“MAZZI DI LACRIME” E PREMI. I MIRACOLI DEI FILM FANTASMA CHE LO STATO PAGA E NESSUNO GUARDA

Come abbiamo trasformato il Cinema in un Ufficio del Catasto. Cortociruito in sala: premiati dalla critica, protetti dallo stato ignorati dai cittadini

L’industria cinematografica italiana ha vissuto una metamorfosi radicale, passando dall’epoca d’oro dei grandi produttori privati — come Dino De Laurentiis o Carlo Ponti, che rischiavano i propri capitali per conquistare i mercati mondiali — a un sistema assistito, dominato da una fitta rete di adempimenti burocratici. Questo passaggio, che molti addetti ai lavori definiscono provocatoriamente una trasformazione in un «ufficio del catasto con impiegati pubblici», ha azzerato il rischio d’impresa, ma ha anche progressivamente allontanato il cinema dal suo pubblico, lasciando il settore in una condizione di perdita strutturale nonostante i massicci finanziamenti dello Stato.
La metamorfosi storica: dal rischio d’impresa al paracadute pubblico
La transizione verso l’attuale modello burocratico affonda le radici nelle crisi economiche degli ultimi decenni del Novecento:
    • Il crollo degli anni ’70 e ’80: L’avvento della televisione commerciale e l’esplosione dei costi di produzione hanno svuotato le sale, rendendo impossibile l’autofinanziamento per i produttori privati. Senza un intervento pubblico, l’intera filiera sarebbe fallita.
    • La nascita del FUS (1985): Con l’istituzione del Fondo Unico dello Spettacolo, lo Stato ha iniziato a erogare contributi a fondo perduto basati sul criterio discrezionale dell’“interesse culturale”. È qui che la psicologia del produttore è cambiata: l’obiettivo primario non era più intercettare il gusto degli spettatori, ma soddisfare i requisiti delle commissioni ministeriali per sbloccare i fondi.
    • La svolta del Tax Credit (2016): La Legge Cinema ha introdotto un meccanismo automatico di compensazione fiscale che permette di coprire fino al 40% del budget di un film. Se da un lato ha eliminato la discrezionalità politica delle commissioni, dall’altro ha esasperato la burocratizzazione, rendendo la figura del commercialista e dell’esperto di bandi ministeriali più centrale di quella del produttore visionario.

Due filosofie a confronto: Italia e Stati Uniti
Il contrasto tra il sistema italiano e quello hollywoodiano mette in luce due concezioni opposte dell’audiovisivo, evidenziando come i diversi incentivi modifichino il prodotto finale:

Caratteristica Modello Statunitense (Privato/Major) Modello Italiano (Pubblico/Burocratico)
Origine dei Capitali 100% Privati. Fondi di investimento, Major, prevendite internazionali. Fino al 70-100% Pubblici. Tax Credit, fondi regionali (Film Commission), pre-acquisti TV pubbliche Tax credit – Direzione generale Cinema e audiovisivo.
Driver delle Decisioni Il Mercato e il Pubblico. Si produce solo ciò che ha un potenziale ritorno economico. Il Bando e i Requisiti. Si produce ciò che rispetta i parametri e i decreti del Ministero.
Gestione del Rischio Rischio totale d’impresa. Se il film fallisce al botteghino, lo studio perde capitali privati. Rischio azzerato o minimo. Il produttore guadagna sulle spese di produzione prima dell’uscita in sala.
Obiettivo Finale Internazionalizzazione. Vendere il film e generare profitti su scala globale. Rendicontazione. Giustificare i costi al Ministero della Cultura per ottenere lo sgravio fiscale.

