Cultura

ISTITUTO DI POPPA-ROZZI : VA IN SCENA IL TEATRO INCHIESTA DI DAVID GRAMICCIOLI

Heysel: la violenza, il ricordo e il rispetto.

La tragedia de L’Heysel  al  Di Poppa-Rozzi. Gramiccioli non delude. “Le esperienze peggiori - esordisce Gramiccioli, -  dovrebbero darci i migliori insegnamenti ”.  Lo  spettacolo  a scuola, tra i giovani,  per  raccontare la  storia recente  e  vite simili alle loro.   

Nonostante i molti disagi vissuti dall’Abruzzo, la dirigente scolastica  Caterina Provvisiero,  tenace e risoluta è riuscita, lo scorso 1 marzo,  dopo diversi rinvii dovuti agli  eventi naturali eccezionali  che tutti ben conosciamo, a portare in scena all’Istituto Di Poppa-Rozzi  l’ “Heysel,  tutti sapevano tranne loro” della compagnia del Teatro artistico d’inchiesta insignita del premio Diritti Umani 2012.  Un applauso dei ragazzi è stato destinato alla loro dirigente che, al termine dello spettacolo,  ha voluto condividere la sua personale esperienza (a lieto fine) dell’evento raccontando di tensione ed apprensione per il coniuge presente nello stadio dell’Heysel, proprio in quella particolare e triste trasferta, in un’epoca in cui i telefoni cellulari ancora non era diffusi.

Nonostante le difficoltà tecniche (luce e audio) a cui non c’è stato modo di ovviare a causa di Assemblea studentesca in corso proprio nei locali dove successivamente si sarebbe dovuta tenere la rappresentazione teatrale, Gramiccioli non delude. L’attore -giornalista  (scuola Albertazzi) con grande mestiere ha letteralmente spostato la “scena”  tra gli studenti. Lo spettacolo coinvolgente e commovente ha affascinato gli astanti, incredibile come in un’aula magna gremita di studenti echeggiasse solo la voce dell’attore senza il solito vocio di sottofondo, tipico e scontato per un pubblico molto giovane.  

La storia del piccolo Andrea, un bambino geniale che aveva inventato e reso funzionante una campanella alimentata da batterie a nove volt. La storia di Giuseppina, da tutti conosciuta come Giusy,  morta all’Heysel a soli 17 anni dove hanno trovato la fine i suoi sogni di diventare una giornalista sportiva; Il ricordo e il rimorso di uno degli Hooligans, Tony Evans, divenuto anni dopo la tragedia, un giornalista del Times hanno stimolato un’intensa partecipazione emotiva. Un monologo appassionato ed un racconto puntuale quello di David Gramiccioli per far giungere ai ragazzi il messaggio che la violenza è sempre sbagliata, che solo nel ricordo e nel rispetto della morte si è veramente degni della vita.

Lo spettacolo, prima che nella scuola teramana,  è stato portato nelle migliori scuole di Roma e nei migliori teatri italiani, con l’augurio e la speranza di poterlo (ri)vedere presto anche a Teramo.

di Daniela Palantrani

ALL’INIZIO FU…PINOCCHIO

Bum! Bum!… Bum! Bum!. Comincia così questa storia. Con un cuore che batte per la prima volta. Bum! Bum! Bum!... cosa accade a un pezzo di legno che prende vita?

Pinocchio diventa bambino.

Il primo libro in uscita nella collana Juvenilia di IFIX è Pinocchio, narrato da Alberto Fiori (musicista e scrittore). Un lento viaggio, attraverso i suoni e i rumori, della trasformazione. Una voce narrante che scandaglia, con curiosità e timore i cambiamenti del suo corpo, materici e sensoriali. Il testo, con un ritmo incalzante, scandisce le ore che passano fino al risveglio. Il viaggio si svolge tutto nella notte che è luogo archetipico di ogni paura e di completo abbandono all'inconscio.

Juvenilia, con la cura di Lina Monaco, nasce nel cuore di IFIX, studio di design e casa editrice di Maurizio Ceccato, da sempre luogo di incontro per idee e progetti che hanno una cura artigianale.

Il concept di questa collana muove dall'idea di utilizzare i personaggi delle favole moderne per poter raccontare con un linguaggio attuale, ma mai esplicito, i tempi della nostra contemporaneità. La dottoressa Eugenia Cassandra, psicologa specialista in età evolutiva, aiuta a tracciare il percorso narrativo e a seguirlo con la dovuta cautela linguistica.

