CATTOLICESIMO E SFIDE SOCIALI

T-8.1

di Mira Carpineta

Come vive la sua cristianità un cattolico osservante o praticante nell’era digitale?

Sembra sempre più difficile oggi, in occidente, vivere il cattolicesimo seguendone i princìpi.  Anche o forse soprattutto in Italia, dove la presenza del Ministero Petrino ci ricorda costantemente di quale e quanta  “sostanza” sia impregnata la nostra cultura.

In una società in repentino cambiamento, bombardata da sollecitazioni enfatizzate dai social media, dove ogni tematica si presta ad innumerevoli argomentazioni, vivere la propria religiosità è sempre più complicato.

Le certezze che hanno forgiato le precedenti generazioni sono sempre più messe in discussione da nuove contestualizzazioni.

Intanto val la pena ricordare la differenza tra essere cristiani e ed essere cattolici. Non è solo un esercizio semantico. Secondo Sergio S. accolito e terziario francescano “essere cristiano significa – come nel suo caso- essere innamorato di Gesù, seguirne l’esempio nella pratica quotidiana, consapevole delle cadute, ma anche della forza per combatterle. I cristiani vivono la fede, ne cercano la fonte nei vangeli e rifuggono da giudizi e condanne”.

Detto così sembra facile, chiaro, ma non tutti riescono ad attuare un pensiero così vago, poco descrittivo del come vivere la cristianità in questo momento storico.

Appare invece abbastanza chiara una netta differenza tra un cattolicesimo d’azione e un cattolicesimo di riflessione.

Quest’ultimo infatti, secondo una corrente di pensiero piuttosto diffusa, anche tra il clero,  è  sempre  meno pragmatico e più filosofico. Pronto a mettere in discussione dogmi e princìpi, sensibile alla secolarizzazione prevaricante.

Nella catechesi ufficiale, ci sono le linee guida dettate appunto dalla Curia romana, ma complice una comunicazione mediatica più sensibile alle dinamiche social che ai contenuti, ogni parola del Papa viene ”sezionata”, estrapolata, enfatizzata o condannata a seconda del contesto in cui viene utilizzata.

I temi sono moltissimi e alcuni molto divisivi: il ruolo delle donne nella Chiesa, il sacerdozio femminile, il celibato dei preti, l’omosessualità, alcuni nuovi “diritti” – maternità surrogata- ad affiancare quelli già noti, aborto, eutanasia, etica e morale.

In tutti questi ambiti, il Papa si è espresso in modo molto chiaro, con un linguaggio semplice, diretto, genuino come è genuina la sua personalità, presentatasi al mondo con quel “buon pranzo” con cui si congedò dal pubblico di piazza San Pietro sin dal giorno della sua elezione.

Dal Concilio Vaticano II, che operò le uniche radicali trasformazioni nella pratica religiosa dell’era moderna, non sono seguite poi ulteriori modernizzazioni.

Ciononostante molti sono stati, in questi anni di pontificato, i momenti in cui alla dottrina ufficiale, il Papa ha esternato il suo pensiero, aprendo il dibattito su argomenti cristallizzati nella pratica canonica.

“Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono decisioni importanti. La Chiesa è donna. La Chiesa è una sposa. Non abbiamo sviluppato una teologia della donna che rifletta questo. Il principio petrino è quello del ministero. Ma c’è un altro principio ancora più importante, di cui non parliamo, che è il principio mariano, che è il principio della femminilità nella Chiesa, della donna nella Chiesa, dove la Chiesa vede uno specchio di se stessa perché è donna e sposa”. E mentre afferma ciò nomina tre donne come membri del Dicastero dei Vescovi: Suor Raffaella Petrini, FSE, Segretario Generale del Governatorato dello Stato Vaticano, Suor Yvonne Reungoat, FMA già Superiora Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice e Maria Lia Zervino, Presidente dell’Unione mondiale delle organizzazioni Femminili cattoliche, che saranno coinvolte nell’elezione dei nuovi pastori diocesani. Per Papa Francesco inoltre “ non è una semplice questione di maggiore o minor valore rispetto all’uomo,  la donna è semplicemente diversa.”