Tax Credit Story: Il geniale sistema dove il flop al Cinema è un ottimo affare Commerciale
I motivi del cortocircuito: perché il sistema genera perdite
Nonostante lo Stato stanzi centinaia di milioni di euro all’anno, il cinema italiano continua a registrare un saldo economico negativo se valutato secondo logiche industriali. Questo paradosso si spiega attraverso quattro fattori principali:
    1. Lo sdoppiamento del “Vero Cliente”: Avendo la possibilità di coprire l’intero budget prima ancora di battere il primo ciak (unendo Tax Credit, contributi regionali e diritti televisivi pre-venduti a Rai o Mediaset), il successo nelle sale diventa un dettaglio secondario per la sopravvivenza economica della società di produzione. Il vero interlocutore da soddisfare è lo Stato erogatore, non il cittadino che acquista il biglietto.
    2. L’iper-produzione di “Film Fantasma”: Il meccanismo dei finanziamenti a pioggia ha incentivato la quantità a scapito della qualità commerciale. L’Italia produce ogni anno decine di pellicole che restano nei cinema solo pochi giorni — il minimo richiesto dalle norme per non perdere il diritto al contributo pubblico — registrando incassi irrisori a fronte di budget milionari.
    3. Mancanza di economie di scala: Il tessuto produttivo italiano è frammentato in piccole e medie imprese fortemente dipendenti dai sussidi e dalle emittenti televisive. Mancano i grandi conglomerati privati capaci di assorbire le perdite di un progetto attraverso i profitti di un altro e di esportare le opere sui mercati internazionali, limitando il raggio d’azione del cinema italiano ai soli confini domestici.
    4. L’inflazione burocratica dei budget: Per accedere alle aliquote massime dei sussidi, le produzioni devono sottostare a griglie di spesa rigidissime e tariffe sindacali fisse. I budget tendono così a gonfiarsi per i costi di gestione della pratica amministrativa e della rendicontazione, piuttosto che per elementi che accrescono il valore visivo e l’appeal della pellicola (come effetti speciali, sceneggiature complesse o star internazionali).

Le prospettive della riforma
Le critiche a questa deriva assistenziale hanno spinto le istituzioni ad avviare un riordino del settore audiovisivo. La nuova disciplina mira a reintrodurre una quota di reale rischio d’impresa privato, riducendo le aliquote automatiche per alcune voci di spesa e introducendo vincoli più stringenti sulla reale distribuzione nelle sale e sulla solidità finanziaria delle case produttrici. L’obiettivo dichiarato è spingere il cinema italiano a superare la logica dell’adempimento burocratico, costringendo i produttori a ritrovare il contatto con i gusti e le richieste del pubblico reale.
Il finanziamento pubblico ha, di fatto,  abbassato notevolmente la qualità del cinema italiano, storie inesistenti, inconsistenti, e soprattutto ha  POLITICIZZATO il cinema finanziato.  Il sistema dei sussidi statali e il passaggio a un mercato regolato da decreti ministeriali hanno favorito una scrittura cinematografica orientata ai bandi pubblici, penalizzando la struttura drammatica e la risposta del pubblico (Tax credit – Direzione generale Cinema e audiovisivo.) Tale dipendenza dalle risorse pubbliche ha inoltre generato un generale conformismo ideologico, allontanando il cinema italiano dagli spettatori in sala.
Il legame tra la distribuzione del denaro pubblico e la presunta politicizzazione del cinema è da anni al centro di un aspro scontro politico e mediatico:
1. La posizione del centrodestra e i “tagli alla sinistra”
I partiti della maggioranza di governo (in particolare Fratelli d’Italia) hanno spesso denunciato pubblicamente l’esistenza di un presunto monopolio culturale progressista. Secondo esponenti di spicco della maggioranza, i passati meccanismi di finanziamento avrebbero alimentato per anni uno “star system” e un “circoletto” legati a una specifica area politica (quella del Partito Democratico e della sinistra), finanziando con risorse pubbliche ingenti opere che si sono poi rivelate dei veri e propri flop al botteghino. La recente riforma del settore e il taglio del Fondo Cinema (sceso a circa 606 milioni di euro) sono stati presentati dal governo proprio come interventi necessari a frenare gli “sprechi” e a premiare il merito industriale rispetto alle rendite di posizione ideologiche. 
2. Le accuse speculari dall’opposizione e dal mondo del cinema
Sul fronte opposto, partiti di centrosinistra e oltre 200 registi e autori (tra cui grandi nomi come Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone) accusano il governo di fare l’esatto contrario, ovvero di utilizzare i cordoni della borsa pubblica per attuare una vera e propria “egemonia culturale di destra”.
Le polemiche si sono accese in particolare su due fronti: 
    • I film finanziati: I critici sottolineano come le commissioni abbiano iniziato a premiare progetti con un’impronta legata al revisionismo storico o a narrazioni care alla destra di Giorgia Meloni. 
    • I rifiuti eccellenti: Ha fatto enorme scalpore il rifiuto dei contributi selettivi al documentario su Giulio Regeni (“Tutto il male del mondo”), un diniego che le opposizioni hanno bollato come una censura politica e burocratica mascherata da valutazione tecnica. 