Il primo ciclo prevede la riscrittura di tre favole in cui viene trattato il delicatissimo tema della"trasformazione": Pinocchio, La Sirenetta e Il brutto anatroccolo ci aiuteranno a raccontare le paure e i dubbi di un passaggio evolutivo imprescindibile ma che ancora genera timori. Il lavoro sulle illustrazioni è stato affidato invece a un comitato di bambini tra i cinque e i dieci anni che hanno seguito un laboratorio di tecniche di illustrazione nella libreria Scripta Manent curato da Cecilia Campironi, illustratrice professionista. Il progetto Juvenila, infine, è anche un laboratorio itinerante dedicato alla realizzazione delle illustrazioni che arricchiranno il corredo iconografico di tutti i libri della collana.

 

Info: scriptamanent.ifix@gmail.com    

ifixweb.it

Pinocchio • IFIX

autore Alberto Fiori

collana Juvenilia

Liquido come l’amore (postmoderno)

 

"[...] E dunque non si può imparare ad amare; così come non si può imparare a morire. Né si può imparare l'elusiva -inesistente, per quanto ardentemente desiderata- arte di non rimanere impigliati nell'amore e nella morte ".

 

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RITO DI CHIUSURA DELLA PORTA SANTA

Il 20 novembre papa Francesco chiuderà la Porta Santa nella Basilica di San Pietro facendo calare il sipario sul Giubileo della Misericordia. Il Programma diocesano illustrato da S.E. il Vescovo di Teramo

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ISOLA G.S: La missione della chiesa oggi: dal web alle periferie del mondo

“Entrate in rete”, direbbe oggi Gesù ai suoi discepoli.

Un convegno sulle nuove strategie per comunicare la gioia del vangelo. 

“Gettate le reti”, disse Gesù agli apostoli. “Entrate in rete” direbbe, probabilmente, Gesù ai suoi discepoli, se vivesse oggi. La missione si rinnova ai tempi della nuova evangelizzazione di papa Francesco e ai tempi del web.

L’annuncio del vangelo, da sempre impegno della chiesa e in particolare nei secoli attività tipica dei religiosi, le gioie, ma anche le fatiche dell’annuncio, la difficoltà e la sfida di un annuncio in una società post cristiana e digitalizzata, ma anche la forte spinta innovativa impressa da papa Francesco, eppoi il coinvolgimento dei laici. Le forme tradizionali dell’annuncio (missioni al popolo, predicazioni nelle parrocchie, corsi di esercizi spirituali, stampa, radio, tv) e le nuove sfide di un mondo digitalizzato (web e social media) che obbliga ad usare le nuove tecnologie.

Tutte queste tematiche saranno affrontate nel corso di un convegno/laboratorio che si svolgerà dal 25 al 27 ottobre 2016 presso il santuario di San Gabriele (TE).  Vi parteciperanno una cinquantina di missionari passionisti, provenienti da varie parti d’Italia e da Francia e Portogallo.

Il convegno, organizzato dalla commissione apostolato dei passionisti di Italia, Francia e Portogallo, esaminerà soprattutto l’invito del papa, espresso nell’esortazione apostolica programmatica del pontificato Evangelii gaudium (La gioia del vangelo), pubblicata nel novembre 2013, a “recuperare la freschezza originale del Vangelo”, trovando “nuove strade” e “metodi creativi”, per far fronte a una società dove la fede è sempre più minoritaria e dove le chiese sono sempre più deserte.

I missionari passionisti sono stati fondati da San Paolo della croce nel 1720 proprio per annunciare il vangelo soprattutto ai più poveri e emarginati nelle periferie del tempo come quelli che abitavano la Maremma toscana. A 300 anni dalla nascita dell’istituto, i passionisti oggi sono consapevoli di dover essere in una chiesa chiamata a una “nuova ‘uscita’ missionaria” e spinta  a porsi in uno “stato permanente di missione”. Per questo si interrogheranno  su come rispondere all’invito del papa ad abbandonare il comodo criterio del “si è fatto sempre così” e a “essere audaci e creativi nel compito di ripensare gli obiettivi, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità e ad avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”.

Senza dimenticare inoltre che, come afferma ancora il papa nella Evangelii gaudium, “dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società”.

