La Citta' "perduta"

“Maggiore interazione fra cittadini e istituzioni”

teramo, panoramicaUna buona citta' di provincia, questo il desiderio che ognuno racchiude nel cuore. Parlo dei teramani che conservano il loro senso di identità territoriale, e che hanno la percezione di non desiderare una città troppo moderna, troppo progressista, troppo globalizzata. La "piazza", nella sua concezione di luogo d'incontro e di condivisione, ha sempre rappresentato il cuore pulsante del tessuto urbano. Vi sono piazze più importanti, ma anche piazzette dove ci si incrocia e si chiacchiera, soprattutto in provincia. Guardo oggi, con tenerezza, quei pochi anziani che improvvisano, all'ombra del grande albero di Piazza Martiri, un piccolo spazio di incontro costituito da poche sedie pieghevoli e uno sgabello per ritrovarsi a giocare a carte, ultima testimonianza di una delle vivacità della "piazza". Nelle strade del centro, molte attività commerciali hanno chiuso i loro esercizi e le scopri giorno per giorno. Una mattina vai spedita nel tale negozio e... lo trovi chiuso. Allora ti accorgi che le strade e le piazze della nostra amata–odiata città di provincia non hanno più la funzione che avevano, tanto da essere fondamentali per molte generazioni. Chi non ha mai pronunciato, quando si era ragazzi, la frase: "Ci vediamo a Piazza Dante?". Ben venga il guardare avanti non restando, romanticamente, attaccati al passato. Ma l'appartenere a una città che bastava così com'era, senza tanti sussulti, credo, ci avrebbe reso più sereni, senza peccare di municipalismo. Viviamo ora una realtà che ha una dimensione anomala: nel non riconoscersi più nella cittadina del passato e nel non essere una presenza funzionale che corrisponde al concetto di "città". Il divenire antropologico ha bisogno di maggiori certezze nel definire i propri luoghi e non rischiare che tutto il nostro tessuto urbano si trasformi in un "non luogo", come Marc Augè antropologo francese, ha profondamente analizzato. I comportamenti sociali e le scelte culturali sarebbero più equilibrati se maggiore fosse l'interazione tra chi vive la città e chi l'amministra.

“Quando a parlare (e a pagare) è il cittadino”

Teramo: discesa  San GiuseppeIl tema lavori pubblici, qualita' urbana e sicurezza, riveste a mio parere (che è quello di un tecnico) un carattere strategico: è difficile vivere bene in una città ove queste caratteristiche venissero meno. Teramo si muove, muta alcune sue caratteristiche, migliora evidentemente in alcune direzioni, paga purtroppo, per ragioni assolutamente inspiegabili, dei tributi al miglioramento e al progresso che non dovrebbe pagare. Che il problema del traffico fosse sostanzialmente insolubile, al di là di vari Piani del Traffico succedutisi in vorticosa successione fino a che un cambiamento radicale non fosse intervenuto appariva, ai tecnici ed a tutti i cittadini accorti, cosa ovvia. La nuova viabilità denominata Lotto Zero, che dopo una gestazione ventennale, ha visto la luce pochi anni fa, era attesa da alcuni come l'unica possibile soluzione, paventata da altri come un'opera troppo aggressiva nei confronti dell'ambiente fluviale sul quale si sviluppa il suo tracciato. Al di là di questa insuperabile polemica (gli uni non accetteranno mai le ragioni degli altri e così il viceversa), occorre chiedersi se un intero quartiere dovesse pagare un prezzo così caro al progresso, se circa una decina di edifici dovessero essere compromessi e, soprattutto, se questo prezzo fosse realmente necessario da pagare. Bene, la risposta è certamente no. Eppure questo prezzo lo si è pagato e le misure di mitigazione dei danni, come sempre accade, sono così tardive che quantunque arrivassero non sarebbero più sufficienti, in ogni caso, a svolgere il ruolo di mitigazione. A cosa è dovuto tutto questo? Come sempre questi grossolani errori sono dovuti alla prepotenza di chi opera nei confronti di chi osserva e generalmente subisce. Le ragioni di chi teme paventando scenari di rischio, vengono sempre percepite come foriere di inutili perdite di tempo ed anzi forniscono agli operatori, siano essi tecnici o politici, una ragione in più per affondare con prepotenza la spada, quasi a ribadire un primato di chi puo' (ed opera, e governa) su chi non puo' (ed osserva e subisce). Eppure