Cultura

CINQUE DONNE PIU' UNA

Intervista “collettiva” a Emilia Slate autrice del romanzo IL TERZO LUNEDI’ DI GENNAIO

 

Elisabetta, DianaMaddalenaPaola e Simona sono cinque professoresse, compagne di lavoro  ( e di avventure letterarie) presso la scuola media bolognese “Il Guercino”. Cinque donne, colleghe e amiche con molti interessi in comune:  amanti della letteratura, della scrittura e della sperimentazione e con un notevole spirito di iniziativa.

Insieme hanno dato vita ad una sesta donna, Emilia Slate, anch’essa insegnante con una straordinaria attitudine nell’indagare i misteri. Le professoresse hanno infatti realizzato un romanzo giallo, partecipando collettivamente alla stesura della storia firmandosi con lo pseudonimo che le riunisce in un’unica identità. E anche le risposte all’intervista sono corali.

Ma come si scrive un libro “collettivo”?

“ Per gioco naturalmente. Nei  nostri amatissimi b. b. (buco bar), le agognate ore-buca durante le quali si va in gruppo al bar per cambiare aria e ricaricarsi di nuove energie prima di tornare in classe. In uno di quei giorni qualcuno butta lì  l’idea: perché non scrivere un romanzo a più mani in cui qualsiasi collega della scuola può dare il suo contributo?

“Pensavamo ad una narrazione che potesse prendere vita come accade in un telefono senza fili. Qualcuno inizia a scrivere e qualcun altro procede. Ma che cosa raccontare? Abbiamo pensato ad un giallo da risolvere. Innanzitutto qualcuno doveva morire. Sul chi, dove e quando, in realtà abbiamo dovuto riflettere parecchio. Trovata la vittima, è stato necessario pensare all’assassino, all’ispettore e ai personaggi che avrebbero dovuto infittire la trama. I veloci confronti nei corridoi ed i successivi b. b. non bastavano più, dovevamo condividere concretamente una serie di pagine che Emilia ed inizialmente le mani di altri colleghi avevano scritto. È stato abbastanza naturale pensare all’applicazione di Google Drive, già utilizzata da ciascuno di noi a scuola per la condivisione dei documenti di lavoro. Le nostre dieci mani hanno corso sulle tastiere nel tempo libero (poco) con la possibilità di scrivere online a qualsiasi ora del giorno e della notte, essere costantemente lette, assistere allo smontaggio e rimontaggio di idee, luoghi, personaggi, sintassi, lessico”. 

All’inizio dell’avventura letteraria i compagni di viaggio erano più numerosi:  “ ma qualcuno man mano ci ha abbandonato  e siamo rimaste in cinque. Non è stato semplice trasformare lo stile di dieci mani in quello di Emilia, ma siamo state brave a lasciare che ciascun “io” si trasformasse in un “noi”, disposte a veder scomparire anche interi periodi - che magari per qualcuna erano stati più complessi di un parto - in favore della “creatura” cui stavamo dando vita.In tutto ciò è stato fondamentale avere una regia, la nostra Elisabetta: colei che con pazienza ha rammendato strappi che sembravano irreparabili, che ha incoraggiato tutte a non mollare, che ha disegnato mappe dei luoghi, schemi cronologici perché non perdessimo di vista la coerenza spazio temporale, perché ciascun personaggio parlasse con la sua vera voce”. 

Perché Emilia Slate ha scelto di scrivere un giallo?

“Perché ha voluto vivere l’avventura affascinante e complessa di una scrittura logica e sottoposta a regole precise. Nel giallo le regole contano molto. Il lettore non vuole capire subito chi è il colpevole, vuole scoprirlo con la logica e soprattutto spesso è allenato a farlo, quindi ama le trame precise e i dettagli. Il colpevole deve essere presente fin dall’inizio. Questo significa che l’assassino è sotto gli occhi del lettore, che deve essere distratto per tutto il romanzo affinché non lo scopra anzitempo. Il giallo è il romanzo dell’osservazione e dell’attenzione perché proprio grazie a queste due doti il detective può risolvere il caso, e il lettore con lui. Non ci possono quindi essere errori nella trama e tutto deve essere organizzato nei minimi particolari: questa impresa è stata davvero titanica, e la dobbiamo ad Elisabetta, la donna più giallista del collettivo: vulcanica ed assistita da una razionalità esorbitante, indubbiamente la “direttrice” del gruppo”. 