 

Peraltro i missionari passionisti già da tempo sono presenti in molte periferie dal nord al sud.

d’Italia e hanno la cura di numerose parrocchie. Per citare solo qualche esperienza, ad Agazzi (AR) hanno fondato negli anni Settanta un istituto di riabilitazione per malattie mentali e fisiche che oggi è all’avanguardia in Italia e può accogliere 200 pazienti, tra cui molti bambini con difficoltà psichiche e psicomotorie. Inoltre missionari passionisti “abitano” le periferie di grandi città in quartieri popolari difficili. Al convegno saranno infatti presenti alcuni passionisti che gestiscono grandi parrocchie a Roma (quartiere Casalotti), a  Bari (quartiere San Paolo) e a Palermo (quartiere Borgo Nuovo). E in altre parti da tempo si sperimentano nuove forme di evangelizzazione, come ad esempio nel santuario di San Gabriele, dove alcuni giovani passionisti stanno attuando un nuovo metodo di annuncio con i giovani che arrivano dal santo dei giovani.

Ma al convegno si esaminerà anche come annunciare il vangelo nei santuari. I passionisti infatti hanno la cura di numerosi santuari in Italia, tra cui alcuni a rilevanza internazionale, quali il Pontificio santuario della Scala Santa a Roma, il santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno (RM) e il santuario di San Gabriele (TE), e altri a rilevanza nazionale, come il santuario della Madonna del Romitello a Borgetto (PA), il santuario di San Pancrazio a Pianezza (TO), il santuario della Madonna della Civita a Itri (LT), il santuario della Madonna della Catena a Laurignano (CS), il santuario della Madonna di Casale-Beato Pio a Santarcangelo (RN) e il santuario della Madonna della Stella a Montefalco (PG).

Il corso inizierà nel Centro di spiritualità di San Gabriele martedì 25 ottobre, alle ore 9.30, con l’intervento del salesiano Ubaldo Montisci, docente presso la università pontificia salesiana di Roma,  sull’annuncio del vangelo oggi. Seguiranno gli interventi di don Carlo Stanzial, parroco a Roma e iniziatore di nuovi metodi di evangelizzazione, sul coinvolgimento dei laici nell’evangelizzazione (26 ottobre), di padre Gabriele Cingolani passionista, giornalista e scrittore, sulla fedeltà al carisma nella missione passionista (26 ottobre) e dello stesso Montisci che concluderà il convegno (27 ottobre). 

Consapevoli che nel terzo millennio non si può fare a meno di annunciare il vangelo anche tramite Facebook, Twitter, Linkedin, i vari blog,  Youtube o Whatsappp, in risposta al sogno di papa Francesco di una “Chiesa in stato permanente di missione”, i partecipanti al convegno cercheranno di elaborare nuove strategie per portare credibilmente la buona notizia del vangelo laddove oggi vivono e soprattutto soffrono gli uomini. 

UFFICIO STAMPA SANTUARIO DI SAN GABRIELE

POTENZIARE LA MENTE? UNA SCOMMESSA POSSIBILE, CON FEUERSTEIN

"Il mediatore è creatore di sogni e di speranze. Pensa che l'essere umano sia modificabile, che egli stesso sia modificabile, che la società sia modificabile. Il mediatore porta la persona con la quale interagisce a raggiungere un'autonomia a lei adatta e a sviluppare al meglio le sue capacità; ha le energie per trasformare in funzionamento il potenziale, per attuare nuove occasioni di apprendimento per la persona, per rassicurarla rispetto alla possibilità di evolvere in positivo".

Le parole di Reuven Feuerstein (in R. Feuerstein e coll., Non accettarmi come sono, 2005), notissimo psicologo israeliano di origini rumene, presentano con chiarezza i due assunti alla base del Metodo da lui creato e che da lui prende nome: tutti gli esseri umani hanno l'opportunità di migliorare le proprie funzioni cognitive e di ottenere performances di livello sempre più alto; la chiave per aprire la porta al potenziamento della mente è l'apprendimento mediato, che il Maestro considera l’unica esperienza atta a condurre chi lo desideri al massimo potenziale.

Il Metodo Feuerstein è diventato ormai un punto di riferimento essenziale per i programmi di recupero dello svantaggio culturale e mentale, in America e in Europa.

