Banche & Territorio

Imprenditori, nuovi proletari

De MasiSono gli imprenditori il nuovo proletariato". Con questa frase il sociologo del lavoro, Domenico De Masi commenta la difficile situazione economica in cui versano soprattutto le piccole imprese, strozzate da una crisi che ha trovato nella stretta creditizia la sua espressione peggiore. "Nell'era della globalizzazione -spiega- da soli non ci si salva, e bisogna sapere chi sono le controparti, che oggi magari stanno in India o in Cina, e chi i veri alleati da cercare. Altrimenti, l'esito è la disperazione e la violenza, contro gli altri o contro se stessi. L'economia ha mangiato la politica, la finanza sta mangiando l'economia e le agenzie di rating stanno mangiando la finanza. È una sequenza di prevaricazione, una lotta tra carnefici e le banche, e soprattutto i banchieri, non fanno beneficenza". Secondo De Masi è necessario un cambiamento di prospettive, culturale, che riporti equilibrio tra mercati, lavoro, economia, produttività. Riguardo a quest'ultima il concetto stesso va stravolto: "Produttività oggi significa produrre il più possibile a prescindere dalla qualità. Ma noi non abbiamo bisogno di più oggetti ( i supermercati sono pieni di oggetti che rimangono non consumati). Abbiamo molto più di quanto possiamo arrivare a consumare. La nostra crescita è avvenuta a scapito di economie povere. Dove deve andare a finire questa crescita e perché? (i rapporti di reddito sono: Italia 37.000 dollari pro- capite, Cina 3.000 dollari procapite). Cresciamo a scapito di altri rapinando le economie povere che oggi non sono più disposte a farsi rapinare. Siamo già eccessivamente cresciuti –continua il sociologo -. Ora dovremmo decrescere perché la crescita non è l'unica soluzione, ma un mito criminale che ci fa assistere ad un aumento costante della forbice tra ricchi e poveri. Si pensi che Olivetti guadagnava 5 volte più di un operaio, mentre oggi Marchionne guadagna 1170 volte di più. Gli unici paesi dove la forbice tra ricchi e poveri sta diminuendo sono la Cina e il Brasile. Bisognerebbe quindi produrre solo ciò che serve, non il superfluo. Pensare a cambiamenti radicali, riconvertire ciò che non può più essere salvato". Quando si parla di cambiamenti e riconversioni non si può eludere l'argomento lavoro, perché in questi casi le due parole sono spesso preludio di licenziamenti, chiusure, esuberi. De Masi si sofferma sul concetto di "alleanza imprenditoredipendente contro la dittatura isterica, mostruosa, fortissima e avida dei mercati. L'abbattimento dei muri costruiti con mattoni di diffidenza, disprezzo e invidia per costruire realtà fondate su cooperazione dialogo, solidarietà e trasparenza. Sembrerebbe un'utopia – continua - ma se dobbiamo sognare, meglio farlo in grande". Il discorso scivola inevitabilmente sulla riforma del lavoro, sull'allungamento dell'età pensionabile e sulle misure per l'occupazione giovanile. "Il lavoro cresce poco, mentre i lavoratori crescono di più – spiega -. La tecnologia erode il lavoro, quello di tipo intellettuale ora è il 70%, ma è facilmente sostituibile. Solo per fare un esempio, le agenzie di stampa sostituiscono i giornalisti, così come l' iPad farà fuori tutti i giornalai, poi i tipografi . Cosa significa? Che aumenta il tempo libero, ma allo stesso tempo siamo al paradosso di iperoccupati e disoccupati totali. Più si allunga l'età della pensione, meno opportunità avranno i giovani di entrare nel mondo del lavoro. Bisognerebbe dividere il lavoro in modo equo. Lavorare, magari, fin quando si vuole (per alcune categorie, anche non smettere mai), ma di meno. Meno ore spalmate su un periodo più lungo, altrimenti i giovani non lavoreranno mai.

