L’ABRUZZESE FUORI SEDE E’ TORNATO A CASA

Un libro di versi e diverso che racconta l’Abruzzo e gli abruzzesi nella loro lingua.

di Mira Carpineta

 

“ Non si tosce” è un’espressione dialettale abruzzese che indica l’insindacabilità di un’affermazione, di un dato, di un fatto. “Non si discute” è il suo equivalente in italiano. Le Rime di Gino Bucci sono, per sua stessa volontà, “toscibili” ovvero discutibili. Come mai? Forse perché attingono prepotentemente, affettuosamente e nostalgicamente al suo vissuto di studente “fuori sede” in quel di Bologna dove ha trascorso notti insonni sulle “sudate carte” universitarie, ma molto più spesso sulle sue  pagine social, dove nel giro di poco tempo ha raccolto un foltissimo gruppo di abruzzesi, fuori sede e non , che si sono riconosciuti nelle sue parole, nei suoi scritti, a volte ironici, a volte poetici, a volte semplicemente nostalgici di un mondo e le sue tradizioni.

Dalla cucina alle credenze popolari, ai detti , ai proverbi, agli affetti e alle ambizioni di solleticare sguardi e commenti vip, la scrittura di Gino è un mix accattivante e divertente di parole dialettali,  vere o costruite per la bisogna, con cui  è riuscito a raccogliere e rivitalizzare l’orgoglio di appartenere ad una comunità: l’Abruzzo in tutte le sue declinazioni, “finanche” attuali e globali. Nelle sue rime la voglia di divertire non trascura tuttavia attimi di lirismo, soprattutto nei versi dedicati ai suoi affetti familiari: “ Tu che mi si ‘mbarate a cambà /senza voce, a furjie d’ucchiatacce” dedicate al padre e  alla madre: “ la sfuriate beh, preste ha scorte,/mammà ha sbianchite e s’ha fermate, /zitte zitte, ‘nghe l’ucchie storte, /nu suspire: “… si magnate? “.

Che Gino Bucci abbia una padronanza vasta delle parole è davvero intoscibile e il suo talento nell’ordinare i versi e le rime è un raro virtuosismo, così come la creazione di un dialetto abruzzese che accoglie le varie sfumature e accenti legati ai territori. Nel suo girovagare per i borghi della regione: “dal Corno alla Maiella, /dal Sangro al fiume Tronto” , ha osservato e colto le peculiarità di una comunità che si è sentita più unita, soprattutto durante i lockdown e  le restrizioni dovute alla pandemia e ha saputo cogliere l’iconicità di personaggi autentici come Giustino da Chieti, “Signore dell’Abruzzo più profondo”, assurto agli onori dei Tg nazionali per la sua saggezza semplice e ancestrale, durante una epocale nevicata, con la frase “la neve l’ha sembre fatto” .

Cultore delle sfumature e dei calambour, la nuova lingua abruzzese deve moltissimo a Gino, creatore di neologismi in attesa di valutazione dall’Accademia della Crusca, ma già adottati dai suoi numerosi estimatori. L’Abruzzese fuori sede è tornato a casa con una laurea e un libro godibilissimo e ricco di citazioni: dai nomi dei borghi e dei paesi usati come sostantivi o aggettivi, a metriche che evocano poemi manzoniani. La sua timidezza, l’approccio schivo all’inaspettata fama gli hanno fatto conquistare simpatie blasonate: la  prefazione di  Remo Rapino e la sinossi di Donatella Di Pietrantonio, entrambi premiati al Campiello.

Al contrario “de lu porche che n’ arvè” Gino ha trovato la sua strada.

 

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Gino Bucci è nato a Martinsicuro (TE). Laureato in Lettere, nel 2014 ha creato sui social la pagina “L’Abruzzese fuori sede” dove scrive di Abruzzo e tutte cose. Grazie al suo lavoro sul web ha ritirato premi, presentato cose, parlato finanche in pubblico e soprattutto ha mangiato  sovente aggratise in giro per l’Abruzzo. Formatore nelle scuole, conferenziere silenzioso, quasi giornalista, scrive anche di tennis e cibo in scatola.

(dalla seconda di copertina del libro “Rime toscibili” – ed. Ricerche&Redazioni – 2022)