Il verdetto degli analisti
Gli osservatori indipendenti (come i report dell’Istituto Bruno Leoni) evidenziano come il problema non sia quale partito stia finanziando chi, ma il sistema stesso del finanziamento a pioggia. Finché la sopravvivenza di un film dipenderà dalla decisione di una commissione ministeriale (sia essa di destra o di sinistra) e non dal gradimento del pubblico pagante in sala, il cinema italiano rimarrà intrinsecamente esposto al rischio di lottizzazione politica e conformismo ideologico, a prescindere dal colore del governo in carica.

Quali sono gli ultimi film premiati in Italia, di produzione italiana?
Nelle più importanti cerimonie e rassegne cinematografiche nazionali del 2026 (David di Donatello, Nastri d’Argento e Mostra del Cinema di Venezia), la produzione italiana ha visto il trionfo di tre titoli principali, equamente divisi tra grandi autori affermati e nuove voci del cinema indipendente:
1. I Nastri d’Argento 2026: Il trionfo de La Grazia
La 80ª edizione dei Nastri d’Argento svoltasi al Teatro Argentina di Roma ha incoronato l’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino:
    • La Grazia: Ha fatto manbassa di premi portando a casa 8 statuette Nastri d’Argento, tra cui Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura e i premi per gli attori protagonisti a Anna Ferzetti e Toni Servillo (quest’ultimo ex aequo con Valerio Mastandrea per Cinque secondi) Nastri d’argento 2026 – Wikipedia. Il film racconta le profonde crisi morali e politiche del fittizio Presidente della Repubblica Mariano De Santis negli ultimi giorni del suo mandato Nastri d’Argento.
    • Nastro dell’anno: Assegnato a Buen Camino di Gennaro Nunziante Nastri d’argento 2026 – Wikipedia.
    • Miglior esordio alla regia: Primavera di Damiano Michieletto Nastri d’argento 2026 – Wikipedia.

2. I David di Donatello 2026: L’exploit indipendente di Le città di pianura
La 71ª edizione dei Premi David di Donatello negli studi di Cinecittà ha visto la vittoria schiacciante di una pellicola indipendente d’autore David di Donatello 2026 – Wikipedia:
    • Le città di pianura: Diretto dal giovane regista Francesco Sossai, il film ha conquistato ben 8 David, inclusi quelli per il Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale e il premio come Miglior attore protagonista a Sergio Romano Anica. L’opera è una commedia amara e malinconica ambientata nella pianura veneta colpita dagli strascichi della crisi industriale Anica.
    • Miglior attrice protagonista: Aurora Quattrocchi per il film Gioia mia Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello.
    • Miglior attrice non protagonista: Matilda De Anglis per il film Fuori Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello.

3. I premi italiani alla Mostra del Cinema di Venezia 2026
L’83ª edizione del festival lagunare si è conclusa a metà settembre assegnando importanti riconoscimenti collaterali e di sezione alle produzioni italiane Mostra del Cinema di Venezia, tutti i premi dell’editione 2026 – Notizie – Ansa.it:
    • Premio Francesco Pasinetti (assegnato dal SNGCI): Vinto da Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis come miglior film italiano della Mostra I vincitori dei Premi Francesco Pasinetti 2026 per il cinema …. Lo stesso film ha regalato ad Adriano Giannini il premio come miglior attore I vincitori dei Premi Francesco Pasinetti 2026 per il cinema ….
    • Miglior attrice (Premio Pasinetti): Vanessa Scalera per la sua interpretazione in Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis I vincitori dei Premi Francesco Pasinetti 2026 per il cinema ….
    • Sezione Orizzonti: Grande successo per Riccardo Scamarcio, che ha vinto il premio per la Miglior sceneggiatura e Miglior attore nel film I figli della scimmia Venezia 2026: tutti i premi e riconoscimenti al cinema italiano | Italy for Movies.

