IL FUOCO E LA CERVA versi di Anna Manna – Commento di Fausta Genziana Le Piane

Il paradiso dell’infanzia

Le tue mani sul mio volto
somigliano alle fiamme
dei camini accesi dell’infanzia
quando, monella, sputavo sul fuoco
pezzetti di albicocche scure
indurite dall’inverno.
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Lo zucchero s’inebriava alla fiamma
e sparava come baionette d’allegria
nella serata composta degli adulti
seduti attorno alla tavola grande.
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“Una signorina non sputa nel camino !
Sei una maleducata”
Io ridevo con gli occhi con il cuore e con la mente
Mi sentivo come un cacciatore alla caccia
di una nuova bianchissima cerva
in campagna
Mentre sputavo mi sembrava di correre libera
per i prati
di agguantare la preda e portarla in trionfo
per le vie.
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Guardavo tutti da sotto la frangetta
per vedere se si accorgevano,
ora che il fuoco s’era assopito
senza le albicocche,
della mia spavalderia che continuava
nel silenzio.
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Dopo, all’ora di andare a letto
mi alzavo con le guance rosse e turgide
come le albicocche della passata estate.
Nelle stanze il freddo era tagliente
Io non sentivo niente
dentro continuava ad ardere il camino
e nei sogni correvo a cercare quella cerva!
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immagine: Collage di F. G. Le Piane
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Commento di Fausta Genziana Le Piane
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Da che cosa può essere rappresentato il paradiso dell’infanzia? Prima di tutto, dal fuoco. Ce lo dice la poetessa Anna Manna nella sua bellissima lirica dal titolo: “Il fuoco e la cerva”. Il fuoco rimanda all’idea di calore, di festa, festa di Natale, per esempio. Nel cuore di ogni bimbo riecheggia la compagnia dei nonni. Non è un caso che le parole fiamma, fuoco, camino, acceso si ripetano proprio a ricreare quell’atmosfera dell’infanzia, in cui la poetessa – monella – sputava pezzetti di albicocca scure / indurite dall’inverno, proprio nel fuoco. Ecco un altro elemento dell’infanzia, lo zucchero che s’inebriava alla fiamma, ad indicare la dolcezza di quel periodo. E già emerge il carattere ribelle di Anna che ride con gli occhi con il cuore e con la mente, poetessa che è definita dagli adulti maleducata perché una signorina non sputa nel camino!

A questo punto c’è l’identificazione di Anna con il cacciatore che va alla ricerca di una nuova bianchissima cerva, in campagna. Perché? Per correre libera per i prati (ben si addice ad un’anima ribelle, libera, indomita come lei!), per agguantare la preda e portarla in trionfo per le vie: lei stessa parla di spavalderia nascosta dietro la frangetta! E le birichinate non finiscono qui: di notte la bimba si alza con le gote rosse e turgide per l’eccitazione.

È una chiara metafora: la poetessa si identifica anche con la cerva, nei sogni corre a cercarla. In realtà, cerca se stessa. Questa scena è direi da arazzo medievale. La cerva, per i suoi alti palchi, che si rinnovano periodicamente, è spesso paragonata all’albero della vita, simboleggia la fecondità, i ritmi della crescita, le rinascite. È anche l’annunciatrice della luce, è la guida verso la luce del giorno. Ecco un estratto di un canto degli Indiani Pawnees in onore della luce del giorno: Noi chiamiamo i bambini. Gli diciamo di svegliarsi. Diciamo ai bambini che tutti gli animali sono svegli. Escono dai ripari dove hanno dormito. Il Cervo li conduce. Viene dal sottobosco dove dimora, portando i suoi piccoli verso la Luce del Giorno. I nostri cuori sono gioiosi (Alexandre Hartley Burr, Le Cercle du Monde, Paris, 1962).

Infine, l’insistere su questo unico frutto – l’albicocca – ci porta ancora una volta alla rappresentazione dell’abbondanza, che fuoriesce dalla cornucopia della dea della fecondità o dalle coppe nei banchetti degli dei. Insomma, è simbolo di desiderio, d’immortalità e di prosperità (ricordiamo che è un frutto estivo).

E ci sembra quasi di vederla Anna bambina che corre libera, assetata di vita, incontro al suo futuro.