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MERCATO IMMOBILARE : PIU’ FATTI E MENO SPOT PER FAVORE!

Secondo il presidente dell’Ance, Raffaele Falone,  in un articolo su un quotidiano locale:  «I dati delle compravendite immobiliari sono buoni, ci aspettiamo un consolidamento della ripresa del mercato immobiliare in questo secondo semestre». Ovvero qualcosa si muove nell’edilizia privata che potrebbe far sperare nella tanto agognata ripresa.

Eppure basta recarsi in una qualsiasi agenzia immobiliare per scoprire che la realtà è altra.

Essendo comproprietaria di un appartamento ho deciso di sondare il terreno sia per la vendita che per l’affitto dell’immobile, così ho iniziato a richiedere perizie di stima sul valore dell’immobile per capire su quali cifre fissare l’obiettivo.

La perizia di stima ormai si fa sulla base dei dati catastali registrati dall’Agenzia delle entrate, e fin qui ci sta. Poi però c’è la valutazione dell’agente immobiliare che “abbatte” tale valore di un ulteriore 30-40%.

“Perché ormai le case vecchie non si vendono, e se si vendono le cifre a cui si può arrivare non superano i 100.000 Euro”.

“Ma scusate, non dovrebbe dipendere anche dai metri quadri, dalla posizione, dai servizi di zona, questo valore?- chiedo basita.

“Le case troppo grandi ormai sono invendibili proprio per questo – sostiene un agente – al prezzo di una casa grande di seconda mano se ne può acquistare una nuova seppur piccola”.

Infatti la questione è anche questa. Un appartamento non nuovo ma superiore a 100mq  si trova valutato a meno di 600 euro a mq, mentre un appartamento di nuova concezione e genericamente di dimensioni non superiore a 50-60 mq trova una valutazione compresa tra i 1500 e i 3000 euro a mq a seconda della zona .

Appartamenti ipertecnologici ma spazi ridottissimi e per fortuna gli italiani non fanno più figli!

Ora, in un contesto sociale di elevata disoccupazione, di precarietà salariale, di strette creditizie bancarie,  chi è il fortunato che può accedere ad un mutuo? E a quale cifra può arrivare?

E non parliamo di affitti che la situazione è anche peggiore. Un canone altrettanto difficile da definire che porta al paradosso di "dover svendere”  anche lì (sempre a  parere dell'esperto immobiliare)  pur di recuperare i costi fiscali.

Allora mi chiedo: questi dati sulle compravendite immobiliari definiti “buoni” a cosa si riferiscono? In cosa consiste questa “ripresa”? Cosa è “buono” in questi termini? E cosa c’è da “consolidare”?

Va bene spingere il mercato con un po’ di propaganda, ma la realtà si cambia con i fatti non solo con gli spot. Personalmente,  invece,  ritengo che per stare in un loculo abbiamo l’eternità, mentre un po’ di spazio in più rende la vita più sopportabile.  

Mira Carpineta

MONTORIO AL VOMANO: CHI HA INCASTRATO IL PIANO DI RICOSTRUZIONE?

La normativa specifica, relativa agli interventi post sisma 2009, prevede che la ricostruzione dei perimetri individuati come “centri storici” avvenga attraverso la redazione di appositi Piani di Ricostruzione adottati ed approvati dalle amministrazioni comunali e sottoposti, successivamente, al “nulla osta” dell'Ufficio Speciale Comuni del Cratere che ne valuta, soprattutto, la congruità economica.

22 dicembre 2016. emesso, da parte dell'USRC, il “nulla osta” del piano di ricostruzione del Comune di Colledara, con interventi ammessi pari a circa 8 milioni di euro.

7 febbraio 2017. emesso, da parte dell'USRC, il “nulla osta” del piano di ricostruzione del Comune di Pietracamela, con interventi ammessi pari a circa 51 milioni di euro.

21 febbraio 2017. emesso, da parte dell'USRC, il “nulla osta” del piano di ricostruzione del comune di Castelli, con interventi ammessi pari a circa 35 milioni di euro.

Le fasi specifiche sono le seguenti:

1 – l'amministrazione comunale adotta il Piano di Ricostruzione

2 – cittadini e tecnici hanno un termine ben preciso per presentare osservazioni al piano adottato

3 – l'amministrazione comunale, tenendo conto delle osservazioni, approva il Piano di Ricostruzione

4 – l'amministrazione comunale trasmette il Piano di Ricostruzione all'USRC che concede ( o non concede ) il nulla osta.

