C’è un momento preciso in cui capisci che la politica italiana ha definitivamente alzato bandiera bianca di fronte alla complessità. Coincide con il momento in cui un leader decide di affidare il destino del Paese a una card colorata su Instagram o a un video con la musica in trend su TikTok.
Che si tratti dell’andamento dell’occupazione o dei miliardi del PNRR, il copione è sempre lo stesso, collaudato e prevedibile: lo stesso identico numero ufficiale viene utilizzato dal governo per proclamare un miracolo economico degno del dopoguerra e dall’opposizione per gridare all’apocalisse sociale immediata.
Benvenuti nella democrazia del feed, dove il dato tecnico è solo un gancio per l’algoritmo e lo “spot” ha ufficialmente divorato la sostanza.
Politictok: quando lo slogan batte la competenza
Gli esperti di comunicazione la chiamano, con un filo di brivido lungo la schiena, “tiktokizzazione della politica”. È quel processo irreversibile per cui i programmi elettorali sono stati sintetizzati nei secondi canonici di un video verticale. Per sopravvivere alle spietate logiche di TikTok e Instagram, i nostri leader hanno capito la dura lezione: un’analisi approfondita sui vincoli di bilancio genera solo sbadigli digitali; un video di 15 secondi in cui si urla contro l’avversario genera visualizzazioni, commenti e, soprattutto, l’ambitissimo engagement.
In questo ecosistema, la competenza è diventata un accessorio vintage. I politici non vengono più valutati per la fattibilità delle loro riforme, ma per la capacità di catturare lo sguardo dell’utente nei primi due secondi, prima dello swipe successivo. Lo storytelling emotivo ha preso il posto del dibattito, e chi prova a imbastire un ragionamento minimamente strutturato viene punito dall’algoritmo con l’oblio digitale.
Il cortocircuito della sinistra (e la sindrome del professore)
In questa corsa alla viralità, l’area del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle balla con un ritmo decisamente fuori tempo. Il tentativo di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di rincorrere lo spot social si scontra regolarmente con un cortocircuito strutturale.
Temi complessi come i diritti civili, la transizione ecologica o i salari richiederebbero tempo, sfumature e, paradossalmente, persino dei testi da leggere. Ridotti a un meme o a uno slogan d’effetto, si sgonfiano, lasciando l’impressione di una perenne incompletezza.
A questo si aggiunge l’immancabile engagement gap (divario di coinvolgimento) e una spiccata tendenza al “professoralismo”. La sinistra parla spesso di argomenti che l’elettore medio percepisce come distanti anni luce dai problemi del carovita oppure ripete stringate generiche frasi sulla salute, gli stipendi e il Pil che non dicono niente di preciso, ma aleggiano proprio come slogan e basta.
IL CIRCUITO DELLO SPOT SOCIAL
[Dato Ufficiale Istat/Corte dei Conti]
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├─► GOVERNO: Isola il record assoluto ──► “Siamo primi in Europa!”
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└─► OPPOSIZIONE: Isola la percentuale ───► “È un disastro sociale!”
Il grande gioco del “Cherry Picking”: casi pratici
Ma come fanno a dire tutti il contrario di tutto restando (teoricamente) nei confini della legalità? Semplice: applicando l’antica e nobile arte del cosiddetto cherry picking (selezione mirata/arbitraria), ovvero la selezione scientifica dell’unico dato utile alla propria causa, ignorando comodamente le restanti novantanove pagine del report Istat* .
Prendiamo l’economia. Quando l’Istat certifica che il tasso di disoccupazione è sceso al 5,2%, la maggioranza stappa lo spumante e twitta la fine della crisi. Peccato che, nello stesso identico foglio, l’istituto rilevi che l’occupazione mensile è calata di 12mila unità e gli inattivi sono aumentati di 46mila persone. L’opposizione, ovviamente, oscura il dato generale e si concentra solo sulle 12mila persone rimaste a casa, parlando di “disperazione sociale” ed “effetto delle politiche fallimentari”. Entrambi citano la stessa fonte, entrambi dicono una mezza verità che, nei fatti, equivale a una narrazione totalmente distorta.