Come siete arrivate alla stesura definitiva?

“All’inizio il gruppo era misto, colleghi e colleghe ma ci siamo ritrovate in cinque, donne,  abbiamo scritto dal nostro punto di vista a partire dall’esperienza di vita che ciascuna ha avuto; non era previsto un progetto di scrittura al femminile, ma alla fine è prevalso in modo spontaneo. Ci siamo trovate molto a nostro agio nella descrizione dei personaggi femminili; per quelli maschili abbiamo chiesto delle “consulenze” che li rendessero più credibili. Certamente abbiamo messo qualcosa di noi e di quello che vediamo intorno, tutto filtrato dal nostro punto di vista, poiché non c’è una visione neutra, una presentazione dei personaggi oggettiva. La nostra attenzione si è concentrata non solo sulla coerenza della trama e del testo, ma anche su quella dei personaggi rispetto alla nostra visione del mondo. Abbiamo amato tutti i personaggi, però forse qualcuno di più: l’ispettore Vigor Marchetti, emblema dell’uomo incorruttibile gentile ma ombroso; Melita, ispirata ai tanti casi di situazioni difficili che incontriamo a scuola; oppure Lilia, con le sue disavventure personali; o Antonia, antipatica ma nello stesso tempo indipendente e decisa. Insomma, ogni personaggio presenta elementi di forza e di debolezza: questo per consentire a noi scrittrici di raccontare le varie sfaccettature, la complessità dell’essere umano. Ovviamente non abbiamo preteso di essere esaustive nel voler descrivere le donne e gli uomini, cioè riconosciamo la parzialità del punto di vista”.  

Il vostro personaggio in cosa vi assomiglia, quanto c’è del vostro quotidiano nel romanzo e nei suoi protagonisti?

“Il romanzo è ambientato a Bologna, anzi in una scuola di Bologna. Si è cercato di descrivere un quartiere anonimo, così come ce ne sono tanti nelle periferie, non particolarmente degradato o segnato da tensioni sociali, ma neanche così tranquillo. Un quartiere dove ci sono strade buie e deserte, in cui chi si trova a percorrerle di sera si muove con circospezione guardandosi le spalle. Gli ambienti scolastici sono stati descritti soprattutto per esprimere lo stato d’animo psicologico dei personaggi che li attraversano.In primo luogo gli insegnanti che vedono negli spazi dell’edificio il riflesso della loro condizione professionale, così come è cambiata negli anni. La sala insegnanti è un’agorà accessibile a tutti e visibile da ogni prospettiva dell’istituto. Nei corridoi il professore rincorre gli alunni mettendo in scena il ribaltamento dei ruoli che contraddistingue la relazione pedagogica attuale .L’aula magna dove ha luogo il collegio docenti, momento burocratico per eccellenza della vita scolastica. Dal quale si fugge per andare a fumare in cortile sotto il cartello di divieto. L’edificio scolastico è un contenitore che passa ogni giorno e nel giro di qualche minuto dalla confusione della folla di ragazzini irruenti e rumorosi al silenzio e all’assenza, e questo stupisce particolarmente Vigor che non appartiene a quei luoghi e che li osserva da una certa distanza critica. I commenti di Vigor ci hanno permesso di prendere in giro gentilmente (Vigor è gentile) certe caratteristiche della nostra categoria spesso un po’ lamentosa ed autoreferenziale. Abbiamo cercato di descrivere un mondo che conosciamo facendolo uscire nonostante certi tratti parodistici (il preside) dal senso comune che lo etichetta (i media) come luogo dell’inefficienza e dell’irrilevanza”. 

Ci saranno altre indagini per l'ispettore Marchetti? 