E il piano di ricostruzione di Montorio al Vomano che fine ha fatto?

Allo stato attuale, secondo dati ufficiali, sono 52, su un totale di 57, i comuni del cratere sismico 2009 ad aver ottenuto il “nulla osta”.

Non si hanno più notizie, tuttavia, del nostro Piano di Ricostruzione dal lontano 27 luglio 2016, trionfale giornata in cui il locale consiglio comunale adottò ( fase 1 ) il Piano Strategico per la ricostruzione del nostro centro storico.

E' evidente che siamo lontani anni luce dal famoso “nulla osta” ( fase 4 ), obiettivo già raggiunto, come sopra sottolineato, da altri comuni del nostro “vicinato”.

Ad onor del vero, bisogna dire che questa amministrazione comunale ha pagato, inizialmente, l'inerzia pregressa della precedente amministrazione.

Ad onor del vero, bisogna altrettanto sottolineare come questa amministrazione stia facendo di tutto per guadagnare ed acquisire un sacrosanto “concorso di colpa” da dividere e condividere con la precedente amministrazione.

Chi ha incastrato il Piano di Ricostruzione? Se qualcuno ha notizie, in tal senso, ce le segnali......

 

di Riccardo Panzone

TERAMO E L’ACCANIMENTO TERAPEUTICO

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LA SINDROME DI LAPALISSE della CGR

Le dichiarazioni del presidente della Commissione Grandi Rischi stanno sortendo lo stesso effetto distruttivo del cataclisma che ci ha investito.

Parole che dicono tutto e il contrario di tutto, che non danno soluzioni e scaricano  il peso delle scelte sui sindaci e gli amministratori locali.

Ora sappiamo tutti che Comuni e Provincie non hanno soldi. Non ce ne sono pronti e sufficienti per equipaggiare tutto il patrimonio edilizio scolastico a fronteggiare un terremoto “oltre il 6 grado”.

Cosa dovremmo fare? Scappare tutti in Germania, in Spagna, in Albania in attesa di ricostruire un paese a prova di terremoto?

E se invece del terremoto arriva un uragano? Visto che ormai abbiamo capito che i fenomeni atmosferici si stanno intensificando, dovremmo prepararci anche a tifoni, monsoni, esondazioni bibliche?

Cosa ci direbbe  mai il presidente della Grandi Rischi in quei casi? Costruite le case sulle cime più alte? O costruiamo delle bolle sottomarine?

Insomma, noi ci saremmo aspettati da questi esperti anche delle indicazioni di merito, non solo calcoli probabilistici. Ma allora questi terremoti si possono prevedere o no? Perché il presidente non dice chiaro e tondo che cosa pensa? Pensa che questo “big one” sia imminente o no? E su quali basi lo dice?

Perché a dire che prima o poi ci sarà un terremoto siamo bravi tutti, non serve un palmares accademico per ipotizzare qualche catastrofe di tanto in tanto.

Cerchiamo di fare quello che possiamo con quello che abbiamo, ma ci sono cose che non dipendono dagli ultimi. Ci sono scelte che calano da altre “altezze”. Certo l’Italia è da rifare, da ricostruire, da sistemare. E le grandi infrastrutture non crescono come funghi. Hanno bisogno di decenni di progettazioni,di cantieri e di soldi. Tanti. Nel frattempo noi comuni mortali cosa dovremmo fare? Mettere, come  suggeriva Dalla, “ dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”,per ogni evenienza da qui in poi?

Mira Carpineta

ELEZIONI “FARSA”: UNA PROVINCIA A DUE VELOCITA'

“L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al POPOLO che la esercita nei limiti della Costituzione”

L'abolizione delle province, prevista inizialmente dalla riforma Del Rio del 2014, rimane un miraggio dopo essere stata inserita, quale unico “cammeo” di buon senso, nel corpo della scellerata e inaccettabile riforma costituzionale Boschi - Verdini.

Già dal 2014 le province non sarebbero dovute esistere più favorendo, così, un risparmio di spesa pari a circa 1 miliardo di euro, relativo a trasferimenti statali, e incalcolabile risparmio di costi connessi alla gestione degli stessi enti.

Le province, tuttavia, continuano ad esistere e a rappresentare una confusionaria anomalia, foriera di una schizofrenica duplicazione di competenze in concorso con Regioni e Comuni.

