Editoriale-Opinione-Commenti

DALLA MADRE ALLA MATRICE

Il mercato dell’utero in affitto e dei figli su commissione nel libro di una giornalista  “anarchica perché  non accetta di conferire esistenza a ciò che pretende di esistere unicamente per il fatto di produrre profitti”

Quando ho iniziato a leggere il libro di Marina Terragni, Temporary mother,   ho subito contattato l’autrice  per approfondire l’argomento con qualche domanda.  Disponibile e gentile,  mi chiese se avevo già finito di leggerlo ed io, altrettanto sinceramente, risposi di  no, che non  avevo ancora terminato, ma che ero già molto impressionata dall’introduzione . “Allora finisca di leggerlo e poi ci risentiamo”- aggiunse e io le promisi che l’avrei richiamata al più presto, tanto era il mio interesse sull’argomento.

Ma dopo aver terminato la lettura mi sono accorta che tutte le domande che mi avevano subito affollato la mente e il cuore,  avevano trovato risposta , o comunque spiegazioni,  nelle 100 pagine, dalla prima all’ultima, di questo “pamphlet anarchico”  come da sua stessa definizione.

La questione “utero in affitto” è un tema che coinvolge l’intero universo femminile  con radici nel passato e conseguenze, terribili, per il futuro.

E non è solo una questione femminile e/o femminista. Riguarda una parte dell’umanità stessa schiacciata dalla controparte.

Mi hanno colpito innanzitutto i numeri del fenomeno “mercato dei figli”. Un’industria già fiorente e in alcuni paesi perfino normata da leggi e regolamenti. Che considera il corpo delle donne come un contenitore, oppure come un luogo da cui prelevare gameti,  e i figli, oggetti da “costruire su misura” e comprare.

Il nuovo dio si chiama Mercato e il suo pontefice è la Tecnoscienza che fissa “ il valore economico della maternità dai 120-150 mila dollari all inclusive delle California… ai 20-30 mila per una docile surrogata indiana” . E sono circa “100 bambini italiani che ogni anno nascerebbero grazie all’utero in affitto” magari proprio in quelle “3000 cliniche indiane” che producono “1500 surrogazioni l’anno” per un giro di affari che va da 3 ai 10 miliari di dollari.

Un “mercato” che dopo aver distrutto l’economia della finanza globale ora entra nel  “corpo” e nella “mente” delle donne  con la violenza del denaro,   ma anche con argomentazioni che inducono le donne stesse ad essere ad un tempo “mezzi di produzione e oggetti in vendita”  per “generosità e altruismo estremo”.

Per alimentare questo mercato vengono spazzate via tutte le oggettività:  i diritti fondamentali del rispetto della dignità umana,  il diritto imprescindibile dei bambini , la figura delle madri, i legami profondi tra madre e bambino, la mercificazione dei corpi, l’ipocrisia di una pseudo scienza che produce aberrazioni  a solo scopo di lucro.

Ecco in questo libro c’è la radiografia  asettica e oggettiva della situazione. Una fotografia che è come un pugno nello stomaco, uno schiaffo in faccia a tutti quelli che in nome di un intellettualismo  barocco, ricco solo di “virtuosismi” (per modo di dire) semantici,  non vogliono vedere “il re nudo”.

E a chiudere gli occhi e le orecchie davanti allo scempio della Donna, purtroppo, duole dirlo, troppe donne “convertite” alle logiche e alle filosofie di queste dottrine. Come le vittime di violenze e abusi che continuano a difendere e giustificare i loro aguzzini.

Per questo c’è bisogno di anarchia e di chiamare le cose con il loro nome.  Perché “se dal bordello riproduttivo, si passerà all’utero artificiale – quando la madre sarà sostituibile con una matrice- saremo all’Olocausto delle donne”.

TEMPORARY MOTHER di Marina Terragni (VandA.ePUBLISHING)

di Mira Carpineta

Al voto in due realtà “insignificanti”

Come uccelli del malaugurio torniamo su temi “inutili”. Ignorati dai giochi per la conquista del potere locale salvo che in preparazione delle campagne elettorali dove tutti i partiti sono a loro favore: la partecipazione popolare, il protagonismo dei cittadini, la cittadinanza attiva e la sovranità sostanziale.

In due Comuni della Provincia di Teramo sono in preparazione consultazioni elettorali per alcuni Comitati di Quartiere (o Consigli come preferiscono definirsi a Silvi) anche se in modalità differenti. A Giulianova fra alcuni giorni vanno in scadenza due dei tre Comitati esistenti e si convocheranno le elezioni per la ricostituzione di quelli decaduti (due); a Silvi il 23 luglio ci sarà l’elezione del Consiglio di Quartiere Silvi Sud.

