Economia

MASTERPLAN:PIOGGIA DI FONDI ALTROVE...

Quando l'anno scorso, alcuni Sindaci, con la schiena più dritta di altri, decisero di disertare la presentazione del Piano

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ABRUZZO – CNA: crollo dei prestiti alle imprese a fine 2016

Anche se il risparmio delle famiglie abruzzesi e i depositi in banca aumentano, continua la stretta creditizia verso il sistema produttivo.  Nello studio della CNA Abruzzo emerge un quadro tutt’altro che positivo relativo al quarto trimestre 2016.

Secondo dati Bankitalia, in questo periodo, il credito erogato alle imprese ha subito una ulteriore flessione di 223 milioni di euro rispetto al trimestre precedente. In totale sono stati 23 miliardi e 131 milioni, contro i 23 miliardi e 354 milioni del periodo precedente. Il taglio del credito ha inciso principalmente sulle attività produttive – 228 milioni. Sul piano territoriale, il picco si è registrato a TERAMO con  -88 milioni, a seguire Chieti -57, l’Aquila -51, Pescara – 32.

Il comparto maggiormente penalizzato quello delle costruzioni (-163), seguito dal manifatturiero (-93) e abbigliamento (-47).

Di contro si registra un incremento del risparmio di 381 milioni (1,5%).

Crescono anche i crediti inesigibili delle banche: 50 milioni (1,26%).

Tra le cause dei tagli  al credito anche il fatto che “le piccole banche abruzzesi non esistono più e quelle che ci sono, non essendo locali, sono meno sensibili alle peculiarità territoriali”. Secondo gli osservatori oggi più che mai occorrerebbe l’intervento delle risorse pubbliche, come i bandi europei per soccorrere l’economia territoriale. Su questo fronte l’Abruzzo fa registrare purtroppo una lentezza inopportuna e dannosa.

La vera ragione dei "populismi"

Esiste una causa precisa che ha scatenato l'avvento dei cosidetti "populisti" (come se non lo fosse chiunque va a caccia di voti,

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Ammortamenti sviluppo Industriale

Pronti i chiarimenti sui bonus, con maggiorazioni del 40% e del 150%

30 marzo 2017 - Per quali categorie di beni

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Cala la spesa dei consumi per famiglie abruzzesi

Secondo i dati  CRESA nel periodo marzo 2014 - febbraio 2015 le famiglie abruzzesi hanno speso in media 2.049,1 €, valore leggermente inferiore a quello rilevato per l’Abruzzo dall’Istat nell’anno 2014 (2.130,30 €) e decisamente più basso di quello medio nazionale (2.488,5 €).

Rispetto alla precedente indagine CRESA (2009-2010), la spesa per consumi in regione è diminuita del 10,5% (Istat Abruzzo: -11,9%; Istat Italia: +1,9%).

Le spese più consistenti riguardano l’abitazione (788,7 €, pari al 38,5% della SMMF), gli alimenti e le bevande analcoliche (430,9 €, pari al 21,9%) nonché i trasporti (228,7 €, pari all’11,2%), voci per le quali gli abruzzesi utilizzano poco più del 70% del loro budget di spesa, superiore al 64,5% medio nazionale.

Le scelte delle famiglie in regione, in linea con una tradizione propria dell’Italia meridionale, mostrano la preferenza a impiegare risorse per la casa e l’alimentazione e a risparmiare, da una parte, su alcune voci in qualche misura comprimibili (abbigliamento) e, dall’altra, su alcune spese superflue (vacanze). Il confronto con i dati della precedente indagine CRESA  evidenzia, infatti, la contrazione drastica di tutti i consumi tranne quelli che soddisfano i bisogni fondamentali (alimentari, abitativi, sanitari e di istruzione), che sono in qualche modo incomprimibili. In controtendenza con quanto si rileva nella media nazionale, aumentano le spese per gli alimenti e per l’istruzione e diminuiscono quelle per le comunicazioni e il tempo libero.

La consistenza della spesa media mensile varia, anche se in modo meno che proporzionale per via della presenza di “economie di scala”, al variare del numero dei componenti. Rispetto alle famiglie di due persone (1.832,8 €), quelle con un solo componente spendono mediamente il 24% in meno (1.397 €), quelle formate da 3, 4, 5 e più persone il 27% (2.324 €), il 55% (2.837 €) e il 59% (2.916 €) in più.