Lo schema si ripete sul PNRR. Il governo si vanta di aver incassato la maggior parte delle rate europee, dimostrando una puntualità burocratica svizzera nel centrare gli obiettivi scritti sulle carte di Bruxelles. Di contro, Conte e il PD sfoderano i report della Corte dei Conti ed evidenziano che la spesa reale nei cantieri – per fare asili nido e ospedali veri – è ferma a un misero 30%. La contabilità dei moduli viene spacciata per progresso dei lavori pubblici, e la guerra dei numeri ricomincia da capo.
La trappola dei social e la generazione dell’astensione
E i cittadini? In mezzo a questo bombardamento di dati truccati e opposti, l’utente medio dei social – soprattutto il giovane della Generazione Z – subisce gli effetti collaterali più pesanti. Esposto a un sovraccarico informativo (information overload) ingestibile, il cervello capitola.
Davanti a troppi stimoli contrari consumati in pochi secondi, si rinuncia a capire la complessità della macroeconomia e ci si affida all’istinto primordiale: il tifo.
Gli algoritmi fanno il resto, sigillando i giovani nelle echo chambers, le bolle digitali dove si vedono solo i contenuti che confermano le proprie idee pregresse* . Il dibattito pubblico si trasforma in uno scontro tribale dove l’avversario non è uno che la pensa diversamente, ma un bugiardo seriale da abbattere a colpi di commenti. Anche il fact-checking fallisce: se un sito smentisce il tuo leader del cuore, la colpa è del sito, ovviamente “venduto al sistema”.
Il risultato finale della politica degli spot non è la partecipazione, ma un profondo, rassegnato cinismo. I giovani non vanno più a votare non perché non gli importi nulla del Paese, ma perché hanno capito che il dibattito sui social è solo un gigantesco reality show. E di fronte a uno spettacolo dove i numeri sono flessibili come elastici, l’unica scelta sensata rimasta sembra essere quella di spegnere lo schermo e girarsi dall’altra parte.
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Esempio pratico.
In uno dei soliti talk show politici di governo e opposizione sono chiamati a rispondere alla stessa domanda:
Istat ha appena pubblicato i dati economici del trimestre [Istat]. C’è un clima di grande attesa. Partiamo subito dal tweet del Presidente del Consiglio: ‘PIL a +0,2%, l’Italia corre più forte di prima!’ [Istat]. Esponente della maggioranza, i gufi sono stati smentiti?”
La fine dello spettacolo (e della democrazia)
Il sipario sul talk show si chiude, la pubblicità sfuma e i politici tornano nei camerini a controllare lo smartphone. Non per verificare se l’economia del Paese sia davvero solida o al collasso, sia chiaro, ma per controllare quante visualizzazioni ha fatto lo spezzone video in cui urlavano in faccia all’avversario*.
L’algoritmo ha già emesso il suo verdetto: il reel con la citazione decontestualizzata sui dodicimila occupati in meno ha fatto centro, la card sul miracolo del PIL ha incassato migliaia di cuoricini. I dati ufficiali dell’ISTAT, nel frattempo, giacciono abbandonati sul tavolo della scenografia, ridotti a semplici coriandoli da lanciare durante la recita**.
È questo il capolinea della politica degli spot. Una messinscena permanente in cui i media tradizionali e le piattaforme digitali si alimentano a vicenda, trasformando la contabilità dello Stato in un reality show per tifosi da divano. Il prezzo di questo intrattenimento, però, è altissimo e lo pagano le urne, sempre più vuote, soprattutto di giovani*.
Di fronte a una classe dirigente che usa i numeri come elastici da tirare a proprio piacimento, i cittadini hanno scelto l’unica opzione sensata rimasta per non farsi prendere in giro: spegnere la televisione, fare uno swipe verso l’alto e abbandonare il campo. Il problema è che, quando lo spettacolo sarà finito e le luci dello studio si spegneranno, i problemi reali del Paese – quelli che non entrano in un video di quindici secondi – saranno ancora tutti lì ad aspettarci.
Fonti dati:
* [Orizzonti Politici].
**[Istat]
Raccolta dati e testo elaborato con AI