sarebbe bastato poco, forse semplicemente una piccola dose di umiltà e si sarebbero potuti prevenire gli inconvenienti che invece, una volta provocati incombono pesantemente ed informa permanente sulla città. Pazienza. Altro esempio di questo errato e preconcetto modo di pensare e di operare è stato la costruzione del parcheggio interrato di Piazza Dante (e torno su un tema a me purtroppo caro). Quella che a suo tempo il comitato Piazza Dante aveva definito un'opera inutile, pericolosa ed impattante a soli pochi anni dalla sua inaugurazione si è rivelata esattamente quale paventato. Inutile poiché non ha apportato alcun beneficio apprezzabile alla situazione parcheggi della zona, anche a piano a raso ancora parcheggiabile. Pericolosa non solo per chi l'ha subita, ma forse anche e soprattutto per chi l'ha voluta. Certamente così fortemente impattante che alla fine dei giochi la città si è vista imporre la assurda ed irragionevole soluzione dell'accesso al parcheggio che ha comportato, per la costruzione delle rampe, la chiusura dell'accesso principale a Piazza Dante dal largo prospiciente la chiesa dei Cappuccini. Nonostante il comitato avesse indicato in un parcheggio al di sotto dei Tigli la soluzione alternativa e sostenibile a questa insostenibile opera, poiché l'indicazione veniva dal cittadino qualunque e non da chi opera e governa, non è stata affatto presa in considerazione. E così abbiamo una piazza senza il giardino superficiale promesso ai cittadini (a causa di problemi economici che immagino abbiano fatto prorogare sine die il tempo di sfruttamento a parcheggi del piano a raso), una piazza segmentata e segnata da decine di muretti disomogenei in forma e funzione, una piazza con grate per l'areazione non adatte allo scopo e deformate dai carichi, tanto da dare oggi origine a zone off limits, una piazza con un accesso pericoloso ove pedoni reticenti percorrono la via stretta di pertinenza delle sole auto, ed infine un parcheggio interrato con un accesso al sottosuolo, soprattutto quello destinato ai privati, molto complesso tanto che più di un'auto ha lasciato la propria vernice su una impertinente colonna in calcestruzzo. Ancora pazienza. Veniamo infine ad un tema sociale e di grande impatto. Teramo ha subito nel 2009, in forma molto più contenuta della città dell'Aquila, il sisma del 6 aprile. Nonostante la maggiore distanza epicentrale, a causa di una qualità urbana generalmente meno buona di quella aquilana, molte abitazioni sono state danneggiate e, tra queste, talune dichiarate inagibili. Due sono le osservazioni più allarmanti: incongrui della finalizzazione delle pratiche di rimborso da parte dello Stato ai cittadini per la riparazione dei danni subiti. A causa di una filiera oltremodo complessa, a causa della insufficienza di personale tecnico degli organi dicontrollo (Ufficio LLPP Comunale, Uffici Provinciali ex Genio Civile), le pratiche, il cui iter è partito più di tre anni fa non hanno generalmente avuto finalizzazione. Molte abitazioni lesionate continuano a degradare, molti teramani non possono ancora riabitare le proprie case. Preso atto della situazione, quello che ci si aspettava dai dirigenti degli uffici preposti alla disamina delle pratiche era una certa risolutezza ed un atteggiamento rivolto alla finalizzazione dei lavori di riparazione. Invece in molti casi il colloquio con gli uffici è lento e snervante, e nessuno conosce i tempi di un positivo auspicabile esito delle richieste. Ancora, purtroppo, pazienza. La seconda più seria osservazione riguarda la vulnerabilità in senso territoriale del patrimonio edilizio esistente. Causa un corpo normativo che fino a quasi la metà degli anni '80 considerava Teramo territorio non sismico, la quasi totalità degli edifici è stata realizzata senza alcuna accuratezza rivolta ad assicurare prestazioni accettabili in caso di terremoto. La quasi totalità degli edifici, se sottoposti oggi a valutazione di adeguatezza sismica con i criteri che la Scienza e la Tecnica delle Costruzioni attualmente ci offrono, ha prestazioni pessime, essendo capace di resistere al massimo a terremoti dieci volte meno intensi di quanto si puo' invece attendere a Teramo. Quale puo' essere l'atteggiamento del cittadino e soprattutto del legislatore di fronte a tale