2Il dopo, cioè l’adesso: una riflessione complessa e affascinante. Credo che Emilia sia ancora nel mezzo di questa esperienza; c’è dentro fino al collo, a dire il vero. Il romanzo è stato pubblicato ed ha avuto un ottimo successo: non abbiamo dati di vendita certi, ma lo vediamo scomparire e ricomparire all’interno delle librerie quasi senza soluzione di continuità; i parenti e gli amici lo trovano interessante, coinvolgente, ben scritto, scorrevole. Noi autrici pensiamo spesso a come e quanto avremmo potuto rendere l’opera meglio strutturata, più accurata e godibile; forse l’avremmo voluta perfetta pur sapendo che la perfezione è un’utopia; e tuttavia l’amiamo perché è nostra, ed è frutto di un impegno enorme, portato avanti con amore nei tempi lasciati liberi dalla professione che ci piace quanto scrivere.Eccoci qua. Scrivere. Il verbo magico. Prezioso quando si è soli con il foglio o la tastiera e preziosissimo quando si è gruppo; noi siamo cinque donne che scrivono insieme, di buon carattere ma di forte personalità. Non abbiamo mai litigato mentre “Il terzo lunedì di gennaio” veniva concepito: siamo intelligenti ed accettiamo l’una la correzione dell’altra come occasione per imparare. In un favoloso esercizio di democrazia ciascuna di noi ha deposto il proprio ‘ego’ in favore del giallo. E ciò è stato favorevole in particolare nel momento della riconduzione di cinque stili ad un solo stile: impresa che ognuna ha affrontato e che ha richiesto tagli, cambiamenti e aggiustamenti. Se non li avessimo accolti non avremmo mai pubblicato. Cosa abbiamo imparato di noi stesse dall’esperienza ‘Emilia’? Che possiamo lavorare in gruppo; che addirittura possiamo accettare le correzioni ai nostri testi - una rivoluzione. Abbiamo capito di poter conoscere tramite un canale creativo colleghe di cui sapevamo solo i nomi e i ruoli all’interno della scuola. Abbiamo proprio voglia di imbarcarci nell’avventura di un secondo romanzo. Abbiamo già una trama e qualche brano; manterremo il genere, l’ispettore, alcuni personaggi che meglio apriranno al lettore le proprie vite. Occorre tempo, e ci auguriamo di averne abbastanza”.

Infine: come nasce lo pseudonimo di Emilia Slate?

“Emilia per un omaggio alla regione in cui le cinque donne del collettivo vivono, pur non essendoci tutte nate; e poi Slate, che in inglese vuol dire “ardesia”, il materiale di cui erano fatte le vecchie lavagne prima che le LIM le sostituissero; che è l’anagramma di “Tales”, storie; e che, guardacaso, è una parola che si compone di cinque lettere”.

 

 

 

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IL MISTERO CHE ARRIVA DALLA PREISTORIA

 “ La Foresta delle Magus” l’ultimo romanzo di Romolo Di Francesco  e Maria Grazia Tiberii 

Non è la loro prima esperienza di scrittura a quattro mani,  Romolo e Maria Grazia, già autori de “La notte dell’Aquila”, stavolta si sono cimentati in un ‘doppio’ romanzo, una coinvolgente e affascinante storia nella storia,  frutto di creatività e tanto studio. Descrizioni minuziose, dettagliate e precise, ma mai noiose e una storia (anzi due) avvincente, sulla quale non possiamo svelare troppo.

La prima domanda che rivolgiamo loro è proprio sul metodo: come si scrive a 4 mani? quali sono i vantaggi di un tandem e quali invece i punti critici?

“Il nostro approccio alla scrittura a quattro mani deriva dalla consapevolezza che gli uomini e le donne osservano la realtà in modi differenti che, se opportunamente utilizzati, si completano a vicenda. Non sarebbe stato possibile usare il foglio di carta come la tastiera di un pianoforte per produrre una melodia; così, abbiamo scelto di scrivere ogni scena autonomamente per poi scambiarcele. Ognuno di noi è stato libero di variare la descrizione dell’altro, più e più volte, per poi alla fine fonderle prendendo quelle che ritenevamo le parti migliori. L’esperienza è stata stimolante, anche se, ovviamente a volte abbiamo discusso anche animatamente a scapito del nostro servizio di piatti!”.

La scrittura è un altro punto essenziale, quanto tempo avete impiegato ad organizzare la scrittura vera e propria, come la scelta della doppia narrazione?