Il suo ideatore nacque nel 1921 in Romania, da una famiglia di religione israelita; imparò presto l'Ebraico e a otto anni già affiancava i coetanei della Comunità di appartenenza, dimostrando uno spiccato interesse per la pedagogia. Con l'avvento del nazismo, fu internato in un campo di concentramento da cui riuscì a far ritorno; nel 1948 raggiunse il neocostituito Stato d'Israele, dove completò gli studi e si dedicò all'insegnamento rivolto ai numerosi figli di Ebrei deportati nei campi di sterminio tedeschi e polacchi. Un compito arduo, perché molti di loro, per le deprivazioni subite, si comportavano di fatto come insufficienti mentali ed erano considerati ineducabili dagli specialisti.

Ebbene, il Metodo Feuerstein si sviluppò dal desiderio di fornire a questi ragazzi un sostegno per reinserirsi in società, attraverso le osservazioni e le sperimentazioni del Maestro e della sua équipe. I più gravi vennero avviati in modo sistematico al Programma di Arricchimento Strumentale, la serie di esercizi che stimola le funzioni cognitive carenti e fa emergere quelle  latenti. I risultati furono incoraggianti.

Feuerstein riteneva che le cellule cerebrali, se sollecitate in modo costante da esperienze di apprendimento significative, fossero in grado di produrre connessioni nuove che, sostituendo i circuiti precedenti, creassero il supporto strutturale per un funzionamento cognitivo migliore: una simile posizione, inizialmente considerata acritica, sostenuta più dalla fede e dalla tenacia di un uomo che dall'appoggio di teorie fisiologiche e psicologiche, ha avuto di recente numerose conferme scientifiche, in particolare grazie alle tecniche di diagnostica per immagini quali la tomografia assiale computerizzata e la risonanza magnetica nucleare. L'intelligenza, dunque, non è per Feuerstein una serie di tratti ereditati geneticamente, immutabili e responsabili del comportamento di ogni individuo; è, piuttosto, la propensione dell'organismo a modificarsi in risposta all’adattamento a nuovi stimoli. Ciò non vuol dire negare la componente genetica delle intelligenze individuali, ma rifiutarne il carattere di staticità e fissità; significa non accettare l'etichettatura di un individuo, ma mettere in atto una serie di strategie affinché egli la superi.

Condizione metodologica necessaria per la modifica strutturale è la mediazione nell'apprendimento: essa integra altri elementi, quali l'eredità genetica, la costituzione, la maturazione e l'interazione con l'ambiente.

"Il mediatore è una persona che si fa carico in modo intenzionale dell'educando, si interpone tra quest'ultimo e gli stimoli ambientali, ne seleziona e ne evidenzia alcuni trascurandone altri, li modifica affinché siano meglio recepibili, li ripete con una frequenza maggiore, ne regola la durata, l'intensità, l'ordine di apparizione, dà loro un significato. Così facendo, altera le condizioni naturali di comparsa degli stimoli, che sarebbero casuali, per creare condizioni più favorevoli all'apprendimento. Facilita la loro organizzazione nello spazio e nel tempo, abitua il discente a mettere a confronto i dati su cui opera; stimola in lui il bisogno di creare relazioni tra ciò che viene apprendendo e le conoscenze già possedute.” (Paola Vanini, Potenziare la mente: una scommessa possibile, pp.35-36).

Il mediatore rappresenta il filtro tra chi apprende e la realtà esterna, e accompagna il soggetto nelle diverse fasi dell'atto mentale con lo scopo di fornirgli paradigmi cognitivi e modelli che lo renderanno, in seguito, capace di affrontare da solo gli stimoli ambientali, senza rischiare di esserne sopraffatto.

Il mediatore Feuerstein è dunque colui che interviene sull'allievo, sul gruppo o sulle classi di cui si vogliano stimolare performances cognitive di livello superiore; somministra loro le schede del Programma di Arricchimento Strumentale: esse sono suddivise in quattordici fascicoli, detti strumenti, ciascuno riguardante un certo campo della conoscenza e contenente esercizi che attivano o sviluppano determinate funzioni cognitive, e avviano al ragionamento sul processo di esecuzione; le consegne, basate sull'osservazione e sull'imitazione di un riquadro modello, sono presentate per essere comprese anche da bambini che hanno scarse competenze disciplinari e presentano ritardo.

Una rivoluzione.