Di cosa trattano questi film, qual è il tema, il messaggio, l’oggetto di cui parlano?
I quattro film italiani più premiati e discussi dell’ultimo anno affrontano temi profondamente universali, legati a dilemmi morali, conflitti familiari, memoria storica e marginalità sociale, raccontando in modi diversi le contraddizioni e le ferite aperte della nostra società.
La Grazia di Paolo Sorrentino
    • L’oggetto (Di cosa parla): Il film segue gli ultimi giorni di mandato di Mariano De Santis (Toni Servillo), un fittizio Presidente della Repubblica Italiana, vedovo e profondamente cattolico. Mentre la sua vita privata viene scossa dalla scoperta di un vecchio tradimento della defunta moglie, l’uomo deve prendere decisioni istituzionali laceranti: firmare una legge controversa sulla legalizzazione dell’eutanasia e concedere la grazia a dei condannati. 
    • Il tema centrale: Il bivio etico, il perdono e lo scontro tra il senso del dovere pubblico (laico e istituzionale) e le proprie convinzioni morali e religiose intime. 
    • Il messaggio: Sorrentino spoglia la figura del potere per mostrare la solitudine e la fragilità di un uomo rimasto nudo di fronte alla propria coscienza. Il film suggerisce che la vera “grazia” non sia un atto burocratico o giuridico, ma una faticosa conquista spirituale legata alla capacità di perdonare e di accettare il dolore del distacco. 

Le città di pianura di Francesco Sossai
    • L’oggetto (Di cosa parla): Strutturato come un road movie notturno e malinconico, il film racconta l’incontro fortuito in Veneto tra due burrascosi cinquantenni e Giulio, un timido studente universitario di architettura. Insieme intraprendono un vagabondaggio da un bar di provincia all’altro, apparentemente alla ricerca di un tesoro nascosto. 
    • Il tema centrale: La marginalità, il disorientamento esistenziale causato dal declino industriale e la solidarietà tra “sognatori sconfitti” della provincia italiana fuori dal tempo. 
    • Il messaggio: Unendo un sapore neorealista a una malinconia rock, il regista trasforma la desolazione della pianura padana in uno spazio poetico. Il messaggio del film risiede nella “poesia della sopravvivenza”: la deriva dei protagonisti non è vista come un fallimento materiale, ma come un atto di resistenza umana e di autenticità contro l’omologazione della società moderna. 

Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis
    • L’oggetto (Di cosa parla): Ambientato nel 2008, vede come protagonista Mariano Guerra (Adriano Giannini), un medico italiano che decide di tornare in Argentina dopo 33 anni. Il motivo del viaggio è la chiamata a testimoniare in un processo penale contro gli ex militari della dittatura che lo avevano sequestrato e torturato nel famigerato centro di detenzione clandestino Garage Olimpo.
    • Il tema centrale: L’elaborazione del trauma, il peso della memoria storica e il senso di colpa del sopravvissuto.
    • Il messaggio: Bechis (anch’egli realmente sopravvissuto alla dittatura argentina) firma un’opera drammatica e tesa in cui il ritorno fisico nei luoghi dell’orrore diventa un passaggio obbligato per superare le ferite del passato. Il messaggio del film è che non può esserci giustizia collettiva o guarigione personale senza il coraggio della testimonianza e del confronto con i propri fantasmi e ambiguità passate. 

Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis
  • L’oggetto (Di cosa parla): Tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Franchini, il film si concentra sulla figura di Angela (Vanessa Scalera), una donna campana dal carattere impossibile, egoista, classista e colma di rancore. La trama esplode durante una tesissima cena di Natale a Milano, in cui la donna converge a casa del figlio Antonio, riaprendo vecchi, violentissimi conflitti familiari.
  • Il tema centrale: L’eredità tossica dei legami di sangue e l’incarnazione dei peggiori difetti e vizi culturali dell’Italia contemporanea attraverso una figura materna.
  • Il messaggio: Utilizzando i toni grotteschi della commedia amara per raccontare una profonda tragedia familiare, il film usa il personaggio distruttivo di Angela come una potente metafora. Il “fuoco dentro” è la rabbia ingovernabile, la frustrazione e la refrattarietà all’amore che si tramandano di generazione in generazione, lasciando allo spettatore l’interrogativo su quale nascosta ferita possa rendere un essere umano così ostile verso il mondo.
Accidenti che mazzo di lacrime!!!! e questi film hanno vinto premi?
Sì, l’effetto “mazzo di lacrime” è innegabile! Il cinema italiano d’autore contemporaneo predilige decisamente i toni drammatici, i dilemmi morali e le storie di sofferenza rispetto alla commedia leggera.
E la risposta alla tua domanda è sì, hanno vinto i premi più importanti del cinema italiano nel 2026, proprio perché i giurati dei festival e le accademie tendono storicamente a premiare le opere che affrontano temi civili, storici o intimisti di forte impatto emotivo.
Ecco il loro medagliere aggiornato a questo autunno:
    • La Grazia di Paolo Sorrentino: Ha trionfato agli ultimi Nastri d’Argento 2026 portando a casa ben 8 premi, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura, oltre al premio come miglior attore a Toni Servillo [Nastri d’argento 2026 – Wikipedia, Nastri d’Argento].
    • Le città di pianura di Francesco Sossai: È stato il vincitore assoluto dei David di Donatello 2026, conquistando 8 statuette, incluse quelle pesantissime per il Miglior Film e la Miglior Regia [Anica, David di Donatello 2026 – Wikipedia].
    • Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis: Ha vinto il prestigioso Premio Francesco Pasinetti (assegnato dai giornalisti cinematografici) come Miglior Film Italiano alla recente Mostra del Cinema di Venezia, regalando ad Adriano Giannini il premio come miglior attore [I vincitori dei Premi Francesco Pasinetti 2026 per il cinema …].
    • Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis: Anche questo dramma familiare è stato premiato a Venezia con il Premio Pasinetti per la Miglior Attrice a Vanessa Scalera per la sua intensissima (e dolorosa) interpretazione [I vincitori dei Premi Francesco Pasinetti 2026 per il cinema …].