DIETRO LO SPORTELLO

banca dietro lo sportelloNel rapporto ABI 2011 sul mercato del lavoro nell'industria finanziaria si legge che "nel 2010 le banche italiane hanno affrontato la difficile congiuntura mondiale senza importanti ricadute occupazionali. Ma in un contesto generale particolarmente critico, si rende necessario continuare ad accrescere efficienza e dare prospettive di redditività. L'azione di controllo e razionalizzazione dei costi, anche del personale, resta fondamentale. L'organico ha subito un decremento intorno all'1% mentre il perdurare del ciclo economico negativo e le non incoraggianti previsioni per il futuro svantaggiano le banche commerciali, italiane e non, a favore degli intermediari concentrati su modelli di business più orientati verso attività finanziarie in senso stretto. Determinante il costo del lavoro unitario, pari a 74.600 euro, che è tra i più elevati nel panorama europeo, dove in media risulta pari a 56.800 euro. Significativi recuperi di redditività si potranno avere solo proseguendo l'azione volta a contenere i costi operativi complessivi. La trattativa sul contratto non può prescindere, quindi, da un'opportuna ed equilibrata combinazione di moderazione salariale e acquisizione di nuove flessibilità, sia all'ingresso dei giovani che nella gestione della prestazione di lavoro".

FONDAZIONE TERCAS

fondazione tercasLa Fondazione Tercas, nata nel 1992 dalla separazione della Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo e della Tercas Spa, è l'entità controllante del Gruppo Bancario Tercas. La Fondazione Tercas ha ceduto nell'ottobre 2006 il 15% della partecipazione in Banca Tercas Spa, pari a n. 7.500.000 di azioni ordinarie per un valore nominale di 3,9 milioni di euro. L'interessenza, alla data del 31 dicembre 2011, è scesa conseguentemente al 65%. La Capogruppo Banca Tercas possiede l'89,20% di Banca Caripe Spa e il 94,50% della controllata Terbroker Srl attiva nel campo della consulenza assicurativa. Le restanti percentuali del capitale sociale di Banca Caripe sono in mano a soci privati (5,8%) ed alla Fondazione Pescara Abruzzo per il 5%. Le società veicolo sono consolidate in applicazione del Sic 12 nonostante Banca Tercas non possegga alcuna partecipazione nelle stesse poiché costituite nell'esclusivo interesse della Capogruppo. Banca Tercas controllata dalla Fondazione Tercas con una quota del 65% del capitale è, tra l'altro, azionista della stessa Banca d'Italia con 115 quote di capitale e un voto (sui 539 complessivi) all'assemblea dei partecipanti. Gli azionisti sono: Fondazione Tercas per il 65% e gli azionisti privati per il 35%. Le partecipazioni detenute dal gruppo sono: Ag.en.a S.r.l, Alfa S.p.a, Assicuratrice Milanese S.p.a, Banca D'Italia, Banca Interregionale S.p.a, Centro Agroalimentare, Centro Factoring, Centro Iperbarico Polivalente e Ricerca S.p.a, Consorzio per lo sviluppo industriale Teramo, Cse s.c.a.r.l., Eurocasse Sim S.p.a, Fira Servizi S.r.l, Fira S.p.a, Gran Sasso Laga S.r.l, Gran Teramo Soc Cons. a.r.l, Interporto Val Pescara, Intesa San Paolo S.p.a, Isveimer S.p.a, Mps Capital Service Aor, Quote Idroenergia Soc. - Saga S.p.a - Sia Ssb S.p.a - Siteba S.p.a, Swift, Terbroker S.r.l e Terfinance S.p.a.

Banca di Teramo e i suoi 'vuoti'