Le province non sono state abolite ma sono state abolite le elezioni.

Le elezioni provinciali, oggi, sono null'altro che un “pranzo di gala” della nostra partitocrazia che, nel giorno del voto, “se la canta e se la suona da sola” fregandosene altamente della volontà popolare: “elezione di secondo livello”, la chiamano, in cui votano soltanto i consiglieri provinciali e comunali; lesione  del suffragio universale va invece considerata, lesione dell'art. 1 della  carta costituzionale che prescrive, nel modo più semplice possibile, che “la sovranità appartiene al popolo” e non ai politicanti.

Va da sé, pertanto, che un'ente istituzionale non può trovare legittimazione alcuna se non nel popolo e nei cittadini, linfa vitale dell'ente locale stesso.

Le elezioni provinciali, oggi, sono consultazioni “bisbigliate”, decise a tavolino nelle sedi di partito, da miseri capi – bastone della politica Provinciale: candidature e preferenze serpeggiano di bocca in bocca tra maggiordomi di palazzo accompagnate da occhiatine di compiacenza e pacche sulle spalle, sancendo gli equilibri effettivi della politica Provinciale.

E quali sono questi equilibri? I soliti.

Se nel Masterplan 2016 all'entroterra Teramano ( per intenderci, a tutta l'area “a monte” di Montorio al Vomano ) vengono assegnati contributi strutturali pari a circa 3 milioni di euro ( su un investimento complessivo di 200 milioni di euro ), la ripartizione dei seggi provinciali è riuscita ad umiliare ben oltre questa nostra terra.

La politica “bisbigliata”, quella che si nasconde al giudizio unico  del popolo, ha assegnato al territorio interno la bellezza di... zero consiglieri provinciali.

Partendo dal presupposto che, secondo l'opinione di chi scrive, l'ente provincia va abolito, bisogna prendere atto che queste elezioni “farsa” rappresentano l'ennesimo insulto ad un intero territorio lasciato lentamente morire non a causa di fattori naturali ma quale agnello sacrificale di un sistema  politico e istituzionale che considera questa popolazione soltanto un estemporaneo bacino di voti.

Parafrasando Primo levi, “Le istituzioni si sono fermate a Villa Tordina” e, come loro si sono dimenticate di Noi. È bene che arrivi il tempo in cui saranno i cittadini a dimenticare Loro.

 

di Riccardo Panzone

 

PERCHÉ LA FOLLA SCEGLIE SEMPRE BARABBA

Leave or remain, Hillary o Donald. Si o No. In mezzo milioni di persone con una matita in mano

Quando Ponzio Pilato (pare originario di Bisenti) decise di rimettere alla folla la scelta fra Gesù o Barabba sappiamo tutti come andò a finire. Ma perché?  Gesù aveva un progetto a lungo termine, basato principalmente sul buon senso, Barabba aveva fame. Quei morsi che stringono lo stomaco e annebbiano il cervello.

La scelta quindi non fu,  e non è ancora oggi,  tra il Bene e il Male. La scelta è tra il Buon Senso e la Fame.

Il Buon Senso è razionale, valuta la traiettoria verso l’obiettivo, i rischi che presenta e calibra il passo per procedere limitando al minimo i danni collaterali. Come l’equilibrista sul filo che procede un passo alla volta, calibrando il peso,  la gravità e l’equilibrio e schivando la caduta.

La Fame invece non pensa, non vede, non sente. Deve solo calmare lo stomaco, deve spegnere i morsi, il dolore. E deve farlo subito, non ha tempo di aspettare. Il tempo significa dolore allo stomaco. Insopportabile. E allora bisogna ingoiare tutto quello che c’è, erba, radici, scarti, immondizie. Fosse anche merda, va bene qualsiasi cosa calmi gli spasmi.

I risultati sono diversi.

Il buon senso giunge al traguardo,  con fatica ma raggiunge il fine, definitivamente, anche se un passo alla volta, senza  tornare indietro.

La fame raggiunge un fine effimero, immediato ma effimero. Perché i morsi torneranno, sempre più forti, prepotenti, dolorosi. E ingoierà sempre di tutto, senza distinguere, senza gusto, senza godere del cibo pur di fermare quel dolore.

Quello che accade oggi in politica, in economia, in società anche evolute è essenzialmente questo.

