CINQUE DONNE PIU’ UNA

Intervista “collettiva” a Emilia Slate autrice del romanzo IL TERZO LUNEDI’ DI GENNAIO

 

Elisabetta, DianaMaddalenaPaola e Simona sono cinque professoresse, compagne di lavoro  ( e di avventure letterarie) presso la scuola media bolognese “Il Guercino”. Cinque donne, colleghe e amiche con molti interessi in comune:  amanti della letteratura, della scrittura e della sperimentazione e con un notevole spirito di iniziativa.

Insieme hanno dato vita ad una sesta donna, Emilia Slate, anch’essa insegnante con una straordinaria attitudine nell’indagare i misteri. Le professoresse hanno infatti realizzato un romanzo giallo, partecipando collettivamente alla stesura della storia firmandosi con lo pseudonimo che le riunisce in un’unica identità. E anche le risposte all’intervista sono corali.

Ma come si scrive un libro “collettivo”?

“ Per gioco naturalmente. Nei  nostri amatissimi b. b. (buco bar), le agognate ore-buca durante le quali si va in gruppo al bar per cambiare aria e ricaricarsi di nuove energie prima di tornare in classe. In uno di quei giorni qualcuno butta lì  l’idea: perché non scrivere un romanzo a più mani in cui qualsiasi collega della scuola può dare il suo contributo?

“Pensavamo ad una narrazione che potesse prendere vita come accade in un telefono senza fili. Qualcuno inizia a scrivere e qualcun altro procede. Ma che cosa raccontare? Abbiamo pensato ad un giallo da risolvere. Innanzitutto qualcuno doveva morire. Sul chi, dove e quando, in realtà abbiamo dovuto riflettere parecchio. Trovata la vittima, è stato necessario pensare all’assassino, all’ispettore e ai personaggi che avrebbero dovuto infittire la trama. I veloci confronti nei corridoi ed i successivi b. b. non bastavano più, dovevamo condividere concretamente una serie di pagine che Emilia ed inizialmente le mani di altri colleghi avevano scritto. È stato abbastanza naturale pensare all’applicazione di Google Drive, già utilizzata da ciascuno di noi a scuola per la condivisione dei documenti di lavoro. Le nostre dieci mani hanno corso sulle tastiere nel tempo libero (poco) con la possibilità di scrivere online a qualsiasi ora del giorno e della notte, essere costantemente lette, assistere allo smontaggio e rimontaggio di idee, luoghi, personaggi, sintassi, lessico”.

All’inizio dell’avventura letteraria i compagni di viaggio erano più numerosi:  “ ma qualcuno man mano ci ha abbandonato  e siamo rimaste in cinque. Non è stato semplice trasformare lo stile di dieci mani in quello di Emilia, ma siamo state brave a lasciare che ciascun “io” si trasformasse in un “noi”, disposte a veder scomparire anche interi periodi – che magari per qualcuna erano stati più complessi di un parto – in favore della “creatura” cui stavamo dando vita.In tutto ciò è stato fondamentale avere una regia, la nostra Elisabetta: colei che con pazienza ha rammendato strappi che sembravano irreparabili, che ha incoraggiato tutte a non mollare, che ha disegnato mappe dei luoghi, schemi cronologici perché non perdessimo di vista la coerenza spazio temporale, perché ciascun personaggio parlasse con la sua vera voce”.

Perché Emilia Slate ha scelto di scrivere un giallo?

“Perché ha voluto vivere l’avventura affascinante e complessa di una scrittura logica e sottoposta a regole precise. Nel giallo le regole contano molto. Il lettore non vuole capire subito chi è il colpevole, vuole scoprirlo con la logica e soprattutto spesso è allenato a farlo, quindi ama le trame precise e i dettagli. Il colpevole deve essere presente fin dall’inizio. Questo significa che l’assassino è sotto gli occhi del lettore, che deve essere distratto per tutto il romanzo affinché non lo scopra anzitempo. Il giallo è il romanzo dell’osservazione e dell’attenzione perché proprio grazie a queste due doti il detective può risolvere il caso, e il lettore con lui. Non ci possono quindi essere errori nella trama e tutto deve essere organizzato nei minimi particolari: questa impresa è stata davvero titanica, e la dobbiamo ad Elisabetta, la donna più giallista del collettivo: vulcanica ed assistita da una razionalità esorbitante, indubbiamente la “direttrice” del gruppo”.

Come siete arrivate alla stesura definitiva?

“All’inizio il gruppo era misto, colleghi e colleghe ma ci siamo ritrovate in cinque, donne,  abbiamo scritto dal nostro punto di vista a partire dall’esperienza di vita che ciascuna ha avuto; non era previsto un progetto di scrittura al femminile, ma alla fine è prevalso in modo spontaneo. Ci siamo trovate molto a nostro agio nella descrizione dei personaggi femminili; per quelli maschili abbiamo chiesto delle “consulenze” che li rendessero più credibili. Certamente abbiamo messo qualcosa di noi e di quello che vediamo intorno, tutto filtrato dal nostro punto di vista, poiché non c’è una visione neutra, una presentazione dei personaggi oggettiva. La nostra attenzione si è concentrata non solo sulla coerenza della trama e del testo, ma anche su quella dei personaggi rispetto alla nostra visione del mondo. Abbiamo amato tutti i personaggi, però forse qualcuno di più: l’ispettore Vigor Marchetti, emblema dell’uomo incorruttibile gentile ma ombroso; Melita, ispirata ai tanti casi di situazioni difficili che incontriamo a scuola; oppure Lilia, con le sue disavventure personali; o Antonia, antipatica ma nello stesso tempo indipendente e decisa. Insomma, ogni personaggio presenta elementi di forza e di debolezza: questo per consentire a noi scrittrici di raccontare le varie sfaccettature, la complessità dell’essere umano. Ovviamente non abbiamo preteso di essere esaustive nel voler descrivere le donne e gli uomini, cioè riconosciamo la parzialità del punto di vista”.

