori di Vannoni e sua spalla quando esploderà il caso mediatico. Con il Burlo Garofolo Vannoni riesce a stipulare una convenzione per l’esecuzione di ricerche di laboratorio, ma senza alcuna appllicazione clinica. Riesce comunque a portare ad Andolina diversi pazienti da trattare, anche di domenica, all’interno delle strutture dell’ospedale. Intanto, a Torino, gli impiegati della Cognition, diventata ormai sede e centro operativo di Stamina, vedono passare nei loro uffici malati accompagnati dai loro parenti e iniziano a domandarsi che cosa succeda. Ai pazienti Vannoni fa vedere un video, dove appare una persona dapprima immobilizzata su una sedia a rotelle, poi in piedi e capace di ballare. A uno di loro, un malato di Parkinson, promette: «Vedrà, anche lei tornerà a fare queste cose. Potrà rimettersi a correre». Qualcuno minaccia denunce, un dipendente fa trapelare qualcosa all’esterno, la voce arriva fino in Regione: è ancora solo un sospetto, sufficiente però a bloccare qualsiasi promessa di finanziamento alla Cognition. Vannoni non si fa scoraggiare, nemmeno dalla mancanza di denaro. Riuscirà, in seguito, a farsi dare 450 mila euro dalla Medestea, una azienda farmaceutica, già finita sotto inchiesta, i cui prodotti vanno dai cosmetici fino a terapie (non validate) con cellule staminali, in diversi paesi. La Medestea sembra essere, tuttora, il partner commerciale principale di Vannoni e di Stamina. Ma non tutto fila liscio. Un impiegato di Cognition, forse lo stesso che aveva fatto arrivare la voce in Regione, deposita un esposto in Procura. Testimonianze arrivano ai giornali. Sono ormai decine, dal 2007 al 2009, i pazienti trattati da Vannoni e collaboratori. Sul Corriere della Sera si racconta di un neurologo che consiglia, per un paziente colpito da ictus, una terapia con cellule staminali mesenchimali. Dà un numero di telefono e un nome: Davide Vannoni. La procura della Repubblica di Torino apre un’indagine e la affida al giudice Raffaele Guariniello. I Carabinieri dei NAS perquisiscono i locali della sede di Cognition e scoprono il laboratorio clandestino. Si indaga anche su ciò che accade a San Marino e si raccolgono le testimonianze dei pazienti sulle terapie e le ingenti somme di denaro pretese. L’ipotesi di reato è “associazione per delinquere finalizzata alla truffa e alla somministrazione di medicinali guasti”. Sono indagate sedici persone, tra cui lo stesso Vannoni e alcuni medici. Nel frattempo, i due ricercatori russi se ne tornano in Ucraina. L’inchiesta si concluderà, nell’agosto del 2012, con una richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati, compreso Vannoni. La storia di Stamina sembrerebbe dover terminare così, come la storia di un fatto di cronaca, un inganno smascherato e destinato a concludersi nelle aule di un tribunale. Ma non sarà così. Le denunce dei pazienti e le indagini della procura di Torino non basteranno a mettere la parola fine alla vicenda. Nonostantele inchieste – giornalistiche e giudiziarie – che hanno svelato il sistema Stamina, Vannoni riesce ancora a far somministrare la cura all’interno di un ospedale. Non in una sconosciuta clinica privata o in un centro estetico, ma all’interno di un ospedale del sistema sanitario della Regione Lombardia, l’Azienda Ospedaliera Spedali Civili di Brescia, il «secondo miglior ospedale italiano», con cui il 28 settembre 2011 Vannoni sottoscrive un accordo di collaborazione. È questo uno degli aspetti più inquietanti del caso Stamina. Un trattamento senza sufficienti evidenze scientifiche e sperimentazione clinica controllata, privo di qualsiasi autorizzazione, oggetto di un’indagine giudiziaria per associazione a delinquere, riesce a essere oggetto di una convenzione che coinvolge un ospedale pubblico. Come si sia arrivati a tanto è una domanda che si porranno sia il Ministero della Salute che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

(PrimaPagina ed Gennaio 2014)