oggettiva situazione? E' inutile recriminare sul passato e cercare di capire se chi ha costruito 10, 20 o 30 anni fa lo ha fatto a regola d'arte o meno. In sostanza non c'è differenza. Infatti anche un edificio che fosse stato realizzato in passato rispettando ogni regola dell'arte, in assenza però di normativa sismica o osservando una normativa sismica ormai obsoleta, avrebbe generalmente prestazioni pessime e non darebbe ai suoi abitanti alcun grado di sicurezza ragionevole. Il problema è vasto, vastissimo. La soluzione non puo' essere che quella della allocazione delle risorse pubbliche e private nel recuperare sicurezza. La manutenzione degli edifici è infatti non solo, come purtroppo siamo ormai indotti a pensare, la tinteggiatura delle facciate, ma soprattutto la ricerca di quegli interventi che possano oggi supplire a quanto non fatto ieri in termini di capacità di sopravvivenza in caso di sisma. A questo punto la pazienza è finita e piuttosto che chiacchierare occorrerebbe operare. In questo panorama appare evidente che un ruolo rilevante è giocato dai tecnici che devono saper orientare i committenti verso la strada più giusta che segua, bilanciando opportunamente i due aspetti, il perseguimento di prestazioni tecniche accettabili ed il mantenimento di costi ragionevoli. Da tecnico non vedo che una soluzione tecnica ai diversi problemi sopra esposti, una soluzione che coinvolgendo per il tramite degli Ordini professionali diverse competenze tecniche possa garantire alla città un supporto operativo di qualità che venga consultato non soltanto, come è ovvio, nelle fasi tecniche di realizzazione ma, soprattutto, nelle delicate fasi di programmazione e pianificazione.

"Dalla politica porta a porta ai questuanti di favori"

Monumenti a TeramoQuelli che viviamo sono tempi decadenti, simili ad altri nel corso della storia. Come l'impero romano cadde sotto il peso della sua stessa grandezza, così oggi assistiamo al progressivo, inesorabile nichilismo a cuiconduce il consumismo estremo. Il superfluo ci ammazza. Il mio distacco da un modello di società che non mi appartiene nei principi ispiratori, morali, sociali e relazionali nasce dalla consapevolezza che non è più il valore della persona, il suo senso di responsabilità, a garantire la sincerità e l'onestà delle azioni. Non si mantiene più la parola. La discesa morale e sociale è osservabile soprattutto in politica, dove ad una vasta elargizione di promesse non corrisponde il rispetto delle aspettative sociali. Se in passato i politici andavano "porta a porta" a chiedere consensi, oggi la situazione è invertita e sono loro che ricevono file di "questuanti" in cerca di favori, posti di lavoro o soluzioni di problemi. Raramente vengono mantenute, ma la forza psicologica delle promesse è ancora molto importante. Anche la mancanza di sicurezza o di riferimenti chiari contribuisce alla debolezza psicologica soprattutto nei giovani, che si sentono disillusi, scoraggiati, depressi. Mai come in questo periodo la psicologia e la psichiatria cercano di dare risposte, con le parole o con la chimica, ai disagi giovanili. I miei ricordi teramani riguardano soprattutto il mondo universitario. Sono stato il primo Preside della facoltà di Scienze Politiche, eppure all'inizio ne avversai la scissione dall'ateneo di Chieti, ritenendo che Teramo non fosse adatta a sostenere tre facoltà. E anche perché, a mio avviso, il progetto nasceva da interessi personali della classe politica del tempo. Negli anni '70 l'ambiente universitario era molto politicizzato e la cultura prerogativa quasi esclusiva della sinistra. Oggi invece, forse scoraggiati dal basso profilo raggiunto, i giovani disinteressati rifuggono la politica, mentre i professori la vivono in modo ondivago. Questo clima non riguarda solo Teramo, fa parte del contesto globale. Tuttavia, tra gli aspetti che hanno avuto evoluzione positiva trovo molto utilile nuove tecnologie informatiche che consentono di studiare e di formarsi in modo diverso, sicuramente meno faticoso e più accessibile a tutti. Ed è in questa speranza di un migliore e più ampio approccio alla conoscenza, alla ricerca e all'impegno che riescoa ritrovare la stessa spinta ad andare avanti, che aveva chi nasceva povero, ma riccodi sogni e di progetti da realizzare.

