Oscar Straniero - ASTROFISICA, DOMANDE IMBARAZZANTI

oscar_stranieroPrimaPagina edizione Dicembre, 2010 n. 11

di Prof. Oscar Straniero ( Dirigente di Ricerca Istituto Nazionale di Astrofisica)

 ASTROFISICA, DOMANDE IMBARAZZANTI

Mi trovo spesso a raccontare l'astrofi sica ai "i non addetti ai lavori" e posso assicurarvi che queste sono le domande più ricorrenti: "esistono gli extraterrestri? Hai mai visto un ufo? Cosa c'entra Dio con tutto questo? Sei credente? Credi all'astrologia? Mi fai l'oroscopo?" Non senza imbarazzo e con molta pazienza, cerco sempre di dare risposte sensate. Ma c'è una domanda, in particolare, alla quale fatico

ancora a trovare risposte convincenti. E' la stessa che mi fece mio padre quando gli dissi che avevo vinto una borsa di studio della Scuola Normale di Pisa per fare l'astrofi sico. E' la stessa domanda che ci rivolgono coloro che devono decidere se finanziare le nostre ricerche. Una domanda semplice, apparentemente banale, ma proprio per questo disarmante: "A cosa serve l'Astrofi sica?". Per inciso, non ho alcun dubbio sulla risposta. Il mio problema è convincere coloro che sentono il bisogno di farti questa domanda, quelli a cui non è ovvio quale sia lo scopo della scienza pura, quella che non necessariamente ha come obiettivo (primario) l'invenzione di qualcosa che abbia una qualche utilità pratica. Il problema può essere affrontato in modi molto diversi. Ci sono, ad esempio, le cosiddette "risposte profetiche", come quella che diede Michael Faraday al vittoriano ministro del Tesoro in visita ai suoi laboratori. Alla fatidica domanda, il fi sico inglese, padre dell'elettromagnetismo, rispose che non sapeva a cosa sarebbe servito tutto quello che aveva scoperto, ma di una cosa era certo: il governo, primo o poi, ci avrebbe sicuramente riscosso una tassa. Chiunque può certifi care quanto vera fosse tale profezia, ogni volta che ricevete la bolletta della luce. Personalmente, non sono altrettanto bravo con le profezie. Forse è per questo che il tipo di risposta che preferisco, anche se devo ammettere non sempre apprezzata dal malcapitato interlocutore, è quella che defi nirei "del girare intorno all'ostacolo". Perché dobbiamo chiederci a cosa serva studiare l'universo, le galassie o le stelle? Non ce lo chiediamo dopo aver ascoltato una sinfonia di Beethoven e neanche davanti ad un'opera d'arte, come la Gioconda di Leonardo o una tauromachia di Picasso. Che senso avrebbe chiedersi a cosa sia servita la Divina Commedia o un poema dannunziano. La verità è che la ricerca pura della conoscenza, sia essa arte o scienza, ci aiuta a guardare il mondo da prospettive nuove, differenti, e ci stimola ad essere creativi. La creatività è una caratteristica unica della specie umana, ma deve essere coltivata, se ne vogliamo sfruttare l'enorme potenziale, altrimenti si avvizzisce. La creatività è la base di ogni innovazione, sia essa culturale, sociale o tecnologica. L'umanità è progredita grazie agli uomini che hanno saputo sfruttare la loro creatività, come Dante, Picasso o Faraday. Chiedersi a cosa sia servito quello che hanno scritto, dipinto o descritto è come chiedere ad un costruttore di automobili perché le macchine hanno le ruote. O ad uno zoologo perché gli asini non volano. Ricordo una conversazione che ho avuto qualche tempo fa con il mio amico ClausRolf, fi sico di fama mondiale, già collaboratore e successore del premio Nobel William Fowler, da me invitato a Teramo in occasione del congresso della Società Astronomica. Si discuteva del sole e delle fusioni nucleari che lo hanno fatto brillare per miliardi di anni. Si ragionava su come riprodurle in laboratorio, per studiarle e carpire il segreto di tanta potenza naturale. Siamo fi niti ad immaginare di imbrigliare le scorie radioattive prodotte dalle centrali nucleari. Claus e i suoi collaboratori avevano scoperto che anche nel loro laboratorio, come nel sole, si possono accelerare o ritardare le interazioni tra i nuclei. Il "segreto" consiste nel riempire l'ambiente con un opportuno materiale, conduttore oppure isolante. Non so se mai si arriverà a sviluppare una tale tecnologia, ma questo aneddoto dimostra di come, ragionando di stelle, si sia intravista la possibilità di risolvere uno dei più grandi problemi della nostra era.