Questo legame tra “storie strappalacrime” e premi rientra perfettamente in quel discorso sulla distanza tra i gusti del pubblico e i criteri dei festival: spesso le pellicole che accumulano statuette faticano poi a riempire le sale, proprio perché lo spettatore comune a volte cerca al cinema un po’ di svago, mentre il sistema dei finanziamenti e dei premi tende a valorizzare la tragedia e l’impegno civile.
Ti incuriosisce sapere se tra i film premiati quest’anno ci sia stata almeno un’eccezione più leggera o una commedia che è riuscita a vincere, oppure preferisci dare un’occhiata a quali sono i film campioni d’incassi al botteghino (quelli che la gente va a vedere davvero, al di là dei premi)?

C’è qualcuno che li va a vedere al cinema o sono per una ristretta nicchia di super intellettuali da salotto aristocratico?
Questo è  il punto centrale di un enorme dibattito industriale: i dati dimostrano che la barriera tra cinema d’autore e grande pubblico esiste, ma non colpisce tutti allo stesso modo.
Se guardiamo i numeri concreti del botteghino in questo 2026, scopriamo che questi film si dividono in due categorie molto distinte: i “fenomeni di massa” (che sfondano la nicchia) e le vere e proprie “operazioni da salotto”.
1. I “Pesanti” che piacciono al pubblico: Il caso Sorrentino
Non tutti i film drammatici rimangono confinati nei circoli aristocratici. Un esempio lampante è La Grazia di Paolo Sorrentino. Nonostante parli di un Presidente della Repubblica tormentato tra etica ed eutanasia (quindi un tema tutt’altro che leggero), il film ha registrato la migliore apertura di sempre per il regista, superando i 7,5 milioni di euro di incasso in Italia. 
    • Perché la gente lo vede? In questo caso funziona lo “star power”. La firma di Sorrentino e la presenza di un attore popolarissimo come Toni Servillo trasformano la pellicola in un evento imperdibile. Il pubblico di massa va a vederlo non per “intellettualismo”, ma per il fascino visivo e la curiosità legata al regista del premio Oscar La grande bellezza. 

2. I “Miracoli” del passaparola: Le città di pianura
Il film rivelazione di Francesco Sossai, pur essendo un’opera indipendente e inizialmente destinata a pochi cinema, ha compiuto un percorso sorprendente. Ha raggiunto quasi 2,9 milioni di euro totali al box office. 
    • Perché la gente lo vede? Qui non ha funzionato la macchina politica, ma un fortissimo passaparola. Raccontando una storia rurale ambientata in Veneto, a metà tra una commedia amara e un giallo provinciale, il film è riuscito a connettersi con una fetta di pubblico reale, stanca dei soliti drammi romani da salotto borghese, trovando una sua dimensione “popolare” pur restando un film d’autore. 

3. La vera nicchia: I film da festival
Il discorso cambia radicalmente per opere come Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis o Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis.
Questi titoli incarnano perfettamente la tua definizione: sono film che nascono per i festival internazionali (come la Mostra di Venezia) o per canali di nicchia (come la piattaforma MUBI). Spesso vengono distribuiti in pochissime sale, fanno registrare incassi irrisori al botteghino e la loro sopravvivenza economica è garantita unicamente dai finanziamenti ministeriali e dai premi ricevuti dalle giurie. In questo caso, il pubblico medio li ignora quasi del tutto, lasciandoli a una ristretta cerchia di appassionati e critici d’essai. 
In definitiva, il mercato italiano si muove su due binari paralleli. Da un lato ci sono i film dei grandi registi che, pur affrontando storie dolorose, riescono a diventare successi commerciali perché supportati da grandi distribuzioni e volti famosi. Dall’altro lato esiste una vastissima produzione di pellicole che potremmo definire “da salotto”, nate già protette dai sussidi pubblici e destinate a spegnersi non appena si spengono i riflettori delle cerimonie di premiazione.