"Lasciamo almeno la speranza ai giovani"

Castello Della MonicaHo letto con attenzione e interesse l'intervista all'avv. Walter Mazzitti: "Non ti riconosco più". Già il titolo lascia presagire il contenuto che, pur fondato su dati reali, appare troppo pessimistico. Io non vivo a Teramo, ma seguo con una certa partecipazione gli eventi della provincia e, particolarmente, del capoluogo. Ho appena presieduto una commissione degli Esami di Stato in un Istituto teramano, ebbene gli studenti mi hanno fatto intravedere passione e fiducia verso il futuro. Se noi, ogni giorno, bombardiamo il territorio con visioni horror, non vedremo mai sbocciare un sorriso sul viso di qualcuno. Non è il sorriso in sé che bisogna diffondere, poiché, come si diceva in romanesco antico, risus abundat in ore stultorum, mail significato di quel lampo che squarcia le tenebre della notte e lascia al naufrago la speranza di raggiungere la riva, riacquistare le forze e ripartire. I problemi affrontati nell'intervista sono molti, seri, importanti e coinvolgenti. Capisco che vedere il proprio paese perdere lo smalto di una volta fa male, però è anche molto triste una sentenza simile: "non c'è possibilità di recupero"! Il tempo, invece, che "con sue fredde alevi spazza fin le rovine", renderà giustizia degli errori passati. Lasciamo in eredità ai giovani almeno la speranza di lavorare per il futuro. Bisogna contare e investire molto sui giovani. È vero che l'università non garantisce più il lavoro, ma senza università il lavoro diventa miraggio. In quanto alla politica, un'analisi più approfondita va fatta. I vecchi partiti politici, allora nuovi, hanno ricostruito lo Stato dalle macerie del secondo conflitto mondiale e dal ventennio di dittatura, riaggregando la Nazione e dando consapevolezza e coscienza civile ad ogni cittadino. Oggi c'è bisogno di una scossa simile: nuove formazioni politiche che abbiano il coraggio di abbattere il vecchiume e di edificare il nuovo. Per fare ciò occorre credere nei giovani: non basta presentare all'università un problema o coinvolgerli su di una tematica. Bisogna cominciare prima, dalla scuola secondaria di I e di II grado, poiché, contrariamente a quanto si possa credere, questi ultimi vivono il territorio, sentono i problemi e, se adeguatamente informati, hanno facoltà di educare gli adulti al nuovo. Gli universitari, invece, vivono spesso goliardicamente, sono fuori sede e, pertanto, non hanno a cuore i problemi del posto, o pensano solo ai propri interessi immediati. Un'ultima osservazione mi spinge a considerare e a riflettere sull'autonomia dell'Università teramana. Forse i tempi erano più che maturi per tale evento e credo sia stata cosa buona e giusta. L'errore, invece, sta tutto nel fatto che l'Università è risultata molto staccata dal territorio. Si pensi, per un attimo, alle grandi opportunità avute con lo sviluppo enorme e straordinario della Val Vibrata e della costa teramana. Come docente in un liceo di provincia, insieme con altri colleghi, percepivo il divario tra lo sviluppo economico del territorio e quello culturale. Da qui la necessità di fare di quel liceo un vero polo di promozione e di sviluppo culturale e sociale e di rivalutazione dei beni storici, artistici e dell'artigianato locale. Là dove non arrivava l'università, si sfruttavano tutte le risorse umane e materiali disponibili. Il liceo scientifico di Nereto è nato proprio da questa esigenza; il liceo linguistico dallo sviluppo turistico della costa e dalle richieste dell'associazione degli albergatori. Lavorare in sinergia rende: allora, si faccia pure il mea culpa, ma non si resti solo con il capo cosparso di cenere.