Scelte sciagurate e opportunistiche, il capitalismo che arricchisce pochi e affama molti, i Paesi ricchi che fagocitano quelli poveri, hanno diviso il mondo ma non a metà. Grandi masse affamate (e non solo di cibo) contro pochi privilegiati chiusi nelle loro Versailles, lontani dalla realtà quotidiana in cui hanno costretto tutti gli altri.

E non bastano le brioches a calmare la fame. Perché la fame ha fratelli e sorelle: odio, vendetta, rivalsa, rabbia.

A questo punto però  diventa una questione di numeri. Tanti affamati possono fare scelte prive di qualsiasi elementare buon senso. Non hanno tempo per progetti evolutivi. E’ un “si salvi chi può” mentre il Buon Senso diventa una “voce nel deserto”.

Se a questa “voce” non si dà forza, le masse, come i fiumi in piena, rompono gli argini e tracimano, portando con sé fango e distruzione.

A questo scenario dovrebbero fare riferimento quelli che dall’alto decidono per tutti. Altrimenti ogni volta che un Ponzio Pilato qualsiasi, dall’Inghilterra all’America, all’Europa all’Italia, deciderà di lasciar decidere la folla, questa continuerà a scegliere Barabba. In Inghilterra, in America, in Europa, in Italia. 

di MIRA CARPINETA

DALLA MADRE ALLA MATRICE

Il mercato dell’utero in affitto e dei figli su commissione nel libro di una giornalista  “anarchica perché  non accetta di conferire esistenza a ciò che pretende di esistere unicamente per il fatto di produrre profitti”

Quando ho iniziato a leggere il libro di Marina Terragni, Temporary mother,   ho subito contattato l’autrice  per approfondire l’argomento con qualche domanda.  Disponibile e gentile,  mi chiese se avevo già finito di leggerlo ed io, altrettanto sinceramente, risposi di  no, che non  avevo ancora terminato, ma che ero già molto impressionata dall’introduzione . “Allora finisca di leggerlo e poi ci risentiamo”- aggiunse e io le promisi che l’avrei richiamata al più presto, tanto era il mio interesse sull’argomento.

Ma dopo aver terminato la lettura mi sono accorta che tutte le domande che mi avevano subito affollato la mente e il cuore,  avevano trovato risposta , o comunque spiegazioni,  nelle 100 pagine, dalla prima all’ultima, di questo “pamphlet anarchico”  come da sua stessa definizione.

La questione “utero in affitto” è un tema che coinvolge l’intero universo femminile  con radici nel passato e conseguenze, terribili, per il futuro.

E non è solo una questione femminile e/o femminista. Riguarda una parte dell’umanità stessa schiacciata dalla controparte.

Mi hanno colpito innanzitutto i numeri del fenomeno “mercato dei figli”. Un’industria già fiorente e in alcuni paesi perfino normata da leggi e regolamenti. Che considera il corpo delle donne come un contenitore, oppure come un luogo da cui prelevare gameti,  e i figli, oggetti da “costruire su misura” e comprare.

Il nuovo dio si chiama Mercato e il suo pontefice è la Tecnoscienza che fissa “ il valore economico della maternità dai 120-150 mila dollari all inclusive delle California… ai 20-30 mila per una docile surrogata indiana” . E sono circa “100 bambini italiani che ogni anno nascerebbero grazie all’utero in affitto” magari proprio in quelle “3000 cliniche indiane” che producono “1500 surrogazioni l’anno” per un giro di affari che va da 3 ai 10 miliari di dollari.

Un “mercato” che dopo aver distrutto l’economia della finanza globale ora entra nel  “corpo” e nella “mente” delle donne  con la violenza del denaro,   ma anche con argomentazioni che inducono le donne stesse ad essere ad un tempo “mezzi di produzione e oggetti in vendita”  per “generosità e altruismo estremo”.

Per alimentare questo mercato vengono spazzate via tutte le oggettività:  i diritti fondamentali del rispetto della dignità umana,  il diritto imprescindibile dei bambini , la figura delle madri, i legami profondi tra madre e bambino, la mercificazione dei corpi, l’ipocrisia di una pseudo scienza che produce aberrazioni  a solo scopo di lucro.

Ecco in questo libro c’è la radiografia  asettica e oggettiva della situazione. Una fotografia che è come un pugno nello stomaco, uno schiaffo in faccia a tutti quelli che in nome di un intellettualismo  barocco, ricco solo di “virtuosismi” (per modo di dire) semantici,  non vogliono vedere “il re nudo”.