“Quando abbiamo iniziato a pensare alla storia che volevamo raccontare abbiamo anche iniziato a parlarne tutte le sere. Abbiamo impiegato quasi sei mesi per strutturare la trama, anche se  dopo poco più di un mese sapevamo già con certezza dove volevamo fosse ambientata la parte preistorica.Solo allora abbiamo iniziato una serie di viaggi alla scoperta delle location per poter osservare i paesaggi attuali, imparare a descriverli e proiettarli indietro di quasi trentacinquemila anni. Dopo un anno eravamo pronti per iniziare la stesura del romanzo”.

Vista la complessità della storia sia tecnicamente (le ricostruzioni storiche ad esempio) che narrativamente (i due gialli da risolvere) c'è stato un momento di difficoltà nel percorso narrativo? un momento di empasse? di dubbio?

“Ci sono stati mille dubbi, non uno solo, perché ogni volta che completavamo un capitolo lo mettevamo subito in discussione confrontandolo con gli altri. Non poche volte abbiamo smontato interi capitoli, per riscriverne parti importanti o per inserirvi nuove scene. A metà stesura ci siamo trovati davanti ad una sorta di muro, perché non riuscivamo a collegare la parte iniziale del romanzo, che definiamo preparatoria, con quella finale dove tutto si conclude con un inaspettato colpo di scena. Alla fine abbiamo deciso di inserire una storia nella storia, che funge da collegamento logico cercando di evitare forzature narrative”.

Avete scritto due libri in uno o l'inizio di un genere letterario legato al "nostro" territorio?

“Abbiamo nel cassetto l’idea di proseguire la narrazione, trasportando il lettore in un’altra epoca della nostra meravigliosa storia. Questo lo si può intuire  leggendo l’ultima pagina …”.

 

 

<p><p>di Daniela Palantrani</p>"</p>"

RUVIDA E DOLCISSIMA COME L’ABRUZZO

L’ARMINUTA di DONATELLA DI PIETRANTONIO vincitrice del Premio Campiello 2017 

L’ho letto in un fiato, dopo aver ascoltato in tv una recensione di Michela Murgia.

La scrittura scarna e ruvida,  ma non essenziale, perché capace di momenti lirici come nella scena finale, consente ai personaggi del libro di Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta, di presentarsi da soli, attraverso le loro risposte e soprattutto le loro domande.

Il romanzo è corale, tante figure femminili a descrivere un mondo non troppo lontano, in cui sono proprio loro a definire la “forza” o la “fragilità” di femminilità adulte e bambine,  paradossalmente a ruoli invertiti. Perché non è solo l’Arminuta (la ritornata) la protagonista della storia. Donne adulte a confronto con donne bambine,  dove sono proprio queste ultime le vere “Donne” della storia, capaci di comprendere, nel senso di “contenere”,  le varie sfaccettature della condizione femminile, costantemente  in bilico tra sentimenti e senso pratico.

Anche le figure maschili sono magistralmente presentate:  dalla presenza condizionante, ma non  d’aiuto, non risolutive. Gli uomini e i bambini, nel romanzo, emergono per l’assenza di azione o per azioni che appesantiscono i fardelli e il dolore delle protagoniste,  invece di alleviarne. Il tema della maternità, rincorsa o drammaticamente subita. E le trame apparentemente contorte delle relazioni familiari che si dissolvono nei sentimenti più semplici e naturali, come quello tra sorelle inconsapevoli, all’inizio, che sfociano nella istintiva complicità.

La scrittura è “ruvida”, dicevo, ma è lo strumento perfetto per la narrazione di questa storia, dove l’assenza di ridondanza, esalta e arricchisce la lettura e conduce il lettore “dentro” la storia, dentro le emozioni, in coinvolgente empatia con i protagonisti e gli eventi. Un Premio Campiello davvero meritato.

di Mira Carpineta

 

PANE E POLVERE: LA STORIA DEI MINATORI DI CAPISTRELLO

Gianluca Salustri è un capistrellano doc, il suo cognome è tra i più diffusi del paesello marsicano che la storia indica come luogo di nascita di generazioni di minatori. Un lavoro faticoso e terribile che ha segnato la vita di molte famiglie. Nel suo PANE E POLVERE, Gianluca racconta alcune di queste storie, in un percorso storiografico ricco di emozioni e dove ogni storia è anche la storia di una famiglia: vedove giovanissime, orfani che non hanno mai conosciuto i loro padri. Genitori che hanno perso figli appena o poco più che ventenni in periodo storico, il dopoguerra, che in quella parte del territorio abruzzese aveva già pagato un altissimo tributo in vite umane. 

