FARE PACE IN IRAN CONVIENE A TUTTI

di Federico Rampini

Hormuz deve tornare libero, basta nucleare e aiuti ai terroristi. Sia Trump sia i pasdaran vogliono uscirne salvando la faccia.

Per la prima volta dal 1979 l’America e l’Iran dialogano ai vertici e in modo diretto: questa è una novità di portata storica. Tenuto conto che una settimana fa Donald Trump minacciava di «cancellare una civiltà» e ricacciare l’Iran «all’età della pietra», non si possono escludere altre sorprese positive. Parlarsi è meglio che lanciarsi missili. Di norma, però, è più facile iniziare le guerre che chiuderle. Il negoziato in Pakistan affronta ostacoli enormi.
In apparenza, chi ha fretta di estricarsi da questo conflitto è Trump. Mai in passato l’America aveva iniziato un intervento militare con un livello così basso di consenso interno. Trump non è riuscito a «venderla» in modo convincente neppure alla sua base elettorale. Non a caso le ultime polemiche del presidente sono rivolte a destra: contro gli isolazionisti del movimento Maga (Make America Great Again) che lo accusano di essersi fatto trascinare da Netanyahu; e contro i falchi che gli rimproverano di aver lasciato il lavoro incompiuto. Ma a focalizzarsi soltanto sulla debolezza politica di Trump e sul «fronte interno» che lo assedia, si rischia di perdere di vista lo scenario più largo.

La ripulsa che questo presidente americano suscita — in casa propria come in tanta parte d’Europa — rischia di far prendere per buona la propaganda iraniana. In realtà il regime degli ayatollah, che dopo varie decapitazioni si sta trasformando forse in un regime delle Guardie islamiche e quindi una dittatura più militare che clericale, dopo 47 anni ha esaurito ogni residua vitalità. È odiato dalla stragrande maggioranza del suo popolo, a cui ha inflitto decenni di privazioni e abusi, fino ai massacri di gennaio. Ha abbracciato la causa jihadista terrorizzando tutti i propri vicini, ma in questo modo ha compattato il mondo arabo contro di sé, lo ha spinto nelle braccia dell’America e in parte anche di Israele. Il Medio Oriente, malgrado l’instabilità geopolitica, ha visto emergere negli ultimi anni dei poli di sviluppo economico e tecnologico, aree di benessere diffuso, che suonano come una condanna del fanatismo di Teheran, incapace di proporre progresso e prosperità, tantomeno la pace.

Ora non si può escludere che pur di sopravvivere il regime di Teheran cerchi davvero un compromesso con Trump; magari come una polizza assicurativa contro future rivolte: ricordiamoci che dopo la «guerra di dodici giorni» condotta da Israele nel giugno 2025 e coronata dai bombardamenti Usa sui siti nucleari, ci vollero sette mesi perché la popolazione iraniana scendesse in piazza.
Le condizioni di un accordo a Islamabad? Se Trump non vuole apparire come il leader di una guerra inutile coronata da una pace umiliante, alcuni obiettivi sono chiari. Hormuz deve rimanere uno stretto aperto alla libertà di navigazione come prima della guerra. Il programma nucleare iraniano non deve ripartire. Qualche limitazione andrà concordata sugli arsenali missilistici e l’appoggio alle varie milizie di «sicari» (Hezbollah, Hamas, Houthi). Senza questi risultati un accordo verrebbe considerato inaccettabile non solo da Israele ma dagli stessi arabi: si ritroverebbero «vassalli» del loro nemico esistenziale. Non a caso all’Onu il Bahrain ha presentato varie risoluzioni, e nome di tutto il mondo arabo, per condannare l’Iran e imporre la riapertura di Hormuz anche con l’uso della forza; riscuotendo una larga maggioranza di consensi nel mondo intero, compreso il Grande Sud globale. Trump può ricredersi — per l’ennesima volta — e affidare alla U.S. Navy un compito temporaneo di pattugliamento dello Stretto, in collaborazione con altri paesi interessati a chiudere in fretta l’attuale crisi energetica.

Gli iraniani cosa possono accettare come un onorevole compromesso, dopo aver alzato la posta al massimo livello? Delle garanzie contro la ripresa delle ostilità a medio-lungo termine (anche se non è chiaro quanto vincoleranno Israele). Uno status legittimato di potenza regionale, alla pari con gli altri due imperi storici che si contendono da secoli il Medio Oriente, Turchia e Arabia. La levata delle sanzioni economiche. Senza arrivare al pagamento di «indennità e risarcimenti per ricostruzione» come chiede la delegazione di Teheran, il terreno economico può offrire margini di manovra. L’alleanza con Cina e Russia non è bastata ai Pasdaran come cintura di sicurezza. Il ricatto di Hormuz è stato molto più efficace ma ha dei limiti, anche perché il mondo intero impara qualcosa da ogni crisi energetica, e tra dieci anni l’importanza di Hormuz sarà sicuramente ridotta (diversificazione di fonti e di rotte, più rinnovabili, rilancio del nucleare).

Del resto non è un caso se Mujtaba Khamenei, nuova Guida suprema, abbia una lussuosissima dimora a Londra, dove va anche a farsi curare. L’America e i suoi alleati hanno più vantaggi materiali da offrire alle Guardie della Rivoluzione islamica – una milizia arricchitasi nella corruzione – di quanto abbiano Pechino e Mosca. Il trionfalismo di Teheran è giustificato dallo scampato pericolo — è vero che i Guardiani della Rivoluzione hanno mostrato una resilienza militare superiore alle aspettative — ma non è un piano per il futuro. Dalle guerre a volte nascono nuove geometrie di alleanze, nuove architetture geopolitiche. Raramente sono durevoli, quasi sempre imperfette e instabili a loro volta. Poiché fra un mese Trump è atteso da Xi Jinping a Pechino, a questo punto non sarebbe strano un coinvolgimento della Cina nell’assetto post-bellico del Golfo, trattandosi della prima importatrice di petrolio: non solo dall’Iran, ma da tutti gli Stati arabi presi in ostaggio a Hormuz.

da: https://www.corriere.it/opinioni/