Signore e signori, è giunto il momento di sfatare un mito romantico e decisamente superato: quello dell’attore italiano come “artista tormentato”. Oggi, nell’era d’oro del Tax Credit, se volete trovare un attore nostrano non dovete cercarlo nei teatri d’avanguardia a studiare il metodo Stanislavskij o a consumarsi l’anima su Shakespeare. No, lo trovate in fila all’Ufficio delle Entrate o davanti a un foglio Excel, intento a calcolare la detrazione d’imposta per la quota di maestranze locali sotto i quarant’anni.
Il cinema italiano ha compiuto il miracolo dei miracoli: ha preso i nostri sedicenti artisti, anime elette che un tempo sognavano Cannes e Venezia, e li ha trasformati in impeccabili, grigi e rassegnati impiegati del catasto.
Il timbro sul copione: il nuovo brivido della recitazione
Il meccanismo del Tax Credit ha introdotto nel cinema una nuova, esaltante forma di suspense: non sapremo mai se il film è bello, ma sappiamo per certo che è interamente deducibile. Una volta l’attore accettava un ruolo perché folgorato dalla sceneggiatura o dalla visione del regista. Oggi l’agente chiama il suo assistito e gli dice: “Ho una parte fantastica per te: non c’è una trama, il regista è al debutto a 64 anni, ma abbiamo l’85% di copertura statale garantita dal Ministero e i contributi previdenziali in regola con la circolare dell’INPS”. E l’artista, commosso dal sacro fuoco della contabilità, accetta.
Sul set non si respira più l’aria del neorealismo, ma quella di un ufficio postale a fine mese. Il regista non urla più “Azione!”, ma “In allegato!”. E l’attore non cerca l’ispirazione nei meandri della propria psiche: cerca il modulo corretto. Recitare è diventato l’equivalente di compilare un modello 730 con le lacrime agli occhi. Se la scena richiede un pianto disperato, l’attore non pensa a un lutto familiare; pensa semplicemente all’aliquota IRES applicata sul fondo di sviluppo regionale.
La metamorfosi del cast: da Mastroianni al Ragionier Fantozzi
Questa impiegatizzazione ha prodotto una mutazione genetica nei volti del nostro cinema. Osservate gli attori che dominano i film italiani da dicembre a oggi: non hanno più lo sguardo magnetico di Gian Maria Volonté o il fascino scapestrato di Vittorio Gassman. Hanno lo sguardo spento, rassegnato e leggermente ansioso di chi sa che deve timbrare il cartellino entro le 18:00 per non perdere l’indennità di trasferta.
Gli stessi quattro o cinque interpreti girano cinque film diversi contemporaneamente perché sono gli unici a saper compilare la richiesta di sussidio senza fare errori di ortografia. Non sono scelti per il talento, sono scelti per la loro affidabilità amministrativa. Sono i “funzionari di prima fascia” della commedia da tinello. Vederli recitare è come guardare un impiegato comunale che aggiorna le planimetrie degli immobili di un comune della provincia di Rieti: c’è la stessa passione, lo stesso ritmo narrativo e, soprattutto, lo stesso identico appeal commerciale.
La resa del pubblico davanti allo sportello
In questo scenario, lo spettatore che entra in sala commette un tragico errore di valutazione: pensa di essere un cliente della cultura, mentre è solo un utente in attesa allo sportello. Il film “fantasma” italiano non ha bisogno che tu compri il biglietto. I produttori-funzionari hanno già incassato i soldi dello Stato prima ancora che l’attore-impiegato aprisse bocca. Se la sala è vuota, meglio: si consuma meno aria condizionata e si risparmia sulla SIAE.
Abbiamo creato la prima industria culturale al mondo che prescinde totalmente dal consumatore finale. L’importante è che la documentazione sia allegata correttamente in formato PDF. Se poi il film fa dormire anche le poltrone, poco importa: l’importante è che il bilancio sia in pareggio e che il timbro del Ministero sia ben visibile nei titoli di testa. Il cinema italiano non è morto, si è solo trasferito in via XX Settembre, terzo piano, stanza 14, ricevere solo il martedì mattina.
MC