"Non e' favorita dalla sorte"

teramo piazza garibaldiCaro direttore, accetto il tuo invito – dovuto, credo, all'antica amicizia che ci lega sin dai tempi del liceo - a esprimere la mia opinione, di cittadino comune, sulla attuale situazione della nostra Teramo. Purtroppo Teramo non è favorita dalla sorte, rispetto a tante altre cittadine della provincia centro meridionale, se non per la ottima posizione geografica rispetto al mare e alla montagna e per le deliziose colline che la circondano. Nessuna tradizione di artigianato qualificato o nessuna presenza di monumenti eccelsi la rende appetibile meta turistica (ovviamente con l'eccezione della Cattedrale), né la presenza di manifestazioni culturalmente valide o di antica tradizione migliora la situazione. Un esame obiettivo della situazione, con riferimento a quella che fu la situazione negli anni precedenti implica il riconoscimento delle premesse: la nostra città non ha mai brillato di luce propria negli ultimi due secoli ( e fisso tale intervallo di tempo tenendo per buone i tradizionali appellativi di "Atene del regno" , secondo J. Acton e di "dotta" nella popolare esemplificazione delle, allora 3 provincie abruzzesi "L'Aquila la ricca, Chieti la nobile, Teramo la dotta"). Come vedo la mia città, così com'è oggi? Come non certo la migliore città possibile, ma come una normale città di provincia, con i pregi e i difetti conseguenti. E se la rapporto alla Teramo della mia infanzia, con tutti i cambiamenti, grandi e piccoli, intervenuti, il giudizio non cambia. Asfittica dal punto di vista turistico e culturale allora, non brilla oggi. Più aperta verso il mondo, grazie alla realizzazione della autostrada A 24, che ci ha tratti fuori da un isolamento plurisecolare, e della A14 che ci ha consentito di raggiungere più agevolmente il nord e il sud Italia. Meno provinciale grazie all'Università, da sempre volano della piccola economia locale e preziosa per aver richiamato qui migliaia e migliaia di ragazzi dal resto del Paese e anche, con il progetto Erasmus, dall'estero. Concentrerei, se mi è permesso, focalizzare il mio intervento su due specifici argomenti: stato della città dal punto di vista della vivibilità e dell'aspetto; stato della cultura. Qualità della vita.......ammesso che sia facile utilizzare tale espressione in maniera universalmente condivisa, forse rispetto agli anni '70 peggiorata, ma solo nel contesto delle mutate condizioni generali. L'inquinamento che non si conosceva allora, anche oggi, ove si eccettui la presenza dei prodotti della circolazione dei veicoli a motori, non mi risulta un vero problema; servizi ai cittadini migliorati di sicuro. Non in linea – forse- con le virtuose provincie del Nord o centro Nord, ma accettabili, ove si tenga presente il gap reddituale esistente. Criminalità e micro criminalità assenti o quasi, quindi una città vivibilissima, come lo era 40 anni fa, una perfetta città per pensionati e bambini, come si soleva dire. Diverso potrebbe essere il giudizio in merito all'aspetto della città oggi, ma bisogna tenere presente sia le diverse esigenze createsi nel corso degli anni, sia il fatto che cambiamenti - anche discutibili o impattanti oggi - potrebbero rivelarsi una buona scelta nel futuro. Partendo dalla demolizione dell' "Arco di Monsignore" che tante polemiche provocò nel 1970 - ma che ha restituito al più notevole monumento cittadino la sua originalità - alla trasformazione di un brutto parcheggio (la parte sud di Piazza Martiri della Libertà) in un angolo vivibile con una simbolica fontana e un olmo), fino a giungere agli ultimi due, discussi interventi su Piazza Garibaldi e Piazza Dante, semmai potrebbe osservarsi che gli interventi non sono stati poi molti, e, comunque, non hanno modificato in modo significativo la città. Notevole e da appoggiare al di là degli interessi personali, sarebbe la pedonalizzazione totale del centro, con la conseguente creazione di più vasti parcheggi al di fuori delle mura. Sotto quest'ottica vedo positivamente la creazione del parcheggio di Piazza Dante - senza entrare nel merito delle soluzioni tecniche e dei problemi a esse collegate - anche tenendo presente che la detta Piazza non è tra le Piazze storiche di Teramo ( mi sembra di ricordare che fu creata nei primi anni del '900). La costruzione della Sala Ipogea di Piazza Garibaldi – anche qui senza entrare nel merito dell'opportunità della medesima, dei costi, dei finanziamenti e della realizzazione - mi lascia, invece, scettico, non tanto per la rimozione della fontana preesistente - che peraltro, se non vado errato, era stata spostata lì dalla attuale Piazza Martiri della Libertà nel primi del'900 - quanto per il fatto che la