ANTONIO TANCREDILa Banca di Teramo di Credito Cooperativo nasce nel 1996 per volontà dell'on. Antonio Tancredi, fondatore e primo presidente dell'istituto. La sua recente scomparsa, oltre a lasciare un vuoto istituzionale legato alla sua figura politica, ha reso noto un ulteriore "vuoto", quello del bilancio, che per la prima volta nella storia dell'istituto bancario segna una perdita di circa 3 milioni di euro. Nella relazione di bilancio è ampiamente illustrato che :... "La Banca di Teramo ha risentito delle tendenze in atto è si è trovata a dover fronteggiare un relativo ridimensionamento dei volumi intermediati e a governare il deterioramento del portafoglio creditizio. la Banca ha valutato con favore la cessione pro soluto delle esposizioni in sofferenza. La cessione ha consentito di realizzare nell'immediato la liquidità derivante dal netto ricavo delle posizioni cedute. Relativamente alla operazione di cessione pro-soluto, il portafoglio di crediti classificati in sofferenza, acquistato dalla cessionaria Veni Finance srl, primaria società operante nel settore, è stato di n. 367 posizioni per un totale di n.734 rapporti. Di particolare rilievo è stato il corrispettivo ricevuto. A fronte del monte sofferenze per complessivi 10.669.554 euro sono stati realizzati 3.137.000 euro, per una percentuale di realizzo del 29,40%. Le procedure esecutive, in seguito alla pesante crisi economica in atto, hanno tempi e modalità lunghi ed incerti e i prezzi di aggiudicazione sono significativamente bassi. Gli immobili vengono venduti solo dopo ripetuti esperimenti d'asta andati deserti, con aggiudicazioni ad un prezzo di gran lunga inferiore rispetto al valore stimato dal C.T.U Tale fenomeno determina una consistente riduzione della previsione di recupero del credito interessato e, quindi, dell' incasso finale da parte della banca".

Quando il credito è COOPERATIVO

credito cooperativoE' tra le realtà bancarie dotate di una più capillare presenza territoriale nell'ambito dell'industria bancaria italiana. Tale caratteristica è conforme al principio di vicinanza e prossimità che fa parte del modello di servizio alla clientela proprio di una banca cooperativa a radicamento locale. A dicembre 2011 si registrano 412 BCC (pari al 54,4 per cento del totale delle banche operanti in Italia), con 4.411 sportelli (pari al 13,1 per cento del sistema bancario). Anche nel corso del 2011 le dipendenze delle BCC-CR sono aumentate (+36 unità ), a fronte di una leggera contrazione registrata nel sistema bancario complessivo. A settembre 2011, le BCC-CR rappresentavano ancora l'unica presenza bancaria in 554 comuni italiani, mentre in altri 546 comuni avevano un solo concorrente. Alla stessa data, le BCC operavano in 101 province. Il numero complessivo dei clienti delle BCC-CR supera a dicembre 2011 i 6 milioni. I dipendenti delle BCC-CR a fine 2011 erano circa 32.000 unità (+1,2 per cento annuo contro il -0,4 per cento registrato in media dal totale delle banche); ad essi vanno aggiunti gli oltre 4.700 dipendenti di Federazioni Locali, società del GBI, Casse Centrali e organismi consortili, per un totale di oltre 36.500 unità. Il numero dei soci era pari alla fine del 2011 a poco meno di un milione e duecentomila (1.156.711 unità), con un incremento del 10 per cento negli ultimi dodici mesi. Gli impieghi lordi a clientela delle BCC-CR ammontavano a dicembre 2011 a 139,9 miliardi di euro. Considerando anche i finanziamenti erogati dalle banche di secondo livello, gli impieghi della categoria approssimavano i 151,8 miliardi di euro, per una quota di mercato del 7,7 per cento. I mutui delle BCC-CR a dicembre 2011 risultano pari a 92 miliardi di euro, con una crescita annua del 5,5 per cento. Il credito concesso è stato adeguatamente accompagnato da una congrua richiesta di garanzie che risultano coprire un'ampia porzione del portafoglio di impieghi. In particolare appare elevata la quota di impieghi sostenuta da garanzia reale (54,6 per cento a metà 2011). Con specifico riguardo alla clientela "imprese" il rapporto sofferenze lorde/impieghi era pari a fine 2011 al 6,3 per cento per le BCC, in progressiva crescita negli ultimi mesi (5,1 per cento a dicembre 2010), A fine 2011 le partite incagliate delle BCC-CR risultavano in crescita del 16,5 per cento con una incidenza sugli impieghi del 4,9 per cento. (4,4 per cento a fine 2010).

TERCAS: FRA CRISI E RINASCITA

bancaLa parola ai sindacati.

Il piano di ristrutturazione del Gruppo Tercas, iniziato con la riorganizzazione della direzione generale, all'indomani dell'intervento degli uomini di Bankitalia, prevede una serie di prepensionamenti e forse una ricapitalizzazione.  

Al tavolo di concertazione i sindacati portano le preoccupazioni dei dipendenti sui numeri dei posti di lavoro a rischio.