Ma contrariamente alle sollecitazioni della Chiesa tedesca che auspica il sacerdozio femminile: «Ammettere le donne ai ministeri ordinati dovrà essere facilitato in qualche modo altrimenti il futuro della Chiesa in Germania è difficile da immaginare» sostiene il Vescovo di Magonza. In questo caso le parole del Papa sono altrettanto trasparenti e sincere: «Il principio petrino non prevede che una donna possa accedere al ministero ordinato». Più chiaro di così! È la differenza, non l’uguaglianza da perseguire per lui.

Per Francesco non è trasformare le donne in preti, l’evoluzione, ma trovare alle donne un ruolo specifico nella Chiesa in base alla loro diversa sensibilità e ruolo sociale. In questo trova posto la sua apparente contraddizione sull’argomento.

Per quanto riguarda il celibato dei preti dichiara che “non è un dogma, ma una prescrizione temporanea, come l’ordinazione e come tale oggi c’è, ma domani chissà, ma io non mi sento pronto ad affrontare la questione”.

Ammettendo il suo limite sull’argomento lascia aperto il confronto, la ricerca di una sintesi, una linea conciliativa.

Altro fronte controverso  quello legato alle tematiche della comunità omosessuale. Rispondendo al gesuita americano Padre James Martin, molto attivo nella pastorale delle persone Lgbt, Papa Francesco dichiara che criminalizzare la condizione omosessuale è sbagliato. «Bisogna considerare anche le circostanze, che diminuiscono o annullano la colpa», perché «sappiamo bene che la morale cattolica, oltre alla materia, valuta la libertà, l’intenzione. E questo vale per ogni tipo di peccato». Il riferimento è diretto a tutti quei Paesi (oltre 50) nei quali l’omosessualità è ancora un reato perseguito e punito, in alcuni casi, addirittura con la pena di morte. Il Pontefice aggiunge che: “Dio è Padre e non rinnega nessuno dei suoi figli. E lo stile di Dio è vicinanza, misericordia e tenerezza”. All’accoglienza e alla mancanza di condanna non si affianca però quel sospirato e atteso consenso alle benedizioni di coppie gay. Ma anche qui la spiegazione è altrettanto chiara e non contraddittoria: si ama il peccatore, scrive la Congregazione per la Dottrina della Fede, ma questo non vuol dire ignorare ciò che resta un peccato. Benedire potrebbe essere preso per una forma succedanea di riconoscimento e di parificazione, quindi non si può.

E poi aborto, eutanasia, maternità surrogata, etica e morale. Sono tutti argomenti in cui il Papa, si pone come garante del rispetto dei princìpi fondamentali della Chiesa cattolica, così come il Presidente della Repubblica garantisce il rispetto della Costituzione.

Non si può chiedere ad un Papa di rinnegare o stravolgere il ministero ecclesiastico perché la secolarizzazione ha permeato e contaminato intere generazioni, con canti di seducenti “sirene” mediatiche.

Nel vangelo di Matteo (7, 15-20)  “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete”, si stigmatizza appunto  questa doppia modalità di vivere la fede.

Il cosiddetto “scollamento” tra realtà sociale e modello catecumenale è, in realtà, un falso problema. Chi lo evoca appartiene probabilmente a quella parte del mondo cattolico più incline alla dialettica fine a se stessa, alla filosofia del pensiero, ai virtuosismi semantici, che alla pratica.

I cristiani che preferiscono l’azione, invece, sono quasi sempre in prima linea, sulle spiagge del sud del mondo ad accogliere naufraghi, nei quartieri degradati, nelle comunità emarginate, nei luoghi di povertà fisica e morale. Capaci di comprendere esattamente le parole del Papa, senza trovarvi contraddizioni o punti di caduta e a superarli se il caso.