Nel primo caso si tratta del rinnovo di esperienze partecipative che pure hanno qualche anno di storia e presentano un bagaglio culturale e politico per certi versi controverso e pieno di insidie (la maggior parte dei partiti politici locali non hanno mai digerito l’idea che i cittadini potessero occuparsi direttamente delle loro problematiche di quartiere interloquendo direttamente con l’Amministrazione comunale). Nondimeno, in questa Città, si è avuto un innalzamento dell’attenzione dei cittadini e della loro presenza attiva in varie branche dei servizi sociali e delle problematiche di Quartiere.

A Silvi, invece, non si è atteso che il Comune desse vita a un progetto di democrazia partecipativa come nel 2011 aveva già fatto il Comune di Giulianova approvando un regolamento per la partecipazione popolare. Qui nel Quartiere Silvi Sud i cittadini sono partiti da soli promuovendo una serie di assemblee pubbliche da cui è stato eletto un nucleo promotore che sta organizzando l’elezione diretta del Consiglio di Quartiere. Il Comune di Silvi ha lanciato segnali positivi e questo è certamente un buon inizio.

Ciò che unisce le due sperimentazioni, tuttavia, è l’indipendenza degli organismi di partecipazione: essi nei rispettivi quartieri sono eletti a suffragio universale, le candidature sono precluse a dirigenti di partiti, agli appartenenti alle istituzioni rappresentative e agli ex candidati nelle ultime elezioni comunali (per evitare il fin troppo noto fenomeno del “riciclaggio dei trombati”). In esse è comune la convinzione che la politica non deve essere più “proprietà privata” dei partiti politici, bensì strumento della sovranità dei cittadini.

I partiti politici solitamente non ci stanno! Ma anche gli organi di stampa solitamente ignorano, fingono di ignorare o si schierano contro in vari modi per via dell’influenza che qualche partitino su di essi riesce ad avere. Ma ora la situazione è un po’ diversa: all’elezione dei comitati a Giulianova nel luglio 2013 si recò alle urne l’8% dei cittadini aventi diritto; successivamente, al rinnovo di alcuni consiglieri del Quartiere Annunziata si recò circa il 15% degli aventi diritto e, infine, al rinnovo del Comitato di Quartiere del Lido nel marzo 2015 si recò il 10% degli aventi diritto. Che squallore suscita chi dice che sono pochi: quanti partiti politici sognano queste percentuali anche la notte? Abbiano invece la modestia di guardarsi intorno per cercare di capire da che parte vanno i cittadini onesti. E provino a rinnovarsi. Forse ne guadagnerebbe la democrazia.

Dunque, fra Luglio e settembre al voto! Si sveglino i partiti e ascoltino i giornalisti. Almeno quelli per i quali ciò che conta sono i giochetti consumati fra le mura dei palazzi del potere. Ancora una volta le cose cambiano quando si muovono i cittadini fuori dai palazzi.

UNIONI CIVILI E CIVILTA’: NON BASTA UNA LEGGE PER EVOLVERSI

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CASALEGGIO: L’ORGANIZZATORE DEL DISSENSO

Omaggio di un pentastellato

Se affermassi che io, attivista del Movimento Cinque Stelle ormai da quattro anni, conosco la vita e il pensiero di Gianroberto Casaleggio in maniera sufficiente, direi una grandissima bugia.

Da ciò che si racconta, Casaleggio, cofondatore del Movimento, era una persona schiva e poco incline alle “luci della ribalta” e questa sua propensione connessa al mio scarso interesse per la sua persona, fanno sì che, in fondo, io di lui sappia poco o nulla.

Eppure, ciò non mi esime dal riconoscere l'importanza di quest'uomo connessa alla storia recente del nostro Paese e all'impegno politico del nostro recente passato.

Casaleggio, insieme a Beppe Grillo, ha fornito una valida e reale alternativa a quella fetta del popolo Italiano ormai “stanca” di una pseudopolitica standardizzata su canoni gerarchici e, sostanzialmente, qualunquistici.

Il qualunquismo, infatti, non risiede nella denuncia dell'ovvio ma sonnecchia nell'omologazione e nella mancanza di quella curiosità in grado, come il vapore, di generare la spinta necessaria alla conoscenza di ciò che, effettivamente, ci circonda e regola le nostre vite.

Da quando esiste il Movimento Cinque Stelle non ricordo un solo giorno in cui il nostro Parlamento non è stato, realmente, “aperto come una scatoletta di tonno” e messo su un ipotetico proscenio con la sua corruzione, le sue contraddizioni, l'inadeguatezza di una classe politica che ha letteralmente rubato il futuro ad intere generazioni.