Pane e polvere. In queste due parole è racchiusa la vita dei minatori capistrellani, specialisti in questo durissimo mestiere, che li ha portati a lavorare in condizioni estreme in tanti luoghi italiani ed europei, ovunque ci fosse un tunnel da scavare, una montagna da attraversare, una strada da aprire. Un mestiere che ha radici ancestrali che si perdono nella notte dei tempi, da quell'impresa che l'imperatore Claudio volle tentare per prosciugare il lago del Fucino. Un tentativo fallito ma ripreso e portato a termine, con successo, molti secoli dopo, dal principe Torlonia. Da quei cunicoli scavati per far defluire l'acqua da un lago senza emissario, causa di drammatiche inondazioni, alla realizzazione dei tunnel del Monte Bianco, del Gran San Bernardo, del Gran Sasso, senza dimenticare Marcinelle, la presenza dei minatori capistrellani è stata sempre indice di riconosciuta  indiscussa  maestria e di grandi sacrifici. Il libro di Gianluca è un piccolo scrigno di testimonianze di un Abruzzo che ha letteralmente "costruito" il nostro Paese e di cui è obbligo morale onorare la memoria.

Mira  Carpineta

IL POTERE DELLA VERITA’

 

“Solo la ricerca di qualcosa di vero riuscirà a riportare a Windham la pace e la serenità”

 

Donna di viva intelligenza e profonda sensibilità, Antonella De Leonibus potrebbe essere definita un'eclettica: ha conseguito a Teramo la laurea in giurisprudenza dopo una formazione psicopedagogica, intraprendendo la carriera forense e quella di docente senza mai accantonare la passione per la scrittura, che coltiva da sempre. 
Frequentava il liceo a Città Sant'Angelo, l'autrice quindicenne, e già riempiva le prime pagine del suo romanzo d'esordio. Come lei stessa racconta, una parente la incoraggiò a completarlo ma mancò prima della sua pubblicazione. Ed  è proprio a zia Carolina che Antonella dedica "Sulle tracce di qualcosa di vero", opera selezionata a concorso tra alcuni inediti, uscita nel novembre 2009 per Aletti Editore: un racconto fresco e adatto al pubblico di adolescenti che possono riconoscersi nel prisma dei personaggi. 
La trama si svolge nella cittadina australiana di Windham; i protagonisti, giovani liceali, scoprono passioni e sentimenti che si intrecciano e si contrappongono alle preesistenti relazioni; spesso il groviglio esistenziale porta  discussioni, litigi, bugie e comportamenti reciproci poco limpidi. Rapporti stabili nel tempo vengono minati: in particolare Victor Addison ed Alex Burnett, nel contendersi l'amore della bella Jeanie, si trovano a riflettere sui valori della sincerità e della correttezza nell'amicizia, e riemergono dai propri pensieri più maturi, l'uno con un sogno realizzato e l'altro con l'amarezza della delusione, ma entrambi certi di aver agito com'era giusto.
La De Leonibus desidererebbe lanciare il suo lavoro nell'editoria scolastica. Ritengo sia un'ottima idea: l'intreccio è pianificato con la sapienza della narratrice esperta; lo sguardo sui luoghi è realistico, la caratterizzazione delle figure dettagliata e il registro linguistico accurato e lievemente rétro. 
I nostri ragazzi hanno bisogno di questo, in effetti: eleganza, finezza, verità ed emozioni positive da opporre al mondo imperfetto che li circonda.

di Simona Cascetti

l’Autrice: Antonella De Leonibus è nata ad Atri (Te) il 23 novembre 1980. Diplomata al liceo socio-psicopedagogico e laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Teramo con una tesi in diritto amministrativo.

     

Inaugurato in Giordania SESAME laboratorio internazionale multidisciplinare

Un progetto di pace.