Il segretario regionale Fiba Cisl Claudio Bellini parla di una manovra "a saldo zero e che provvederà ad accorpare alcuni uffici con pochissimi addetti: dai 40 iniziali si passerà a circa 20 senza reali ripercussioni sul personale, nemmeno in termini economici". Una soluzione che potrà permettere invece nuove assunzioni per un turn over annunciato da tempo. Successivamente sarà riorganizzata la rete con accorpamenti di quegli sportelli che, dopo la fusione con Caripe, possono creare sovraesposizioni, come a Montesilvano, dove per fare un esempio, ce ne sono due a soli 200 metri  di distanza. Si taglieranno filiali anche nelle Marche e nell'Emilia Romagna (Bologna), e probabilmente anche in Umbria. La ricapitalizzazione del gruppo è un'altra importante questione, soprattutto, continua Bellini per "capire se l'aumento di capitale già attuato di circa 60 milioni di euro potrà essere sufficiente o se ne occorrerà ancora un altro per consolidare l'autonomia del gruppo. Infatti se i soci si opporranno alla seconda manovra, c'è da attendersi la discesa di qualche gruppo del Nord, e allora addio autonomia". Bellini comunque sembra ottimista e sostiene di aver ricevuto dichiarazioni favorevoli: "Ora tocca al commissario dichiarare se c'è bisogno ancora di un'altra ricapitalizzazione e di quale entità, e individuare la quantità reale dei crediti . A novembre si dovrebbe avere un quadro più chiaro – insiste Bellini-. Il clima è buono e a livello strutturale la banca funziona. Basti pensare agli ottimi risultati della semestrale e allo stato patrimoniale sano, ma soprattutto alla raccolta che supera gli impieghi (anche di 2 mln di euro al giorno). Insieme alle cartolarizzazioni dei crediti in bonis in atto (per 200 mln di euro) fanno ben sperare in una soluzione positiva". Riguardo ai prepensionamenti, secondo Bellini ci sono due strade: già oggi 35 unità posseggono i requisiti necessari e poi, in vista del ricambio generazionale, c'è il fondo di solidarietà interno che garantisce 5 anni di contributi e che potrà incentivare all'esodo altre 30 unità. Certamente non si prevedono esuberi. Francesco Trivelli segretario regionale della Fisac-Cgil esprime una critica positiva sulla riorganizzazione anche se "ci sono senza dubbio delle questioni che vanno discusse e risolte e al tavolo di concertazione mancano alcuni aspetti importanti. Sicuramente ci troviamo di fronte a una situazione grave ed è obbligo di tutti trovare la soluzione più idonea, ma gli accordi non possono prescindere dalle tutele dei dipendenti. Chiusure e accorpamenti, ristrutturazione trasferimenti, tutto deve essere vagliato tenendo presente le ricadute in termini di sacrifici per i dipendenti. Compito dei sindacati è coniugare il bisogno di ristrutturazione con bisogno di tutelare diritti. Tuttavia il commissario è persona con grande senso di responsabilità, capace di risanare l'azienda". BancaTercas è molto importante per il territorio come tutte le banche di natura locale. Non c'è il rischio di perdere questa peculiarità? "Certamente – continua Trivelli – Questi accorpamenti rischiano di annullare la relazione particolare che le banche locali hanno con le economie locali. Come sta avvenendo per la CARISPAQ e la BLS, in fase di assorbimento da parte della Banca Popolare dell'Emilia Romagna, che rendendole nazionali ne snaturerà le caratteristiche regionali laddove i piccoli istituti hanno la conoscenza personale dei piccoli imprenditori". Le riorganizzazioni servono a mantenere i livelli di lavoro? Cosa serve veramente per lo sviluppo? "La parola d'ordine per tutti è abbassare i costiinsiste il sindacalista –, ma per risparmiare non basta tagliare perché i piccoli istituti hanno la conoscenza personale dei piccoli imprenditori. Per risparmiare sui costi doppi si potrebbe iniziare dai posti nei consigli di amministrazione, partendo dal vertice quindi e non sempre dalla base". Che peso ha la politica in questo? "La politica ha il suo peso- conclude Trivelli - e quando manca un soggetto politico che sposi gli interessi del territorio, il confronto aziendale è più duro. Ma i sindacati servono anche e soprattutto a stimolare il dibattito e a dire alle persone che non sono sole".

