DANTEDÌ : I SETTE PAPI CONDANNATI NELL’INFERNO E NEL PURGATORIO

di Michele Ciliberti
Oggi non è venerdì ma DANTEDÌ.
Il 25 marzo, data perenne, è la giornata dedicata a Dante ed è chiamata Dantedì proprio come i giorni della settimana. Questa è la terza ricorrenza consecutiva e, come nelle due precedenti ho postato degli argomenti inerenti la Divina Commedia, anche questa volta ho un tema da trattare.
I sette papi condannati nell’Inferno e nel Purgatorio.
Uno dei tanti aspetti della Divina Commedia ancora oggi molto dibattuto è dato dalla presenza di ben 7 papi nell’Inferno e nel Purgatorio. Nel 1921, in occasione del 6° centenario della morte di Dante, papa Benedetto XV emanò l’enciclica “In praeclara summorum”, ossia “Nell’illustre schiera dei grandi personaggi eccelsi”, rivolta ai professori e studenti di istituti letterari cattolici, invitati a studiare Dante e a diffondere la conoscenza della sua opera. La condanna di alcuni papi appariva molto offensiva per la Chiesa, ma Benedetto XV è ben disposto a giustificare il sommo poeta: “Ma, si dirà, egli inveì con oltraggiosa acrimonia contro i Sommi Pontefici del suo tempo. È vero, ma contro quelli che dissentivano da lui nella politica e che egli credeva stessero dalla parte di coloro che lo avevano cacciato dalla patria” (dall’enciclica sopra citata). Il papa, quindi, perdona Dante dicendo che era pure un uomo afflitto dalla condanna e dalla confisca dei beni.
É risaputo che Dante non amava proprio Bonifacio VIII in quanto costui appoggiava la parte avversa al poeta e che fu causa del suo esilio. Come fa, però, Dante a mettere nell’Inferno Bonifacio VIII se il suo viaggio ultraterreno comincia il 25 marzo del 1300 e termina sette giorni dopo, mentre il papa è morto l’11 ottobre del 1303? Tanta era la voglia di condannarlo che ricorre a un espediente. Nel XIX canto Dante incontra tra i simoniaci papa Niccolò III (papa Orsini, dal 1277 al 1280, che fece del nepotismo la sua fama), il quale gli predice che il posto della propria condanna, tra le fessure di una roccia, sarà definitivo quando arriverà Bonifacio VIII che lui già aspetta, anzi lo aveva scambiato con Dante stesso. Quindi, papa Bonifacio è ancora in vita, ma ha già il posto riservato nell’Inferno. Dopo papa Bonifacio arriverà, sempre nella bolgia dei simoniaci, anche Clemente V, papa che non solo ha trasferito il soglio di Pietro in Francia, ma, appoggiato dal re Filippo il Bello, ha anche dato ordine di arrestare tutti i templari che si trovavano in Francia (venerdì 13 ottobre 1307, questo giorno fu detto “paraskevidecatriafobia”, cioè “paura di venerdì 13). Gli arresti eseguiti furono ben 546, tra cui anche quello di Jacques de Molay; solo pochi riuscirono a scampare, soprattutto, come vuole una leggenda, quei 3 cavalieri che, fingendosi carrettieri, riuscirono a trasferire in luogo segreto il tesoro dell’ordine. I templari erano accusati di eresia, di idolatria e di sodomia. Papa Clemente V non voleva la morte dei templari ma la sospensione dell’ordine; ad ogni modo, non riuscì ad opporsi al progetto di sterminio voluto dal re di Francia che aveva “sponsorizzato” la sua elezione al soglio pontificio. Il 18 marzo del 1314, Jacques de Molay venne condannato al rogo e bruciato vivo. Prima di morire pronunciò le 4 riconosciute profezie: 1) contro Clemente V (al quale predisse la morte entro i 40 giorni successivi e il papa morì esattamente 33 giorni dopo per dissenteria); 2) contro Filippo il Bello (al quale predisse la morte entro la fine dell’anno e il re morì nel dicembre successivo a causa dei postumi di una caduta da cavallo); 3) contro la monarchia francese (predisse la fine alla 13^ generazione: Luigi XVI fu il 13° discendente di Filippo il Bello. Si narra che il boia, che ghigliottinò il re durante la Rivoluzione Francese, prima di lasciar cadere la lama, gli abbia sussurrato: “Io sono un templare venuto a compiere la vendetta di Jacques de Molay”); 4) contro la chiesa cattolica romana (predisse che il papato doveva terminare a 700 anni dalla sua morte, ma ciò non si è avverato!). Ad assistere, a Parigi (sull’Île de la Citè nei pressi di Notre Dame), al rogo di Jacques de Molay e di Geoffroy de Charnay ci furono anche il padre di Boccaccio e Dante che nel XXVII canto del Purgatorio, vv. 16-18, lo attesta: “In su le man commesse mi protesi, // guardando il foco e immaginando forte // umani corpi già veduti accesi”.
