I PILASTRI DEL RECIPROCO RISPETTO

CHI È PRONTO A VIVERE IN UNA SOCIETÀ MULTIETNICA?

“Consideri il cosiddetto ‘altro’ come una parte necessaria di chi sei e di ciò che vuoi? Hai compreso che l’identità è dialogica?”

Al termine del saggio L’Enigma Multiculturale, Gerd Baumann pone ai lettori alcune domande fondamentali, spunto di riflessione per ciascun cittadino del mondo contemporaneo. Chi è pronto a vivere in una società multietnica? E chi invece, pur mostrando interesse per le peculiarità delle diverse etnie, le considera isole, sulle quali si conduce una vita da cui tenersi a debita distanza? Quali sono le buone prassi di un atteggiamento davvero multiculturale?

Fonte di problemi e paure, ma anche di opportunità e risorse, le società multietniche sono una realtà diffusa in Europa; la loro esistenza induce a considerare la questione dei diritti e delle libertà in maniera incisiva rispetto a quanto accadeva in passato.

La riflessione muove dalla disamina del concetto di cultura. L’idea essenzialista, risalente al 1800 di Gottfried Herder e dei suoi contemporanei, la concepisce come eredità di un gruppo, come catalogo di idee e di pratiche che modellano sia la vita collettiva e individuale e sia i pensieri dei singoli membri; la cultura, dunque, alla stregua di un’enorme fotocopiatrice che sforna riproduzioni identiche anche su tempi lunghissimi. È innegabile che ogni collettività mostri una certa stabilità di tratti e gusti, di stili e pratiche che i suoi membri hanno imparato a coltivare; tuttavia, Baumann preferisce una visione processuale della cultura, secondo la quale essa esiste esclusivamente nell’ambito della sua esecuzione, non si ferma e non si ripete se non con un cambiamento di significato. Nel fare ricerca sul multiculturalismo, la concezione essenzialista deve essere rappresentata, essendo la più diffusa; ma per mettere in atto anche certe buone prassi d’accoglienza è irrinunciabile la visione processuale.

Che cosa si intende per atteggiamento multiculturale? Prima di esprimere la sua opinione, l’autore presenta quella del filosofo canadese Charles Taylor: per lui multiculturalismo è volontà di riconoscere uguale dignità e valore alle culture selezionate, da lungo tempo stabilite ed accettate. Tale posizione è tipica di chi vuole accogliere dall’altro solo gli apporti ritenuti degni e convenienti per il proprio gusto. È quella di chi, per portare un esempio concreto e quotidiano, sostiene che lo straniero sarà tollerato se si adegua ai costumi del paese ospitante, estirpando o sfumando le abitudini del luogo di provenienza – l’uso di spezie che causano un odore particolare, o di un tono di voce alto, o della propria lingua madre, o di un abbigliamento tipico, o di un simbolo religioso -.

Lungi da una simile visione, Baumann dà fondamentale importanza anche alle culture recenti, considerate da certuni devianti o pericolose; compie poi un passo avanti, introducendo il concetto di convergenza culturale. Con il termine ‘convergenza’ un matematico intende che due o più vettori vanno nella medesima direzione; ciascuno di essi cerca lo stesso punto di convergenza, partendo dall’origine e seguendo la propria via. Applicata alle scienze sociali, questa dinamica è realmente multiculturale: non ci si trova di fronte ad una data freccia che imita o segue un’altra, né a fenomeni di ‘acculturazione’ o ‘integrazione’; ma si è davanti a separati processi di cambiamento culturale, tra loro differenti, che puntano tutti verso un comune interesse. Alla luce di tale pensiero, le etnie conviventi su un suolo dovrebbero voler cogliere le reciproche diversità e rispettarsi di qualsiasi entità esse fossero, considerarsi di pari importanza e volgere al bene condiviso.

Baumann suggerisce una serie di buone prassi per vivere l’apertura all’altro senza cedere alla falsità. La conoscenza è il primo passo; ma, se ci si ferma a questa, si corre il rischio di studiare le differenze interculturali percependole, in realtà, discoste. L’altro, con tutto quanto lo caratterizza, deve diventare parte di un tutto le cui peculiarità non siano la prima caratteristica di riferimento, ma uno dei pilastri sul quale costruire il rispetto reciproco.

Laddove non sia ancora possibile garantire alle minoranze il riconoscimento dei diritti civili della cittadinanza e del voto, è positivo, anche se non sufficiente, assicurare quelli di comunità: quindi, quote nel reclutamento della manodopera e nella distribuzione di alloggi; posti nelle scuole e attenzione nei servizi assistenziali; creazione di strutture di promozione e di carriera che sostituiscano la discriminazione con un trattamento giusto.

Non si può fare a meno di notare che l’impegno a favorire le minoranze è oggi il primario capo d’accusa su cui si fonda la critica collettiva nei confronti dell’accoglienza e dell’inclusione.

 

“L’Enigma Multiculturale” – di Gerd Baumann

per PrimaPaginaWeb.it Aprile 2016 – Simona Cascetti