Il vostro personaggio in cosa vi assomiglia, quanto c’è del vostro quotidiano nel romanzo e nei suoi protagonisti?

“Il romanzo è ambientato a Bologna, anzi in una scuola di Bologna. Si è cercato di descrivere un quartiere anonimo, così come ce ne sono tanti nelle periferie, non particolarmente degradato o segnato da tensioni sociali, ma neanche così tranquillo. Un quartiere dove ci sono strade buie e deserte, in cui chi si trova a percorrerle di sera si muove con circospezione guardandosi le spalle. Gli ambienti scolastici sono stati descritti soprattutto per esprimere lo stato d’animo psicologico dei personaggi che li attraversano.In primo luogo gli insegnanti che vedono negli spazi dell’edificio il riflesso della loro condizione professionale, così come è cambiata negli anni. La sala insegnanti è un’agorà accessibile a tutti e visibile da ogni prospettiva dell’istituto. Nei corridoi il professore rincorre gli alunni mettendo in scena il ribaltamento dei ruoli che contraddistingue la relazione pedagogica attuale .L’aula magna dove ha luogo il collegio docenti, momento burocratico per eccellenza della vita scolastica. Dal quale si fugge per andare a fumare in cortile sotto il cartello di divieto. L’edificio scolastico è un contenitore che passa ogni giorno e nel giro di qualche minuto dalla confusione della folla di ragazzini irruenti e rumorosi al silenzio e all’assenza, e questo stupisce particolarmente Vigor che non appartiene a quei luoghi e che li osserva da una certa distanza critica. I commenti di Vigor ci hanno permesso di prendere in giro gentilmente (Vigor è gentile) certe caratteristiche della nostra categoria spesso un po’ lamentosa ed autoreferenziale. Abbiamo cercato di descrivere un mondo che conosciamo facendolo uscire nonostante certi tratti parodistici (il preside) dal senso comune che lo etichetta (i media) come luogo dell’inefficienza e dell’irrilevanza”.

Ci saranno altre indagini per l’ispettore Marchetti?

2Il dopo, cioè l’adesso: una riflessione complessa e affascinante. Credo che Emilia sia ancora nel mezzo di questa esperienza; c’è dentro fino al collo, a dire il vero. Il romanzo è stato pubblicato ed ha avuto un ottimo successo: non abbiamo dati di vendita certi, ma lo vediamo scomparire e ricomparire all’interno delle librerie quasi senza soluzione di continuità; i parenti e gli amici lo trovano interessante, coinvolgente, ben scritto, scorrevole. Noi autrici pensiamo spesso a come e quanto avremmo potuto rendere l’opera meglio strutturata, più accurata e godibile; forse l’avremmo voluta perfetta pur sapendo che la perfezione è un’utopia; e tuttavia l’amiamo perché è nostra, ed è frutto di un impegno enorme, portato avanti con amore nei tempi lasciati liberi dalla professione che ci piace quanto scrivere.Eccoci qua. Scrivere. Il verbo magico. Prezioso quando si è soli con il foglio o la tastiera e preziosissimo quando si è gruppo; noi siamo cinque donne che scrivono insieme, di buon carattere ma di forte personalità. Non abbiamo mai litigato mentre “Il terzo lunedì di gennaio” veniva concepito: siamo intelligenti ed accettiamo l’una la correzione dell’altra come occasione per imparare. In un favoloso esercizio di democrazia ciascuna di noi ha deposto il proprio ‘ego’ in favore del giallo. E ciò è stato favorevole in particolare nel momento della riconduzione di cinque stili ad un solo stile: impresa che ognuna ha affrontato e che ha richiesto tagli, cambiamenti e aggiustamenti. Se non li avessimo accolti non avremmo mai pubblicato. Cosa abbiamo imparato di noi stesse dall’esperienza ‘Emilia’? Che possiamo lavorare in gruppo; che addirittura possiamo accettare le correzioni ai nostri testi – una rivoluzione. Abbiamo capito di poter conoscere tramite un canale creativo colleghe di cui sapevamo solo i nomi e i ruoli all’interno della scuola. Abbiamo proprio voglia di imbarcarci nell’avventura di un secondo romanzo. Abbiamo già una trama e qualche brano; manterremo il genere, l’ispettore, alcuni personaggi che meglio apriranno al lettore le proprie vite. Occorre tempo, e ci auguriamo di averne abbastanza”.

Infine: come nasce lo pseudonimo di Emilia Slate?

“Emilia per un omaggio alla regione in cui le cinque donne del collettivo vivono, pur non essendoci tutte nate; e poi Slate, che in inglese vuol dire “ardesia”, il materiale di cui erano fatte le vecchie lavagne prima che le LIM le sostituissero; che è l’anagramma di “Tales”, storie; e che, guardacaso, è una parola che si compone di cinque lettere”.