Affinché il cambiamento cognitivo sia rilevabile, occorre che venga portato a termine un programma di circa 300 ore di applicazione, distribuite su due o tre anni scolastici e su due ore settimanali. Interventi troppo brevi o incostanti non possono produrre risultati positivi.

Chi studia per diventare mediatore Feuerstein comprende di dover  essere disponibile a riflettere sui propri atteggiamenti; se è un insegnante, metterà in discussione l’approccio con la classe e lo stile professionale che l’ha caratterizzato fino a quel momento. All’inizio si sentirà inadeguato, ma poi sperimenterà la validità del Metodo, in particolare per interventi su allievi con bisogni educativi speciali e DSA, i quali possono implementare competenze logico-matematiche, linguistiche, di orientamento spazio-temporale e di ragionamento astratto, nonché capacità di osservazione, di controllo dell'emotività e di gestione razionale del lavoro scolastico.

La tesi feuersteiniana secondo la quale ciascun essere umano può accedere ad un comportamento intellettivo di miglior livello rispetto a quello con cui opera è una realtà: i fatti la dimostrano ogni giorno ad osservatori che non mancano mai di stupirsi.

 

di Simona Cascetti

[ndr Per il testo e per il titolo ho preso spunto dall’opera di Paola Vanini, Potenziare la mente. Una scommessa possibile, Vannini Editoria Scientifica, Gussago (BS), 2009]


 

TRIBUTO A ZACARIA DA TERAMO

Da venerdì 26 a domenica 28 agosto la città di Teramo tributerà, nel sesto centenario della scomparsa, un eccezionale omaggio a uno dei suoi figli più illustri: Antonio di Berardo di Andrea detto Zàcara, tra le figure più rilevanti della musica europea fra Tre e Quattrocento. A idearlo i musicologi Carla Ortolani e Francesco Zimei, rispettivamente presidente e direttore editoriale dell’Istituto Abruzzese di Storia Musicale, attraverso un festival internazionale, dal titolo “Zàcara Triduum”, realizzato con il Contributo del Consiglio Regionale dell’Abruzzo e della Fondazione Tercas, il patrocinio del Comune di Teramo, della Provincia di Teramo e della Diocesi di Teramo-Atri e la collaborazione dell’Università di Teramo, della Società dei Concerti “Primo Riccitelli”, dell’Istituto Musicale “Braga”.

La manifestazione prevede una serie di appuntamenti: anzitutto tre concerti a ingresso gratuito – uno ogni giorno – affidati a celebri gruppi di musica medievale: inaugura l’Ensemble Micrologus di Assisi, la più celebre tra le formazioni italiane specializzate in questo repertorio, con una serata monografica su Zàcara, “Dime Fortuna”, in programma nella chiesa di San Domenico alle 21,00. Il giorno dopo, stessa ora stesso luogo, sarà la volta del tedesco Ensemble Leones diretto da Marc Lewon, con un’antologia di musica sacra e devozionale di Zàcara e dei suoi colleghi legata al Concilio di Costanza. La domenica ci si sposta in Cattedrale, dove alle 10,30 l’Ensemble Currentes di Bergen (Norvegia) prenderà parte alla Messa, celebrata dal vescovo Mons. Michele Seccia, cantandone la liturgia sulla base del repertorio di quei tempi. Degno pendant di queste esecuzioni sono le conversazioni che studiosi di fama nel campo della musica, ma anche della storia dell’arte e della medicina, terranno nei pomeriggi di venerdì 26 e sabato 27 in alcuni luoghi della città: da Palazzo Melatini (per l’occasione aperto alle visite) alla Corte interna della Biblioteca “Dèlfico” sino all’Auditorium Santa Maria a Bitetto. Presso la Sala Espositiva Comunale di Via Nicola Palma sarà allestita invece una rassegna di costruttori di strumenti storici, “Botteghe sonore”. E chi questi strumenti volesse imparare a suonarli può iscriversi ai Laboratori di Musica Medievale del 26 e 27 mattina organizzati dal Centro Studi “Adolfo Broegg” nell’Auditorium Santa Maria a Bitetto: a tenerli saranno alcuni dei musicisti protagonisti dei concerti serali. 

