L’INGEGNERE COL FISCHIETTO

Calvarese GianpaoloDicembre di grande festa in casa Calvarese. Arriva un fratellino a fare compagnia alla piccola Valentina. GIANPAOLO CALVARESE

Consiglieresti la professione di arbitro ai tuoi figli? “Alla femminuccia no, ritengo sia uno sport poco adatto ad una donna. Al maschietto sicuramente si”. La famiglia che ruolo ha nella tua vita e come vive la scelta della tua passione? “La famiglia è il contraltare. Se mi domandi cosa non mi piace dell’arbitraggio risponderei proprio che è il poco tempo che posso dedicare alla famiglia. Con il lavoro da ingegnere che devo continuare perché l’attività arbitrale è secondaria. I contratti non sono a tempo indeterminato, ma annuali. Sono un precario. Un precario di lusso, tuttavia. Non guadagniamo come i calciatori, ma in considerazione e nel rispetto del periodo economico che attraversiamo, dico che viviamo bene. Purtroppo, nulla assicura che l’anno prossimo arbitrerò nuovamente, quindi devo gioco-forza avere un lavoro che mi permetta di programmare un futuro. Tra il lavoro e l’arbitraggio viene sacrificata la famiglia, che nonostante tutto è il mio punto di forza. L’equilibrio, altra dote importante per emergere, lo si recupera in casa. Quando torno, mia moglie ed i miei figli mi fanno scordare le tensioni del campo, perché ce ne sono, ovviamente”. La tensione del campo quando inizia rispetto alla partita? “Mia moglie mi rimprovera che già dal giovedì sono intrattabile (giorno delle designazioni). Infatti, proprio da quel giorno inizio a preparare la gara, concentrandomi sui calciatori, sulle tattiche di gioco, sui precedenti e via dicendo”. Il momento migliore? “La scarica di adrenalina che si ha nell’entrare in uno stadio pieno è irripetibile. Il momento migliore è appunto quando si salgono le scale del tunnel, e già si sentono le voci e il successivo saluto al centro dello stadio prima che inizi la partita”. Segui una dieta particolare? “Nulla di particolare. Pasta in bianco, bresaola. Mi tengo leggero”. Invece, il piatto preferito lontano dalle partite? ”Fuori dalle partite sono una buona forchetta. Mi piacciono molto gli spaghetti alla chitarra”. Colore della divisa preferito? “Nero. Ma adesso il giallo, perché è il colore preferito da mia figlia. Quando mi vede in televisione con la divisa gialla è più contenta”. Come nasce l’idea di arbitrare e la passione che è diventata? “Per caso. A 15 anni giocavo a calcio, in eccellenza, senza risultati eclatanti, a dire il vero. In un torneo estivo subii un infortunio alla spalla. Dovetti smettere di giocare e un caro amico, a mia insaputa, mi iscrisse al corso arbitri. Avevo il desiderio di rimanere nell’ambiente e decisi di approfittare dell’occasione. Non pensavo fosse qualcosa di così interessante e importante”. C’è stato un momento in cui hai capito che saresti potuto arrivare in serie A? “Decidere di arrivare in serie A è impossibile. Devo dire però che dopo una partita piuttosto importante di serie C, Avellino-Salernitata, ho iniziato a pensare che valeva la pena provare ad arrivare in serie A, quantomeno ambirla”. La fortuna conta? “Si, tanta. E’ una componente essenziale. Io dico sempre ‘la persona giusta al posto giusto’. Sicuramente la prima regola della mia attività è non mollare mai. Ci sono momenti di diffi coltà in cui tanti mi hanno aiutato, soprattutto alla mia sezione di appartenenza, Teramo”. C’è qualche segreto per riuscire? “Credo che la cura del dettaglio, l’attenzione al particolare e la precisione tecnica facciano la differenza. Tanta, tantissima conoscenza alla base del nostro lavoro. Difficilmente credo di non aver visto una gara del nostro campionato. La voglia di riflettere su che cosa è più idoneo fare nei casi dubbi è fi nalizzata all’accettazione della nostra decisione, sicuramente per noi più importante dell’esattezza della stessa”. A proposito di sezione locale, Teramo ha una tradizione di grandi arbitri. “Ne ha avuti diversi. Ricordo Pasquale Rodomonti, ma ce ne sono tanti anche in serie C. Poi sono arrivato io”. Cosa cambia in serie A rispetto alle categorie inferiori? “Innanzitutto la cassa di risonanza é completamente diversa. In serie A se sbagli, il giorno dopo sei in prima pagina, e ti ritrovi ad aprire i titoli dei tg nazionali. Inoltre, i calciatori sono atleti notevoli, dei campioni. É tutto molto più rapido e i tempi di reazione devono essere infinitesimali. Fortunatamente, quello che ti suggerisce la ‘pancia’ il più delle volte è la decisione giusta!”. Ed a casa chi decide? “Sempre mia moglie. Comanda lei! Rapporto 90 a 10, non c’è partita”. La tua vita a Teramo è cambiata con l’esordio in serie A? “Francamente no, e ne sono contento. Dal punto di vista pratico sì, dal giovedì sera non sono Teramo perché andiamo a Coverciano”. Che ricordo hai dell’esordio in serie A? “Bellissimo. Il coronamento di un sogno. La partita era Cagliari – Inter nel 2008. Prima della scissione tra A e B. Successivamente, sono stato assegnato nuovamente alla serie B. E dopo due anni ancora in A. Sono l’unico arbitro promosso per due volte in serie A”. I giocatori hanno quasi tutti riti scaramantici. Gli arbitri? “Abbiamo tanto bisogno di fortuna. Devi essere scaramantico per forza. Non ho nessun gesto particolare, porto dei braccialetti, da nascondere sotto la divisa, che mi dà mia fi glia ogni volta che esco di casa per andare ad arbitrare, ma è più un gesto di affetto che scaramantico. In fondo, quando inizi a sbagliare a grandi livelli perdi la scaramanzia, meglio studiare a tavolino che portare sempre lo stesso polsino”. L’Italia ha una tradizione di grandi arbitri. Quali sono i tuoi modelli? “Grandi arbitri non si nasce, ma si diventa. Modelli precisi non ne ho. Ho cercato di mutuare il meglio da ognuno, ma ho sicuramente apprezzato il perfezionismo di Mimì Morganti e la grinta di Roberto Rosetti”. Gli arbitri sono una casta? “No. Sono persone che fanno il proprio lavoro con grandissima personalità”. Importanza in campo dei colleghi? “Fondamentale. Si diventa una squadra: arbitro, assistenti, 5^ e 6^ uomo. Sono tutti una spalla su cui contare. Come in ogni ambiente di lavoro, capitano degli screzi ma poi si superano. Ritengo che la solidarietà arbitrale sia importantissima”.