“LOCALISMO BANCARIO” URGE

cna teramoIntervista a Gloriano Lanciotti, direttore provinciale di Cna

In un recente convegno tenutosi presso la Banca Di Teramo, sul futuro della città, il dibattito seguìto ha visto contrapporsi il mondo politico e imprenditoriale locale soprattutto sulle responsabilità. Da un lato, il senatore Tancredi respingeva energicamente le accuseche vogliono vedere nella classe politica in genere il "capro espiatorio di tuttii mali" attuali, dall'altro il mondo imprenditoriale,in quella sede rappresentato dalvice presidente di Confindustria Fabrizio Sorbi, che vede invece nella politica attuale ingerenze negative, se non addirittura assenza di azioni e programmi necessari per superare la crisi. Il confronto tra le parti, nel nostro territorio, si sta facendo molto acceso proprio per lo scollamento tra economia reale e filosofie socio-politiche. E in un contesto territoriale circoscritto come è quello teramano, fotografa una situazione sempre più drammatica soprattutto nelle relazioni banche-imprese. In un momento in cui tre banche locali (che riassumono la quasi totalità dei soggetti economici della provincia) presentano bilanci e situazioni in sofferenza, e che necessitanoesse stesse di interventi di controllo e ristrutturazione, le preoccupazioni degli imprenditori si acuiscono e da tutte le associazionidi categoria arrivano richieste diazioni concrete non più procrastinabili. Diquesto avviso Gloriano Lanciotti, direttore provinciale di Cna, e componente delconsiglio di amministrazione di una bancadi credito cooperativo: "Questa provincia ha visto negli ultimi anni un fiorire di banche e molte sono proprio banche di credito cooperativo. Solo in Abruzzo ce nesono otto e di queste, quattro sono teramane- esordisce-. E stanno per arrivarne altre due: la BCC del Vomano e quella della Vibrata che ha già ottenuto l'autorizzazione della Consob. E' senz'altro un indicatore di ricchezza perché le banche nascono laddove ci sono condizioni utili. Se Teramo è in assoluto un territorio ricco di sportelli lo si deve al suo tessuto economico dinamico, ma questo non implica necessariamente che ci sia più credito".Le banche teramane, a cominciare dalla Tercas, vivono momenti delicati. Qual è la sua opinione a riguardo? "Intanto spero decisamente che Tercas rimanga teramana. Se la perdessimo, sarebbe un altro pezzo di economia che se ne va. Evidentementesono stati commessi degli errori,dal manager al consiglio di amministrazione(che, ci tengo a dire, è composto da persone perbene), qualcosa deve essere sfuggito di mano. Il management aveva realizzato grandi cose e altri i progetti erano in corso di realizzazione. Ambiziosi, forse troppo, e gli errorihanno avuto un peso maggiore dei successi. O forse il consiglio di amministrazione avrebbedovuto vigilare di più, ma questo non sta a noi dirlo, lo decideranno gli organismi competenti". La "sofferenza" delle banche tuttavia ricade pesantemente sulle imprese. "Le banche dovrebbero tornare a fare il loro lavoro, che è servire l'economia e le imprese e non viceversa. Il nostro tessuto imprenditoriale è fatto di piccole e piccolissime aziende che sono per lo più di tipo familiare. Nella nostra provincia ci sono circa 40.000 partite iva, il 90% di esse ha meno di 10 dipendenti. La Tercas in passato ha sempre dato risposte, ha assistito e condiviso i progetti imprenditoriali. Ora vedo una banca ancora lontana dai problemi e dalle esigenze delle piccole aziende. Ma