LA CAPORETTO DELLA SINISTRA MONTORIESE

L'infelice “Caporetto” della sinistra Montoriese si consuma, in una grigia mattina di domenica, con le dimissioni in blocco dell'intero gruppo dirigenziale del Partito Democratico locale.

La questione delle “tessere”, annosa, stucchevole, inutile, ha fatto sì che in pochi mesi venissero dissimulati limiti e bassezze di una politica locale che, troppo spesso, non è Politica nel senso nobile del termine ma, molto più semplicemente, una specie di perenne “conta della serva” tesa sempre a soppesare il peso specifico di ogni corrente, interna o esterna che essa sia.

“Sudditanza”, per l'appunto, è il primo sostantivo che viene alla mente leggendo tra le righe del comunicato di dimissioni della segreteria del Partito Democratico.

La piccola politica locale, sia essa di destra o di sinistra, quando si lega a partiti di rilevanza nazionale, risulta essere perennemente in balia di capibastone provinciali e regionali, con tutti i limiti, in termini di autonomia, che questa sudditanza implica.

I partiti e le istituzioni della periferia dell'impero vengono ridotti al misero ruolo di valvassori di basso rango: strumenti silenziosi e servizievoli di una politica che destina altrove, e in altri luoghi, l'onore e l'onere del reale processo decisionale che i nostri cittadini, successivamente, sono costretti a subire.

L'accentuata sudditanza di cui soffrono i politici locali evidenzia come Montorio al Vomano, a livello politico, non sia, oggi più che mai, il “centro del mondo” istituzionale ( al di là di ciò che qualcuno vuol far credere ) ma, al contrario, una mera riserva Indiana di voti e clientela da sfruttare esclusivamente in periodo elettorale.

Va dato atto al Segretario del PD di Montorio al Vomano di aver dato testimonianza pubblica, a mezzo delle Sue dimissioni, di questo penoso meccanismo che coinvolge tanto i dominanti quanto i dominati.

Il comunicato del Partito Democratico locale, che finalmente fa i nomi e cognomi degli amministratori “neotesserati”, sancisce altresì in modo irreversibile la fine dell'esperienza civica denominata “Si può fare”.

Se in molti, consiglieri e non,  hanno già abbandonato da tempo questa esperienza “politica” risulta evidente come altri, i tesserati PD, stiano già guardando oltre e lavorando alacremente per riservarsi un posticino in penombra, sotto il protettivo cappello “Democratico”.

Rimane, anche in questo caso quale unico dato positivo, la buona fede di coloro i quali avevano realmente creduto alle buone intenzioni di chi si professava ormai svincolato da ogni implicazione politica e che, evidentemente, ha utilizzato “Si può fare” non come laboratorio civico, completo in se stesso e per se stesso, ma come semplice strumento atto a catapultare altre ambizioni in ben altri lidi.

di Riccardo Panzone