E a chiudere gli occhi e le orecchie davanti allo scempio della Donna, purtroppo, duole dirlo, troppe donne “convertite” alle logiche e alle filosofie di queste dottrine. Come le vittime di violenze e abusi che continuano a difendere e giustificare i loro aguzzini.

Per questo c’è bisogno di anarchia e di chiamare le cose con il loro nome.  Perché “se dal bordello riproduttivo, si passerà all’utero artificiale – quando la madre sarà sostituibile con una matrice- saremo all’Olocausto delle donne”.

TEMPORARY MOTHER di Marina Terragni (VandA.ePUBLISHING)

di Mira Carpineta

Al voto in due realtà “insignificanti”

Come uccelli del malaugurio torniamo su temi “inutili”. Ignorati dai giochi per la conquista del potere locale salvo che in preparazione delle campagne elettorali dove tutti i partiti sono a loro favore: la partecipazione popolare, il protagonismo dei cittadini, la cittadinanza attiva e la sovranità sostanziale.

In due Comuni della Provincia di Teramo sono in preparazione consultazioni elettorali per alcuni Comitati di Quartiere (o Consigli come preferiscono definirsi a Silvi) anche se in modalità differenti. A Giulianova fra alcuni giorni vanno in scadenza due dei tre Comitati esistenti e si convocheranno le elezioni per la ricostituzione di quelli decaduti (due); a Silvi il 23 luglio ci sarà l’elezione del Consiglio di Quartiere Silvi Sud.

Nel primo caso si tratta del rinnovo di esperienze partecipative che pure hanno qualche anno di storia e presentano un bagaglio culturale e politico per certi versi controverso e pieno di insidie (la maggior parte dei partiti politici locali non hanno mai digerito l’idea che i cittadini potessero occuparsi direttamente delle loro problematiche di quartiere interloquendo direttamente con l’Amministrazione comunale). Nondimeno, in questa Città, si è avuto un innalzamento dell’attenzione dei cittadini e della loro presenza attiva in varie branche dei servizi sociali e delle problematiche di Quartiere.

A Silvi, invece, non si è atteso che il Comune desse vita a un progetto di democrazia partecipativa come nel 2011 aveva già fatto il Comune di Giulianova approvando un regolamento per la partecipazione popolare. Qui nel Quartiere Silvi Sud i cittadini sono partiti da soli promuovendo una serie di assemblee pubbliche da cui è stato eletto un nucleo promotore che sta organizzando l’elezione diretta del Consiglio di Quartiere. Il Comune di Silvi ha lanciato segnali positivi e questo è certamente un buon inizio.

Ciò che unisce le due sperimentazioni, tuttavia, è l’indipendenza degli organismi di partecipazione: essi nei rispettivi quartieri sono eletti a suffragio universale, le candidature sono precluse a dirigenti di partiti, agli appartenenti alle istituzioni rappresentative e agli ex candidati nelle ultime elezioni comunali (per evitare il fin troppo noto fenomeno del “riciclaggio dei trombati”). In esse è comune la convinzione che la politica non deve essere più “proprietà privata” dei partiti politici, bensì strumento della sovranità dei cittadini.

I partiti politici solitamente non ci stanno! Ma anche gli organi di stampa solitamente ignorano, fingono di ignorare o si schierano contro in vari modi per via dell’influenza che qualche partitino su di essi riesce ad avere. Ma ora la situazione è un po’ diversa: all’elezione dei comitati a Giulianova nel luglio 2013 si recò alle urne l’8% dei cittadini aventi diritto; successivamente, al rinnovo di alcuni consiglieri del Quartiere Annunziata si recò circa il 15% degli aventi diritto e, infine, al rinnovo del Comitato di Quartiere del Lido nel marzo 2015 si recò il 10% degli aventi diritto. Che squallore suscita chi dice che sono pochi: quanti partiti politici sognano queste percentuali anche la notte? Abbiano invece la modestia di guardarsi intorno per cercare di capire da che parte vanno i cittadini onesti. E provino a rinnovarsi. Forse ne guadagnerebbe la democrazia.

Dunque, fra Luglio e settembre al voto! Si sveglino i partiti e ascoltino i giornalisti. Almeno quelli per i quali ciò che conta sono i giochetti consumati fra le mura dei palazzi del potere. Ancora una volta le cose cambiano quando si muovono i cittadini fuori dai palazzi.