Oggi ad Allan, in Giordania, è stato inaugurato SESAME (Synchrotron-light for Experimental Science and Applications in the Middle East) un laboratorio basato su una sorgente di luce di sincrotrone di terza generazione che vede la partecipazione di Autorità Nazionale Palestinese, Cipro, Egitto, Giordania, Iran, Israele, Pakistan e Turchia. Alla cerimonia, che si è svolta alla presenza di re Abdallah II di Giordania, hanno preso parte, oltre ai Membri di SESAME, anche i paesi Osservatori, tra cui l’Italia, che ha dato un contributo notevole alla sua realizzazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) ed Elettra Sincrotrone Trieste. Il nostro paese è l’unico, fra gli Osservatori di SESAME, ad aver stanziato, attraverso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), un finanziamento ad hoc, gestito dall’INFN. Presente all’evento anche il Rettore del Gran Sasso Science Institute Eugenio Coccia, in rappresentanza della Società Italiana di Fisica.

Una luce in medio oriente. Autorità Nazionale Palestinese, Cipro, Egitto, Iran, Israele, Giordania, Pakistan e Turchia si sono ritrovati oggi, 16 maggio, ad Allan, in Giordania, per inaugurare un progetto comune: il laboratorio internazionale multidisciplinare che insieme hanno fondato e costruito, SESAME (Synchrotron-light for Experimental Science and Applications in the Middle East). Alla cerimonia, che si è svolta alla presenza di re Abdallah II di Giordania, hanno preso parte, oltre ai Membri di SESAME, anche i paesi Osservatori, tra cui l’Italia, che ha dato un contributo notevole alla sua realizzazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) ed Elettra Sincrotrone Trieste. L’Italia è l’unico paese fra gli Osservatori di SESAME che ha stanziato, attraverso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), un finanziamento ad hoc, gestito dall’INFN.

“SESAME è un progetto ambizioso, lo è per i suoi obiettivi scientifici, ma anche per gli aspetti politici e culturali. Il fatto di essere riusciti a portarlo a compimento testimonia ancora una volta come la ricerca scientifica possa rappresentare un potente strumento di cooperazione tra i popoli”, sottolinea la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli. “Per questo, come Governo Italiano e come MIUR, abbiamo ritenuto che fosse importante sostenerlo, dando così un segnale alla comunità internazionale. È quindi con orgoglio che oggi celebriamo il successo di questo nuovo laboratorio internazionale di fisica, consapevoli di aver contribuito, grazie all’impegno delle ricercatrici e dei ricercatori dell’INFN e di Elettra, alla realizzazione di una risorsa unica per il Medio Oriente”, conclude la Ministra Fedeli. 

SESAME è un laboratorio basato su una sorgente di luce di sincrotrone di terza generazione, competitivo a livello internazionale, che rappresenterà una risorsa per tutta la Regione del MENA (Middle East and North Africa), ma non solo. È, infatti, un centro di eccellenza per ricerche multidisciplinari, in grado di attrarre scienziati provenienti da vari paesi e da settori molto diversi. Si tratta di un potentissimo microscopio, basato su un acceleratore di elettroni, che consentirà studi e applicazioni in molti campi: dalla fisica alle scienze della vita, dalla scienza dei materiali agli studi archeometrici. SESAME non è un “semplice”  laboratorio: è un’opportunità unica per la conoscenza scientifica, lo sviluppo tecnologico, la crescita economica, ma soprattutto per il dialogo interculturale, perché riunisce popoli che difficilmente trovano altri terreni comuni di collaborazione e confronto.

“Un raggio di luce si accende in Medio Oriente. Porta scienza e cooperazione con sé” - sottolinea Fernando Ferroni, presidente dell’INFN -  “L’inizio delle attività di SESAME apre importanti opportunità in molti settori della conoscenza per i ricercatori di questa area tormentata. L’INFN è fiero di aver contribuito, grazie a un finanziamento ministeriale e con la collaborazione di Elettra, alla costruzione di questa straordinaria infrastruttura di ricerca” - conclude Ferroni. 


“Con l'inaugurazione di oggi, SESAME passa dall'essere un sogno, secondo alcuni impossibile da realizzare, a essere la prima grande infrastruttura di ricerca del Medio Oriente”- commenta Giorgio Paolucci, direttore scientifico di SESAME- “Per me è una grande emozione aver contribuito portando con me l'esperienza della ricerca italiana"- conclude Paolucci.