Ma quanto sono costati? rispetto all’incasso quanto hanno guadagnato gli investitori? e lo Stato ha ricevuto qualcosa di questi guadagni?

Per capire come si chiude il cerchio economico di questi film, dobbiamo analizzare la dura realtà dei numeri: il rapporto tra i costi di produzione (budget) e gli incassi al botteghino, svelando chi guadagna davvero e qual è il ruolo dello Stato.
I dati dei quattro film presi in esame mostrano un quadro emblematico:
I conti dei film: Budget vs. Incassi

Titolo Film Costo di Produzione (Budget) Incasso al Botteghino (Box Office) Esito Commerciale in Sala
La Grazia (P. Sorrentino) ~21 milioni € ~7,5 milioni € Perdita netta in sala (nonostante l’ottimo debutto).
Le città di pianura (F. Sossai) ~1,2 milioni € (Basso budget) ~2,8 milioni € In forte attivo (Vero miracolo commerciale).
Il fuoco che ti porti dentro (E. De Angelis) ~4,5 milioni € ~380 mila € Flop commerciale drammatico.
Ritorno a Buenos Aires (M. Bechis) ~3,5 milioni € ~80 mila € Invisibile al grande pubblico.

Quanto hanno guadagnato gli investitori privati?
Nelle logiche del cinema privato (come a Hollywood), se un film costa 21 milioni e ne incassa 7,5, gli investitori falliscono. Questo perché l’incasso del biglietto viene diviso a metà con le sale cinematografiche (ai produttori/distributori va solo il 45-50% del lordo). 
Nel sistema italiano, invece, gli investitori e i produttori privati non hanno perso un singolo euro, anzi, hanno guadagnato ancora prima che il film uscisse in sala.

Il guadagno dei produttori è blindato a monte attraverso due fattori:
    1. L’azzeramento del rischio con fondi pubblici: Un film come La Grazia, grazie al Tax Credit, scarica circa il 40% del suo costo sulle casse dello Stato (crediti d’imposta). A questo si aggiungono i contributi delle Film Commission regionali e i soldi coperti dai pre-acquisti dei diritti televisivi e streaming (es. Rai Cinema o piattaforme). 
    2. Le quote e i compensi interni: Le società di produzione ricavano il loro profitto direttamente all’interno del budget di produzione (la cosiddetta producer fee, ovvero le spese di gestione della produzione e i compensi per la fabbricazione della pellicola). Il guadagno si fa facendo il film, non vendendolo.

L’unica eccezione virtuosa è Le città di pianura. Essendo costato pochissimo, la quota spettante ai produttori sull’incasso di 2,8 milioni ha generato un reale e cospicuo extra-profitto commerciale da mercato privato. 
Lo Stato ha ricevuto qualcosa di quei guadagni?
Dal punto di vista del rientro finanziario diretto, lo Stato non riceve nulla dagli utili commerciali del film. Lo Stato italiano non è un azionista o un investitore privato che partecipa alla spartizione dei profitti (o delle perdite) al botteghino.
Il denaro pubblico erogato dal Ministero della Cultura è un sussidio a fondo perduto o uno sgravio fiscale automatico. Il “ritorno” per lo Stato è solo indiretto e si limita a: 
    • Tasse sui lavoratori: L’IVA sui biglietti staccati nei cinema (che però, visti gli incassi di nicchia, è minima) e l’IRPEF pagata sulle buste paga delle maestranze (attori, fonici, macchinisti) assunte durante i mesi di riprese sul territorio.
    • Indotto locale: L’obbligo imposto dai bandi regionali di spendere una parte del budget sul territorio (alberghi, ristorazione, trasporti per la troupe).

Quando un film da 4 milioni di budget racimola solo 80 mila euro in sala, lo Stato ha legalmente e formalmente regalato milioni di euro di soldi pubblici dei contribuenti a un’operazione commerciale fallimentare, senza alcuna possibilità di rivalsa o di rientro finanziario, certificando il cortocircuito economico del cinema assistito.

 

di Mira Carpineta