Il grande merito di Casaleggio, nell'ambito delle nostre vite, è stato quello di aver teorizzato e fondato il Movimento Cinque Stelle poiché, grazie al Movimento, noi ci siamo incontrati e riconosciuti.

Prima di allora, ci muovevamo come “schegge impazzite”, eravamo dispersi, ognuno libero nel proprio essere cittadino critico, ognuno dotato di coscienza vigile e viva ma tutti lontani dall'ipotizzare una qualsiasi forma di organizzazione.

Grazie al Movimento Cinque Stelle, in una lontana sera di marzo, anche nel nostro paese, abbiamo organizzato il dissenso e, da allora, non passa giorno che non impegniamo il nostro tempo e il nostro ingegno alla ricerca del miglioramento di un esistente che non ci soddisfa....che non può e non deve, oggi come allora, soddisfarci.

Grazie al Movimento Cinque Stelle, ci siamo incontrati e abbiamo riconosciuto, l'uno nell'altro, la voglia di perseguire e promuovere modelli altri e diversi da quelli che ci vengono propinati: la politica fatta a costo zero, il rifiuto di ogni gerarchia organizzativa, le forme di economia solidale, la decrescita felice, l'attenzione per l'elemento ambientale, l'amicizia nell'attivismo.

Senza Casaleggio non vi sarebbe stato alcun Movimento e senza Movimento io non vi avrei incontrati e noi non ci saremmo riconosciuti e non avremmo affrontato insieme tante battaglie: le abbiamo perse? E “sti cazzi” direbbe qualcuno. Essere attivista del cambiamento vuol dire anche essere “pioniere” di  una nuova organizzazione civile che, proprio perché tesa a modificare posizioni consolidate e rassicuranti, tarda a fare “breccia” nelle coscienze.

L'omaggio più incisivo che si può fare, allora, a Gianroberto Casaleggio, teso a celebrarne la memoria, è quello di continuare, come abbiamo fatto fino adesso, ad essere guerrieri del dissenso consci che la strada è ancora ardua e lastricata, forse, di delusioni ma è l'unica ed ineludibile via percorribile.

 

Riccardo Panzone

Attivista, pieno di orgoglio, dei “Pentastellati Montorio 2.0”

LA DEMOCRAZIA GLI ARROSTICINI E LA PORCHETTA

“Esportiamo democrazia”.....con le armi ed altri mezzi di coercizione, certo, ma esportiamo democrazia da sempre, probabilmente senza sapere qual è effettivamente il vero valore del nostro sistema democratico.

Il filosofo di Stagira, Aristotele, strutturava la sua attività secondo canoni scientifici di osservazione e confronto relativo a  tutto ciò che era presente e tangibile in natura: dalle piante alle specie animale, dagli archetipi umani fino alle organizzazioni istituzionali e sociali.

Nell'analizzare i vari modelli costituzionali presenti nelle varie città stato della Grecia Antica, Aristotele stesso non esprimeva mai giudizi di merito sulla bontà o meno delle organizzazioni sociali che, via via, si trovava ad analizzare: un modello democratico, nella sua accezione più negativa e corrotta e nella sua incapacità di rimuovere le diseguaglianze sostanziali tra  cittadini, non veniva affatto considerato migliore di una qualsiasi dittatura “illuminata” o di un'oligarchia efficiente.

Del resto, uno dei più ispirati Presidenti della nostra storia Repubblicana, Sandro Pertini, esprimendo la vera natura del suo essere repubblicano e socialista, non lesinava critiche ad una struttura democratica troppo spesso totalmente incapace di dare risposte concrete nel delicato ambito della giustizia sociale: “non vi può essere democrazia senza giustizia sociale ...... cosa me ne faccio della libertà se non posso dar da mangiare a mio figlio?

La democrazia senza giustizia sociale, pertanto, non diventa altro che masturbazione: una gigantesca “pippa” collettiva che coinvolge la maggioranza della popolazione, addormentata e silente, nella sistematica recita di mantra indotti quali: “possiamo liberamente esprimere ogni nostra opinione” ( ma senza spingerci troppo oltre ), “viviamo in un sistema democratico” ( ma il nostro voto viene puntualmente sconfessato ), “siamo liberi” ( ma infelici, poiché ci costringono in uno stato di perenne precarietà economica e di serpeggiante ingiustizia ).

Preso atto, pertanto, che il modello occidentale è un sistema democratico “monco” dei valori che che la nostra carta costituzionale esprime nel corpo dell'art. 3 ( principio di eguaglianza sostanziale ) è evidente che nessuno al mondo sognerebbe mai di esportare tale sistema spinto da una reale convinzione di tipo etico.