"Ringrazio molto l'Italia perché senza l'esperienza di formazione ai Laboratori di Frascati dell'INFN, dove ho lavorato al sincrotrone Dafne, credo che oggi non sarei a SESAME: questa esperienza maturata è la motivazione principale per cui oggi sono qui"- commenta Gihan Kamel, responsabile della linea di luce infrarosso di SESAME.

 

Una storia lunga più di 25 anni.
Nato sotto l’egida dell’UNESCO, con il CERN come fonte d’ispirazione e guida, oggi SESAME rappresenta un brillante esempio di impegno globale (oltre all’Italia, sono paesi Osservatori Francia, Spagna, Brasile, Cina, Germania, Grecia, Giappone, Kuwait, Russia, Svezia, Svizzera, Stati Uniti e Gran Bretagna), che vede lavorare insieme popoli che non si erano mai seduti allo stesso tavolo per fondare e condurre assieme un progetto scientifico.

Il programma di ricerca di SESAME prevede inizialmente tre linee di ricerca (che corrispondono a tre linee di fascio), cui si aggiungerà una quarta nel 2019. Tra gli argomenti che saranno sviluppati nei primi esperimenti: l’inquinamento della valle del fiume Giordano, con l’obiettivo di migliorare la salute pubblica nel territorio; ricerche per l’individuazione di nuovi farmaci per la terapia oncologica; analisi per i beni culturali, che vanno dalla bioarchelogia alle indagini su manoscritti antichi. 

La luce di sincrotrone. È uno strumento potentissimo per indagare la materia. Con la luce di sincrotrone si sfrutta la proprietà di elettroni a velocità prossime a quella della luce di produrre radiazione elettromagnetica con caratteristiche che non si possono raggiungere per mezzo di altre sorgenti: uno spettro di lunghezze d'onda molto ampio e un’intensità molto elevata, che si ottengono deflettendo gli elettroni. Un laboratorio di luce di sincrotrone è quindi composto da un anello di accelerazione, in cui gli elettroni acquisiscono energia e da cui dipartono le cosiddette linee di fascio utilizzate per le ricerche multidisciplinari. Negli anni successivi alla sua scoperta, la radiazione di sincrotrone fu ritenuta un disturbo perché gli elettroni, emettendola, perdono energia che deve essere loro restituita. Solo in seguito si capì l’utilità di questa radiazione per indagare la materia e si iniziarono a costruire acceleratori appositamente per produrre luce di sincrotrone. Si assistette a un’espansione dell'utilizzo di questa radiazione, che oggi è impiegata non solo per gli studi di fisica della materia ma anche di chimica, biologia, medicina, archeologia… 

Le caratteristiche sempre migliori che si sono riuscite a ottenere per la luce di sincrotrone permettono oggi di ricavare informazioni sulle proprietà fisiche, chimiche e strutturali di molti tipi di materiali. Un laboratorio di luce di sincrotrone permette di studiare la materia, a partire da atomi isolati per arrivare a molecole, proteine, cellule viventi, materiali industriali, nanostrutture, fino a interi organismi viventi. Un laboratorio di luce di sincrotrone moderno è quindi un centro di ricerca multidisciplinare, che mette in relazione ambiti di ricerca solitamente lontani, favorendo così lo sviluppo di nuove idee e metodologie. Si tratta quindi di centri di ricerca in cui ricerca di base, ricerca applicata e tecnologie d’avanguardia si incontrano in modo proficuo per uno sviluppo di ampio respiro. Attualmente al mondo ci sono circa una cinquantina di laboratori di luce di sincrotrone, e da oggi anche la Regione del MENA è dotata di una sorgente competitiva a livello mondiale, la prima del Medio Oriente.