struttura stessa sia eccentrica rispetto al centro della città e che gli usi previsti siano generici. Certo, molte cose andrebbero e potrebbero essere migliorate, con poca spesa, rendendo più piacevole anche il passeggio cittadino: maggiore manutenzione della pavimentazione, in condizioni deplorevoli o scandalose in molte vie centralissime, nella rimozione della struttura di acciaio e vetro a Piazza S.Anna, con la restituzione alla cittadinanza di uno spazio da adibire a verde (visto che la Piazza è lastricata....), stante anche il discutibile valore attrattivo degli scavi, non fruibili e non eccezionali e la riapertura al pubblico uso di parte dei giardini a Piazza Madonna delle Grazie, chiusi (anche alla vista) da oltre 30 anni. Stato della cultura, e qui il mio intervento potrebbe degenerare divenendo prolisso. Il primo grande scoglio da superare è proprio il significato della parola "cultura" oggi. Credo sia palese che negli ultimi 40 anni sono cambiati gli scenari generali (e gli interessi personali): come definire un evento" culturale" oggi? E chi definisce cosa sia "cultura" e cosa non lo sia? Debbo, quindi, limitarmi alla accezione comune del termine (accezione datata....come me, del resto). Negli anni '70, ricordo il Premio Teramo (che di sicuro era ancora esistente pochi anni fa e forse ancora oggi?) seguito da pochissimi studiosi e appassionati locali e con un certo rilievo nazionale. Ricordo il Giugno Teramano, che nell'ambito di manifestazioni tese alla promozione turistica, includeva anche una stagione lirica; ricordo i saggi del Liceo Musicale, qualche rarissima rappresentazione teatrale e qualche, ancor più raro, concerto. Forse un laboratorio teatrale. La situazione attuale mi appare molto più dinamica, certamente per merito di pochi, ma l'importante è il risultato. Un laboratorio teatrale nato e prosperato grazie all'impegno del fondatore e di pochi altri entusiasti (Spazio 3); un'associazione che ha riportato (anzi creato) una stagione teatrale e musicale (Primo Riccitelli); varie associazioni culturali che, nei vari campi hanno sviluppato il panorama cittadino (Amici della Delfico; Teramo Nostra). Anche dal punto di vista strettamente istituzionale il restauro del Palazzo Delfico e la conseguente realizzazione della sala polifunzionale, nonché il trasferimento della Biblioteca Provinciale dai locali bui e degradati del liceo, hanno di sicuro dato nuova vita alla istituzione. Lo sviluppo del Museo Civico (pinacoteca) una volta perennemente chiuso e mai fruito, e la creazione del Museo archeologico, sono sicuramente eventi altamente positivi. Quanto poi questi (positivi) fenomeni siano il risultato di impegni personali e privati e non pubblici, non so dirlo, però sono realtà positive, introvabili e inimmaginabili negli anni '70.

"Lunga la lista delle occasioni perdute"

teramo: la citta' perdutaCaro direttore, mi chiedi una opinione sui durissimi giudizi espressi dall'avv. Walter Mazzitti nel precedente numero di "PrimaPagina" in merito alle condizioni e alle prospettive di Teramo. Difficile non condividere gran parte delle tesi sostenute, ricordando uomini e fatti di questo ultimo ventennio. Dopo il tramonto della vecchia Dc (che qui, com'è noto, vantava forse la sua roccaforte più solida e importante), la città si è sviluppata ed è sicuramente cresciuta. Ma senza il supporto, purtroppo, di un livello culturale e qualità della vita adeguati. Tutto si è compiuto all'insegna dello spontaneismo e del giorno per giorno, spesso indice di un incamminarsi verso il caos e il declino. A cominciare dalle tre principali piazze storiche del centro cittadino: Piazza Martiri, Piazza Dante e Piazza Garibaldi, che ora fanno da "termometro" al clima che si respira e si vive in città. Grandi spazi snaturati negli anni, in funzione di un utilizzo sbagliato e complessivamente negativo. La prima, Piazza Martiri, è ormai una passerella permanente di eventi d'ogni tipo, stracolma di gente e frastuono, fino a perdere e cancellare i requisiti di quella che, ormai solo a tratti, torna ad essere una gran bella piazza. Più avanti c'è la "nuova" Piazza Dante, imbottita di auto sopra e sotto, con la costruzione di un assurdo parcheggio sotterraneo. Infine, nelle vicinanze, Piazza Garibaldi (forse la più saccheggiata e sfortunata fra le tre), dove promettono che verrà presto collocato un auditorium interrato (e proprio nel punto in cui il traffico urbano diventa più caoticamente insidioso). Così cresce la città, la nostra, seguendo un tracciato e un disegno difficilmente comprensibili, pensati non si sa da chi. Forse, estratti dai bussolotti del caso? Ma restiamo a Piazza Garibaldi, per chiedere (ammesso che qualcuno voglia