Un’altra terzina del III canto dell’Inferno che ancora oggi fa discutere i vari commentatori è la seguente: “poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, // vidi e conobbi l’ombra di colui // che fece per viltade il gran rifiuto”. Non c’è un solo elemento, in tutte le opere di Dante, che possa far capire che colui che fece “il gran rifiuto” sia Celestino V, come ormai s’insegna in tutte le scuole. Già Giovanni Boccaccio, primo commentatore di Dante con il “Trattatello in laude di Dante”, è portato a credere che il “gran rifiuto” è stato fatto da Esaù, il quale barattò la sua primogenitura con suo fratello Giacobbe per un piatto di lenticchie. Altri sostengono che il gran rifiuto sia quello di Adamo, altri ancora quello di Pilato che rifiutò di processare e assolvere Gesù (questa tesi è di Giovanni Pascoli). Altri sostengono ancora che Dante abbia veramente conosciuto Pietro da Morrone, futuro Celestino V, pertanto avrebbe dovuto dire: “vidi e riconobbi” e non “vidi e conobbi”. Alcuni anni fa ho avuto il piacere di conoscere padre Quirino Salomone, frate celestiniano nella basilica di Collemaggio a L’Aquila, il quale sostiene che Dante non alludesse minimamente a Celestino V ma all’imperatore Giuliano l’apostata.
Nel III canto del Purgatorio, Manfredi, figlio di Federico II, accusa papa Clemente IV di aver dato ordine al vescovo di Cosenza di far traslare il suo corpo, sepolto presso il ponte di Benevento, fuori dai confini del regno pontificio e di disperdere le sue ceneri, in quanto morto scomunicato. Quindi, in questo canto Clemente IV non è assolutamente condannato ma solo citato per tale episodio.
Adriano V, altro papa citato nella V cornice del Purgatorio (canto XIX, vv. 97 – 102). Dante gli attribuisce il vizio dell’avarizia prima che diventasse papa per soli 39 giorni. Sembra però che Dante lo abbia confuso con il suo predecessore Adriano IV.
Nel XXIV canto del Purgatorio, Dante condanna Martino IV (in realtà fu Martino III, poiché il nome Marino di un unico papa fu equiparato a Martino I) tra i golosi della sesta cornice. Si dice che tale papa, di origine francese e avendo trasferito la propria sede a Perugia, fosse molto ghiotto delle anguille del lago di Bolsena e della vernaccia: “ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: // dal Torso fu, e purga per digiuno // l’anguille di Bolsena e la vernaccia” (Purgatorio, c. XXIV, vv. 22 – 24). Da quanto sopra riportato si deduce che, per le ragioni esposte, Dante abbia in odio solo due papi: Bonifacio VIII e Clemente V. Nel Paradiso, invece, non è citato alcun papa ad eccezione di San Pietro.