L’Italia per SESAME. Dal 2013 il Governo italiano ha deciso di contribuire, attraverso il MIUR, con 5 milioni di euro a SESAME, riconoscendo non solo il valore scientifico del progetto ma anche il suo ruolo nel favorire il dialogo interculturale. Oggi siamo al quarto anno di finanziamento. Il primo utilizzo di questi fondi è stato investito per la realizzazione delle quattro cavità a radio frequenza, sviluppate in collaborazione da Elettra Sincrotrone Trieste e INFN e realizzate dall’industria italiana: le cavità sono componenti essenziali per il funzionamento di un acceleratore come SESAME, perché restituiscono agli elettroni l’energia che perdono per generare la luce di sincrotrone. Il secondo utilizzo prevede la realizzazione di un avanzatissimo rivelatore di raggi X da parte dell’INFN, in collaborazione con Elettra e con realtà scientifiche e tecnologiche italiane, da installare sulla prima linea di fascio in fase di completamento a SESAME, la linea XAFS/XRF. Con questo rivelatore sarà possibile analizzare i dettagli dei legami chimici di materiali in tracce, ad esempio per studi di contaminazione del suolo. Il terzo utilizzo riguarda la realizzazione di un’infrastruttura di accoglienza e supporto ai ricercatori che utilizzeranno SESAME.

 

La storia. L’importanza di un laboratorio internazionale con una sorgente di luce di sincrotrone in questa regione del mondo fu riconosciuta per la prima volta negli anni ’90 del secolo scorso da eminenti scienziati, tra cui il premio Nobel pakistano Abdus Salam. Questa necessità fu poi sottolineata anche dal CERN e dal MESC (Cooperazione Scientifica del Medio Oriente), sotto la guida di Sergio Fubini. Gli sforzi del MESC per promuovere non solo la cooperazione regionale nel campo della scienza, ma anche la solidarietà e la pace, iniziarono concretizzarsi nel 1995, con l’organizzazione a Dahab, in Egitto, di una riunione, durante la quale il ministro egiziano dell’Istruzione Superiore, Venice Gouda, ed Eliezer Rabinovici, membro del MESC e professore alla Hebrew University di Israele, assunsero una posizione ufficiale a sostegno della cooperazione arabo-israeliana. L’occasione propizia per dare il via al progetto si presentò nel 1997, quando Herman Winick dello SLAC National Accelerator Laboratory negli USA, e Gustav-Adolf Voss di DESY, Deutsches Elektronen SYnchrotron in Germania, suggerirono la costruzione di una sorgente di luce di sincrotrone in Medio Oriente utilizzando componenti dell’esperimento BESSY, che sarebbe stato presto dismesso a Berlino. Questa brillante proposta fu gettata sul fertile terreno di una progettualità perseguita nel corso di workshop organizzati in Italia (1997) e in Svezia (1998) dal MESC e da Tord Ekelof (MESC e Università di Uppsala, Svezia). Su richiesta di Sergio Fubini e Herwig Schopper (ex direttore generale del CERN), il governo tedesco ha quindi deciso di donare i componenti per il progetto SESAME, a condizione che lo smantellamento e il trasporto (finanziati poi dall’UNESCO) fossero a carico di SESAME. Il progetto è stato quindi portato a conoscenza di Federico Mayor, allora Direttore Generale dell’UNESCO, che ha convocato un incontro presso la sede dell’Organizzazione, a Parigi, nel giugno del 1999, con delegati del Medio Oriente e di altre regioni. L’esito dell’incontro è stato l’avvio del progetto e l'istituzione di un Consiglio Internazionale ad interim sotto la presidenza di Herwig Schopper. La Giordania è stata scelta per ospitare il centro, in competizione con altri cinque Paesi della regione. Lo stato giordano ha fornito il terreno, così come i fondi per la costruzione dell’edificio. Nel maggio 2002, il Consiglio Esecutivo dell’UNESCO ha approvato all’unanimità l’istituzione del centro sotto l’egida dell’UNESCO, che è anche l’istituzione depositaria degli statuti di SESAME. È stato in seguito costituito il Consiglio permanente, che ha ratificato lo statuto del centro ed eletto presidente e vicepresidenti. La cerimonia inaugurale si è svolta nel gennaio del 2003, e i lavori di costruzione sono iniziati nell’agosto successivo. Oggi SESAME è finalmente una realtà in grado non solo di favorire lo sviluppo scientifico ed economico del territorio, ma anche di promuovere legami più stretti tra popoli con diverse tradizioni, sistemi politici e culture.

www.sesame.org.jo

 

Video

https://cds.cern.ch/search?ln=en&cc=Videos&sc=1&p=SESAME&action_search=Search&op1=a&m1=a&p1=&f1=&f=fulltext&rm=wrd

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