LA MEMORIA DELL’ORRORE La Notte di Elie Wiesel

Il 2 luglio scorso è mancato a New York Elie Wiesel, intellettuale premio Nobel per la Pace, reduce dai campi di Auschwitz e Buchenwald dei quali ha lasciato testimonianza ne “La Notte”: memoriale prezioso per rendere eterne le tracce dell’Olocausto, che diventano sempre più flebili con la scomparsa degli ultimi testimoni diretti.

La narrazione di Wiesel - urge ricordarlo - non è un evento scontato, perché dalla fine della guerra e per dieci lunghi anni egli non volle riferire riguardo alla sua esperienza, fino al tempo in cui lo scrittore  cattolico François Mauriac lo persuase a rendere fruibile per un vasto pubblico il testo yiddish “E il mondo rimase in silenzio”, già completo ma rifiutato dalle case editrici, che lo giudicavano morboso e ridondante; nel presentare in seguito la versione definitiva, breve e magnifica, dal titolo “La Nuit”, il francese osservava:

“Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Lui, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all’Eterno. Abbiamo mai pensato alla conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell’anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?”

Già, Dio: l’entità chiave che serpeggia tra le righe di ogni pagina: il grande presente e il grande assente. Ciò che separa l’opera di Wiesel da quella di Primo Levi: il Torinese scientifico, sezionatore e razionale; l’altro crudo, ma carico di simboli e intriso del misticismo nel quale era cresciuto.

Eliezer, nato a Sighet in Transilvania, apparteneva a una famiglia di Ebrei colti e osservanti; i genitori, Shlomo e Sarah Feig, stimatissimi all’interno della comunità, lo avevano iniziato agli studi linguistico-letterari e religiosi, trasmettendogli l’amore per il sapere e la spiritualità; nel 1944, all’arrivo dei Tedeschi, dopo essere stato cacciato dalla propria casa ed aver vissuto in entrambi i ghetti della città, venne deportato ad Auschwitz. La mamma e la sorella minore non sopravvissero alla selezione d’ingresso e le sorelle maggiori ricomparvero solo alla fine del conflitto; Elie rimase col padre, assieme al quale attraversò l’orrore quotidiano e la paura delle camere a gas, in una improponibile inversione di ruoli: il quindicenne che prende in carico l’adulto, progressivamente più debole e rassegnato, sperando intanto di liberarsene per sfuggire il peso e conservare la forza di lottare per sé. Il dolore al ricordo di simili sentimenti, così frequenti tra i prigionieri, perseguiterà Wiesel per il resto della sua esistenza.

Mi ha sempre colpita, tra diversi racconti della Shoah, l’efferatezza di certe immagini nel testo, in particolare quelle relative alle pubbliche impiccagioni di chi si opponeva agli scagnozzi  dell’universo concentrazionario: il giovane Elie venne obbligato per due volte dalle SS a guardare i visi deformati dei condannati alla forca, e la fede nell’Altissimo e nell’umanità, già vacillanti all’arrivo in lager, svanirono attorno al cappio; il pensiero del prossimo cedette il passo all’istinto di sopravvivenza e alla sua carica di egoismo cieco.  

In campo non esistevano madri, padri, fratelli e amici.

Per un tempo indefinito i prigionieri erano impegnati nella lotta di tutti contro tutti: un pezzo di pane per mezza razione di zuppa, la corona d’oro del dente in cambio di un paio di scarpe, la gamella per il cucchiaio di ferro, qualsiasi cosa pur di accedere ai favori che collocassero nella ‘zona grigia’ di cui Levi parlò nel saggio “I Sommersi e i Salvati” e che rappresentava la vita stessa contro quella del compagno, chiunque fosse. Sullo sfondo, l’incubo del fumo nero sui camini di Birkenau, a ricordare agli Ebrei che i Tedeschi non avrebbero fatto sconti neppure ai privilegiati: ‘pezzi’ utili al Reich, ma ancora per poco.

Elie Wiesel è stato narratore di spicco di questo inferno, uno dei migliori per raffinatezza di scrittura. Ha parlato ai lettori coniugando la sintesi mirabile e la crudezza della verità: il codice legittimo per raccontare l’infame abominio del ventesimo secolo, nella speranza - infondata - che la conoscenza sia magistra vitae.

La giornalista Susanna Nirenstein, in un articolo in memoriam, a giusto titolo si è interrogata: “Cosa sarà delle nostre vite senza di lui?”

Il suo ricordo sia dunque benedizione e monito per l’intera umanità.

di Simona Cascetti