rispondere): se doveva cambiare qualcosa, in quella piazza, non era preferibile realizzarvi una galleria sotterranea? Con due o tre obiettivi sicuramente raggiungibili: per dirottarvi tutto il traffico che ora scorre (si fa per dire) in superficie; per restituire lo spazio ai pedoni, ospitando attività ricreative e culturali in una preziosa zona-vetrina del centro-città. E l'auditorium? Avrebbe potuto trovare più facile, idonea collocazione (e respiro) in uno dei tanti edifici dismessi e abbandonati sparsi per Teramo (alcuni davvero meritevoli di urgente recupero e valorizzazione). Altro tasto dolente, quello di una città con tanti giovani laureati e zero prospettive di lavoro. Problema italiano, non solo locale. Per quanto ci riguarda, il peccato d'origine è che si vive in un capoluogo di provincia privo di una propria "vocazione", necessaria per orientare e determinare crescita e sviluppo. Turismo, cultura, commercio? Che città è, la nostra? Abbiamo una connotazione e un marchio distintivi? Siamo stati bravi solo nel trascurare, non valorizzandole, alcune delle eccellenze che erano il tradizionale fiore all'occhiello del territorio. L'artigianato, per esempio (vedi alla voce rame, merletti, ferro battuto, ecc), ma persino la enogastronomia, che altre città in Abruzzo ora sanno proporre (e vendere) meglio di noi. Qui ci sarebbe da approfondire (e mi riservo di farlo in altra sede) lo scandalo dei soldi pubblici regalati a fiumi per corsi di formazione inutili e truffaldini. E c'è di più... Negli anni '80, la nostra provincia era assurta a Eldorado della piccola e media industria italiana, grazie a un "miracolo economico" portato ad esempio nei rapporti Censis e negli studi degli economisti più autorevoli. Un fenomeno straordinario, che non ci è servito però per prevenire i colpi della crisi, causa la lentezza e i ritardi con cui abbiamo affrontato un mondo in cammino verso le nuove sfide della globalizzazione. Insomma, abbiamo dormito sugli allori, con i soliti notabili inamovibili e bravi a riscaldare le poltrone. L' "università autonoma" ci è stata data, ma fin troppo staccata dalla città e dal mondo del lavoro, come se dovesse servire solo come fabbrica di neo-dottori disoccupati. Il tutto in un contesto civile e culturale carente di "dibattito e confronto", cioè di contenuti e valori. Come non ammetterlo? Con i soliti pochi sapienti a decidere per tutti, anche quando erano in ballo scelte decisive e strategiche. Anzi, "il dibattito", forse, non è mancato. Di chiacchiere se ne fanno a sufficienza, specie in una città di sordi. Ma a pontificare sono sempre i soliti, pensando all'unisono, e senza quei sani contributi decisionali che possono scaturire solo da un vero e libero confronto. La tendenza è di ignorare i "non allineati", ghettizzando chi "non è dei nostri". E se, fra questi, qualcuno osa una opinione dissenziente (come personalmente mi è capitato, per esempio, nei vari interventi sul Premio Teramo, Piazza Dante, Piazza Garibaldi, colline distrutte dal cemento intorno alla città, ecc.), scatta puntualmente un avvolgente silenzio tombale. Trattamento riservato all'avv. Mazzitti e a ogni maldestro molestatore dei soloni che, in città, esercitano i pieni poteri per...sbagliare da soli. Senza perdite di tempo in dibattiti e scambi di opinioni che non siano all'insegna del "detto fra noi". Con i risultati che si vedono in giro, in un capoluogo in sostanza sciatto e decadente. Come quell'impressionante disco volante atterrato recentemente a Piazza Garibaldi vuol simbolicamente testimoniare. A futura memoria. Mazzitti analizza altri aspetti negativi: 1-dell'Università, al servizio delle cattedre e delle carriere, più che degli studenti e del merito; 2-del Ruzzo, carrozzone politico-clientelare per raccomandati e tariffe alle stelle per un'acqua dal sapore di cloro, che costa più del vino; 3-di una città che si va disgregando e senza possibilità di recupero. Un pessimismo che, concludendo, non vorrei condividere. Ma occorre una buona dose di residua fiducia per credere che le cose possano cambiare velocemente, in una città che ora esprime il massimo del potere politico qui e in Abruzzo. L'appello va a quanti hanno in mano le redini di governo - in assenza di una forte, salutare e determinata opposizione -, i quali dovrebbero imporsi di ripensare (e subito) il rapporto con la città e i cittadini, mediante una corretta meditata lettura della realtà che li circonda. Senza autocelebrazioni fuorvianti e alla luce, per capirci, di una politica rinnovata e del buongoverno. Vuol dire affidarsi ai miracoli? Forse sì, ma se c'è chi conosce una strada migliore, si faccia subito avanti per indicarla a tutti noi sfiduciati e non.

