(QUASI) PRONTI AL NASTRO DI PARTENZA

Ci siamo. Quasi. Tutto pare procedere nel senso auspicato per Expo 2015.

Vietati gli scioperi o assenteismi il 1^ Maggio, ha ammonito Renzi, una mossa per giocare d’anticipo su possibili colpi di scena ad opera di sindacati che non aspettano occasione migliore per “buttarla in caciara”.

L’evento infatti si annuncia stratosferico, gli occhi del mondo saranno puntati su Milano e sulle eccellenze italiane, e qualche  facinoroso fuori campo potrebbe mandare un messaggio negativo, se non pessimo, agli investitori stranieri che, si spera per il nostro Paese, accorrano molteplici.

Qualche cifra: sei mesi di esposizione, un milione di metri quadri, migliaia di eventi. 144 paesi partecipanti, 3 organizzazioni internazionali, la società civile, il mondo delle imprese. Previsti ben venti milioni di visitatori da tutto il mondo. Due miliardi e cinquecento milioni di euro sarà il totale degli investimenti. Expo è una occasione ghiotta
per la città di Milano e per le imprese italiane più all’avanguardia, un palco d’onore per il nostro settore agroalimentare, una fi onda potente per rimettere in moto le realtà economiche del nostro Paese.

La colonna sonora dell’evento sarà “Nutrire il pianeta – energia per la vita”. Un’apoteosi analitica del cibo, inteso come bisogno primario ma anche piacere, cultura, innovazione e carta di identità di ogni popolo della terra. E se il luogo scelto è Milano questo, tradotto, signifi ca che l’Italia sul cibo fa scuola e non è seconda a nessuno.
Ermanno Olmi, Ambasciatore di Expo 2015, ha dichiarato che l’unica speranza per il futuro è il ritorno alla terra.

Ai contadini. “Alla zapp” diremmo in abruzzese. Il cibo, l’acqua, il rispetto della natura, la corretta fi liera tra chi produce e chi consuma, sono l’occasione unica per un cambio di rotta, forse l’inizio di un nuovo modus operandi (e mangiandi): non ultima la capacità di fare punto e a capo sulla scala valori della vita, puntando in primis a dare
senso a ciò che conta veramente scindendolo dal superfluo.

Se vogliamo dare retta alla teoria precisa del Maestro Olmi (ed è un piacere farlo) bisogna rivalutare la cultura contadina dei nostri antenati, quella sana anche se pesante, che a causa di un mondo che corre verso le innovazioni continue, abbiamo smarrito per strada. Ritornare, in pratica, alla salvaguardia del rapporto natura-uomo-terra, proteggendo le piante, dosando l’uso dell’acqua, evitando sprechi: questa è la migliore delle eredità
che possiamo lasciare ai nostri figli.

Certo, le leggi e regole di mercato sono basilari per lo sviluppo economico di un paese, ma questo non deve essere fonte di speculazioni che vadano poi a favorire chi specula anche e sopratutto sulla fame e la malnutrizione.
Olmi ha anche dichiarato al Corriere della Sera: «…Se potessi ricominciare da capo/cercherei di capire meglio gli animali/gli alberi/le stagioni/il giorno e la notte/perché gli uomini resteranno sempre un enigma…». Una posizione antica, forse demodè, su cui i Nativi d’America potrebbero darci lezioni e lezioni. Ma forse non è necessario andare poi così lontano per ricordare (se non altro dai racconti dei nostri Nonni) quando sulle nostre tavole c’era la
pagnotta che allora bastava per sfamare famiglie intere. Sulla stessa scia del ragionamento di Olmi, un altro grande protagonista: Papa Francesco. Anche per lui lo sviluppo è quando tutti ricevono il necessario, lo spreco è quello che nasce dall’interesse di qualcuno a lucrare e quindi smerciare sempre di più a discapito della qualità. In conclusione, sarà la terra la nostra salvezza, ma anche la creatività, il vivere solidale, un buon uso delle risorse, tenendo viva e vegeta la creazione intera rispettando la natura. Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a fare sempre le stesse cose”. (Albert Einstein)