E' altrettanto evidente, del resto, che ciò che realmente imponiamo ( non “esportiamo” ) al resto del mondo è semplicemente il modello economico occidentale che necessita, costantemente, di nuovi mercati e consumatori quali elementi imprescindibili di un gigantesco sistema che poggia, tuttavia, su piedi d'argilla.

Imponiamo Mcdonald, Nike, Burger King, imponiamo grandi firme, la telefonia mobile, imponiamo consumismo, velocità, stress, crescita economica esasperata, imponiamo altrove l'atteggiamento tipico dell'uomo occidentale il quale, distratto dalle luminarie della società dell'apparire, è più disponibile ad accettare qualsiasi degradazione della propria libertà di scelta nonché maggiormente ossequioso rispetto a qualsiasi intervento normativo teso a favorire  banche, multinazionali, holding assicurative.

La democrazia -  e l'illusione sottesa al sistema democratico, di essere padroni del proprio destino – altro non è, pertanto, che un “cavallo di troia” necessario, al fine di imporre entro  mura altrui il modello consumistico e la ricca ed irraggiungibile alta borghesia che, “a cavallo” di tale modello, prolifera ed ingrassa.

Un concetto, in apparenza aggregativo, affascinante e pieno di gusto ( la democrazia ) viene utilizzato per promuovere un modello economico che, alla lunga, si rivela nocivo e pernicioso: più o meno ciò che avviene, in periodo elettorale nel nostro Paese ove, al fine di promuovere partiti politici altrettanto perniciosi, i potenziali elettori vengono “ingolositi” a mezzo di “feticci” altrettanto aggregativi, affascinanti e gustosi, quali arrosticini e porchetta.

Morale della favola: il mondo occidentale non esporta democrazia ma esporta, dal punto di vista morale, il collaudato sistema degli arrosticini e della porchetta, trasformando il famoso adagio “un panino per un voto” nella parola d'ordine “un'illusione di libertà per un nuovo consumatore”.

Il mondo occidentale esporta porchetta.

di Riccardo Panzone

Piove… a tratti sulla cultura abruzzese

Come sempre la medaglia ha due facce. Da un lato l’Istituzione che orgogliosamente annuncia la destinazione dei fondi,  pur in un momento storico di così scarse risorse, dall’altra i due cori dei beneficiari e degli esclusi.

Tra i primi c’è chi lamenta la riduzione delle somme, tra i secondi il disappunto di non aver “beccato” neanche le briciole. 

C’è una legge regionale, ancora in vigore, che ne gestisce i criteri e che presenta delle falle non più giustificabili , come ad esempio,  la discrezionalità dei dirigenti preposti,  che spesso va a scapito del valore e dei meriti dei soggetti richiedenti. Del resto in Italia l’incapacità di prevedere i cambiamenti sociali unita ai ritardi nel recepire le mutate condizioni, produce più danni della crisi in sé e l’Abruzzo non fa eccezione.

Così ancora oggi, i criteri di elargizione sono ancora “a pioggia” e in alcuni casi “pioggerella”, vista l’esiguità di alcune cifre.  Perché non c’è una reale valutazione dei progetti culturali, ma una prassi legata in alcuni casi allo storico dei bilanci e a consuetudini annose come appunto una opinabile discrezionalità degli uffici.  

Così, degli 1,4 milioni di euro del Fondo unico regionale per la cultura (Furc) finanziato per l'anno 2015,  l'80% del fondo regionale, pari a 1,1 milioni di euro, è stato destinato alle associazioni culturali che sono inserite nel Fondo unico per lo spettacolo (Fus) di provenienza nazionale, mentre il  restante 20% del Furc a quelle associazioni culturali che non figurano nell'elenco del Fus nazionale,  per un totale di 280 mila euro.

Tra i beneficiari più fortunati l’ Istituzione sinfonica abruzzese ( 480 mila euro) mentre, sempre ad esempio, l’Associazione Orchestra da Camera Benedetto Marcello (4 mila), Premio Benedetto Croce (6 mila euro), Cineramnia (10 mila euro) si sono dovuti accontentare delle briciole.

Per non parlare di chi non ha potuto avere nemmeno quelle.

Ora, a giochi fatti, l’assessore… dichiara che questa sarà l’ultima “pioggia”, perché dal prossimo anno i criteri di assegnazione dei fondi saranno diversi, ci saranno valutazioni di merito, nessuna barocca discrezionalità e qualche novità.

Un ministro ebbe a dire che con la Cultura non si mangia. Forse intendeva che non tutti sono invitati a pranzo.  

PERCHÉ LE BANCHE “NON POSSONO” FALLIRE?

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