le responsabilità appartengono anche al mondo politico che, soprattutto in un contesto locale, è determinante, e con le proprie ingerenze provoca danni maggiori. La gestione delle banche andrebbe affidata alle imprese, la politica dovrebbe starne lontana". Nonostante le misure dei governi e dei governatori l'accesso al credito continua ad essere difficile, perché? "Perché le banche hanno preferito investire le liquidità erogate dalla BCE in titoli di stato, dando la precedenza al loro conto economico, piuttosto che a quello delle imprese. I titoli di stato hanno un rischio zero, ed è più semplice e più sicuro che dare soldi alle imprese. Questo è un ragionamento di prudenza, comprensibile, ma a mio avviso sbagliato. perché uccidere le imprese significa far morire anche la banca. E qui mi riallaccio al pensiero sulla politica che deve intervenire sì, ma per dare indirizzi, non solo occupando posti e poltrone. Finanziare le imprese significa rimettere in moto l'economia del territorio". In questi anni di crisi, paradossalmente le banche più vicine alle imprese sono state proprie le BCC. Stanno sostituendo il sistema bancario tradizionale? "Le BCC possono fare molto, ma hanno deilimiti. Ad esempio, le grandi operazioni hanno ambiti più limitati, ma sono state e sono estremamente utili. Le nostre quattro BCC sono le sole che stanno dando risposte, seppur limitate. Nel 2011 hanno cessato la loro attività 175 imprese artigiane. Se si calcola che ognuna di esse ha almeno due dipendenti, significa che circa 500 persone hanno cessato l'attività, cifra paragonabile a una grande azienda, e le banche hanno avuto la loro responsabilità chiudendo i rubinetti. Purtroppo spesso le banche locali hanno un'eccessiva etichettatura politica, che può essere molto condizionante e a volte in senso negativo. Le logiche economiche sono diverse dalle logiche politiche. Io credo che debba esserci più autonomia. E condivido pienamente il fatto che nei nuovi statuti delle BCC c'è assoluta incompatibilità tra cariche politiche e incarichi in consiglio di amministrazione. Noi abbiamo sostenuto le imprese con i nostri confidi. Ci stiamo sostituendo con le nostre garanzie a quelle degli imprenditori che hanno sempre più i bilanci in difficoltà. Ma non abbiamo le risorse sufficienti. La regione Abruzzo da tre anni non eroga i fondi FAS." A proposito di regione, circa tre anni fa la riforma Castiglione e la legge sui Confidi. Qual è la situazione? "Nel 2010 c'è stata la riforma sulla legge dei Confidi. CNA ha messo insieme undici Confi di e cooperative di garanzia creando FIDIMPRESA, ma ad oggi ancora nessun risultato. Niente fondi. Sinceramente non è più tempo di enunciazioni, ma di fatti concreti e la politica deve tornare a fare politica, magari con volti nuovi e possibilmente presi dalla società civile. Da quasi trent' anni, invece, abbiamo sempre gli stessi nomi e cognomi, tramandati da generazioni, ma questa provincia ha molto di più. Il problema è che mettersi in discussione è difficile, laddove si giocano partite diverse. Io mi confronto tutti i giorni con problemi pratici. I tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni sempre più lunghi sono atti pratici che non si conciliano con i tempi della politica. Bisogna investire sulla società civile, Sono convinto che farebbe bene a tutti tornare in azienda o in ufficio, nella vita normale, dove vivere è molto più difficile di quello che si può vedere dagli scranni di un parlamento".