La Citta' "perduta"

teramo: la citta' perdutaEccola qui la città romanticamente (nell'accezione culturale del termine) "disconosciuta" da Walter Mazzitti nel numero scorso di PrimaPagina. L'abbiamo raccolta, questa città "perduta" e consegnata, così come l'avvocato (pur sempre teramano?) l'ha raccontata, ad alcuni autorevoli personaggi locali, sollecitando il loro intervento. Giacché di molti di essi (e ne sentiamo la mancanza) non abbiamo sovente la possibilità di ascoltare il parere. La Teramo di Mazzitti appare un contenitore di strade (molte malconce), tra le qualisi aggirano persone senza una precisa identità. C'è il rammarico del tempo perduto. Di ciò che c'era e non c'è più, fino ad essere riassunta con un aggettivo: "incafonita". Per colpa, a dire di Mazzitti, di una politica avvinghiata a se stessa, e sorda a qualunque confronto o dibattito. Quella politica della quale l'avvocato ha fatto parte (come esponente di Forza Italia) e che ha sortito effetti lusinghieri (tuttora, per lui) nella Capitale. E' vero, la città non è un granché allo stato attuale. Sempre alla vana ricerca di un'identità che forse non acquisterà mai, a prescindere da chi siede o siederà sugli scranni di Piazza Orsini. Ma non lo è stata neppure in passato. Neppure in quegli anni Settanta, richiamati alla memoria. Magari in più saltellava (inevitabilmente) la giovinezza, vogliosa di imitare i fortunati metropolitani. E la smania di conoscere, leggendo, di informarsi, e di auspicare il confronto sui libri o ascoltando i veri "maestri". Che c'erano, nei vari campi, sapendoli cercare. Oggi sono quasi del tutto scomparsi. Condannati, i pochi rimasti, all'emarginazione dai tuttologi del nuovo secolo. Ma questa non è una vicenda teramana. E' la storia del tempo mutato, malamente per molti, del cosiddetto (tanto per usare un termine obsoleto) "progresso". Nel 2003, l'allora sindaco e attuale governatore della regione, Gianni Chiodi, in un suo intervento, in occasione della presentazione del progetto Cult, nella Sala San Carlo, a Teramo, dichiarò: "Se Teramo vuole vincere la sfida della competitività deve puntare sulla creazione di un ambiente favorevole per la collaborazione delle imprese tra di loro e con il mondo dell'Università e della ricerca, un ambiente favorevole all'imprenditorialità, un ambiente favorevole all'internazionalizzazione. Ma per quanto importanti, la ricerca, l'innovazione tecnologica, l'internazionalizzazione sono soltanto una faccia della medaglia. L'altra, è la cultura". E aggiungeva, spiegando: "Cultura non nel senso riduttivo del cosiddetto turismo culturale, ovvero di una concezione limitata all'intrattenimento e al tempo libero. Per Teramo, il ruolo della cultura deve andare molto al di là dell'intrattenimento turistico. Il ruolo della cultura non si deve esaurire nel passatempo più o meno colto, ma va cercato anche e soprattutto nella sua funzione di motore sociale in grado di suscitare e trasmettere senso di identità. (...) Ed allora dobbiamo, tutti insieme, ritrasformare Teramo in una città culturalmente viva, dinamica, propositiva, internazionale, in grado di offrire ai residenti e sopratutto ai più giovani continue opportunità di esperienze intellettualmente stimolanti che possano spingere ad investire di persona in nuove competenze (...). Invece accade purtroppo che si guardi solo e soltanto al passato, all'esistente, ai ricordi, alle cartoline, ai tempi andati, alla valorizzazioni delle tradizioni locali ed ai prodotti tipici. Per noi questi sono punti di partenza non di arrivo". Mai stato romanticamente (nel senso letterale del termine) nostalgico Chiodi. Non lo appare Mazzitti (nello stesso senso). Entrambi, in comune, hanno, però, l'evidente (per ora) presa di distanza da Teramo. Per impegni – e ambizioni - diversi. Si dice che più ci si allontana dalla "statua" e meglio la si osserva. Nell'insieme, forse. Ma i particolari – che poi sono quelli che fanno la differenza - sono offuscati. Dunque, continuiamo a confrontarci sulla città, che è la nostra. PrimaPagina ha aperto, dall'inizio, le sue pagine a tutti. Facciamone buon uso.