UN PAESE “IN ATTESA”

un paese in attesaAnalisi di Ipsos per Cna

Qual è oggi il "sentire" profondo degli italiani di fronte alla crisi? Ma, soprattutto, cosa pensano, quali preoccupazioni hanno,quali sono gli orientamenti di voto dei ceti produttivi, ecioè imprenditori, artigiani, dirigenti e liberi professionisti?Partendo da questo set di domande la Cna ha chiesto a Ipsos di sondare gli umori del Paese. I risultati parlano di una Italia in "attesa", di una fortissima preoccupazione per il debito e per la situazione dell'occupazione. Novità da registrare, e su cui riflettere, anche per gli orientamenti di voto dei ceti produttivi, dove il Movimento 5 Stelle di Grillo tocca il 21,7%. Ecco in dettaglio l'analisi dei dati. 1. Crisi della rappresentanza Le priorità dei cittadini e dei ceti produttivi - spiega la nota di Ipsos per la Cna - del Paese coincide nei due aspetti principali: fortissima è, naturalmente, la preoccupazione per la situazioneoccupazionale da un lato e dall'altro per lo sviluppo e la competitività del sistema paese. Le dimensioni e il peso della crisi sonopresenti a tutti. Accanto a questi aspetti si mantiene elevata l'apprensione per il risanamento finanziario e il debito pubblico. Ma i ceti produttivi evidenziano una maggiore inquietudine per la situazione politica nella quale versa il Paese: il 41% di imprenditori, artigiani, dirigenti, professionisti si dichiara preoccupato per questo aspetto, 9 punti in più rispetto alla media dei cittadini. Questo primo dato, che emerge con nettezza chiarisce il problema centrale: la classe dirigente del Paese si trova in questo momento sostanzialmente priva di riferimenti forti e guarda al quadro politico con grande apprensione. Tutte le principali istituzioni sono coinvolte da queste perplessità. Solo la Presidenza della Repubblica, che ha rappresentato un punto di riferimento sempre più forte negli ultimi anni, sembra immune, insieme in parte ai governi locali. In difficoltà invece l'Unione Europea, che gode la fiducia della maggioranza dei cittadini (55%), ma si abbassa tra i ceti produttivi, dove la fiducia scende al 46%, sotto la maggioranza. D'altronde emerge anche da altre recenti indagini che le critiche si accentrano in particolare sulla Germania, le cui scelte, che sino ad ora hanno avuto scarsa attenzione per la crescita e il salvataggio degli stati mediterranei, creano problemi a chi combatte tutti i giorni per la tenuta della propria impresa. Ma se sull'Unione Europea rimane comunque consistente il margine di fiducia, per la politica nazionale si apre un baratro: Camera e Senato godono di una stima estremamente bassa, pari a poco più di un quinto degli intervistati, in questo caso sostanzialmente allo stesso livello dei cittadini. Al punto più basso i partiti: solo 7% esprime fiducia, la metà esatta del già basso credito che emerge tra i cittadini. 2. Orientamenti di voto Le grandi coalizioni, che hanno dominato la scena politica dell'ultimo ventennio – si legge nella relazione di Ipsos per la Cna - godono oramai di una bassa fiducia: tra i ceti produttivi centrosinistra e centrodestra sono allo stesso livello (circa il 20%), molto bassa la fiducia nel centro (8%), mentre è decisamente più elevata il credito aperto al Movimento 5 Stelle (19%, sei punti sopra i cittadini italiani presi nel loro insieme), che sembra per molti rappresentare, se non proprio un'alternativa,una risposta efficace ad una politica semprepiù screditata. Ma al primo posto troviamo la sfiducia: 32% non sceglie nessuna delle coalizioni o dei movimenti proposti. In sostanza i tre principali poli godono di un credito inferiore alla metà deiceti produttivi. Questa situazione si determina per la nettissima contrazione della fiducia nel centrodestra: coalizione maggioritaria nel2008 (54% dei ceti produttivi le dava credito), il declino comincia nella seconda metà del2010, dopo la frattura di Fini, con le differenze sempre più manifeste nel governo evidenziate dalla diarchia Berlusconi-Tremonti, con la percezione di uno stallo del governo del "fare". Oggi la fiducia nel centrodestra è ai minimi storici (20%). Ma non è compensata dal centrosinistra, che negli ultimi mesi è sostanzialmente sceso agli stessi livelli (21%). La fotografia delle intenzioni di voto attuali (giugno/luglio 2012) dei ceti produttivi dà conto della situazione sino ad ora descritta: Il centrosinistra (nella versione della "foto di Vasto" peraltro sempre più sfuocata), è al primo posto negli orientamenti di voto delle classi dirigenti, mentre il centrodestra è a un livello di consensi assai basso ed in linea con gli orientamenti della popolazione italiana. Lo stesso avviene per il centro. Ma l'attenzione per il movimento di Beppe Grillo si conferma appieno: in questo momento avrebbe un consenso superiore a quello del Pdl e sostanzialmente identico al Pd. Nell'arco del tempo il comportamento di voto dei ceti produttivi ha visto una crisi netta del centrodestra (che era al 60% nel 2008) e un incremento del centrosinistra nel 2010 cui è seguita una sostanziale tenuta. Impetuosa la crescita del movimento di Grillo, raddoppiato negli ultimi mesi. In sostanza potremmo dire che il centrosinistra vince ma non convince. La vasta area "grigia" (incertezza ed astensione) e la crisi drammatica di rappresentanza indicano con evidenza l'attesa di una proposta nuova che ancora non si è concretizzata. Ma questa attesa non riguarda solo i ceti produttivi: tutto il paese la sta aspettando.

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