Se si considerano le spese destinateal soddisfacimento dei bisogni primari, si osserva che alcune di esse, quali i generi alimentari, quelle cioè sulle quali incide in maniera più diretta il numero di consumatori all’interno della famiglia, aumentano, anche se in modo meno che proporzionale, all’aumentare del numero di componenti e arrivano ad avere l’incidenza massima sul totale della spesa per consumi nelle famiglie più numerose.

I consumi superflui, quali quelli per il tempo libero, e quelli necessari ma modulabili sulla base dello stile di vita e del budget familiare, quale l’abbigliamento, comprimibile fino ad una certa misura, aumentano, se si escludono i nuclei più numerosi, in termini di valore assoluto all’aumentare della numerosità della famiglia ma hanno la massima incidenza (circa il 6% per il tempo libero e il 5% per l’abbigliamento) nelle famiglie di 4 componenti (soprattutto coppie con figli).

Altre spese, non strettamente connesse con la numerosità dei componenti e per le quali è, pertanto, possibile realizzare economie di scala, quali l’abitazione, tendono, al crescere della numerosità delle famiglie, a diminuire in termini di incidenza percentuale sulla spesa complessiva e, ad esclusione delle famiglie composte da 5 e più persone, ad aumentare in termini di valore assoluto.

Il budget complessivo e il peso delle singole voci che lo compongono dipendono sostanzialmente, oltre che dalla numerosità dei componenti, anche dalla loro età e dalla tipologia familiare (uni personali, coppie senza figli, coppie con figli e monoparentali).

Alcune voci, quali l’istruzione, i trasporti e la sanità, sono connesse alla fase del ciclo di vita familiare. Le prime due tendono ad essere massime in presenza di adulti in età lavorativa e ragazzi in età scolare, vale a dire nelle famiglie monoparentali e in quelle composte da coppie con due o più figli; le spese relative alla salute arrivano a pesare il 6% circa sulla spesa media familiare delle famiglie composte da una e due persone, vale a dire nelle fasce di maggiore incidenza degli over 65, soli o in coppia.

Sono proprio le coppie con figli a far osservare una SMMF più elevata delle famiglie monoparentali (2.673 € contro 1.898 €). Le differenze in valore assoluto sono evidenti (intorno o al di sopra del 50%) nel caso dell’abbigliamento, dei mobili ed accessori per la casa, della sanità, dei trasporti, dell’istruzione e del tempo libero. Se si considera l’incidenza percentuale delle singole voci sulla SMMF totale, assai maggiore è il peso nelle monoparentali degli alimenti, bevande e tabacchi nonché dell’abitazione, simile è il peso della spesa per comunicazioni.

La differenza tra famiglie con a capo un cittadino straniero e quelle che lo hanno italiano è abissale: queste ultime spendono il 41% in meno delle prime (1.229 € contro 2.098 €). Il divario di spesa è tanto maggiore quanto più è superfluo il genere di consumo: esso si attesta intorno al 70% per tempo libero, mobili ed accessori per la casa, tra il 50% e il 63% per sanità, abbigliamento, istruzione e trasporti, è più “contenuto” tra il 24% e il 36%, per abitazione, alimenti e comunicazioni.

Una curiosità: la spesa per bevande alcoliche e tabacchi delle famiglie italiane e straniere è pressoché identica (40 €) ma la sua incidenza sul totale della SMMF è nel caso delle straniere più assai più elevata (3,2% contro 1,9%). In realtà, a ben guardare all’interno della categoria, si rilevano diversità sostanziali: le famiglie straniere spendono assai più delle italiane per i tabacchi (28 € contro 21 €) e assai meno per le bevande alcoliche (11 € contro 18 €), certamente per una maggiore diffusione nell’ambito delle prime di tabagisti e al, contempo, per la presenza al loro interno di musulmani.

Prendendo in considerazione alcune particolari categorie di beni, categorie correlate ad una gestione consapevole dell’ambiente (prodotti a risparmio energetico, biologici, a km. 0), a requisiti di qualità dei beni alimentari (DOC, IGT, DOP) o ad un’esigenza di risparmio (in saldo), la metà delle famiglie abruzzesi ha comprato prodotti a risparmio energetico, più di un quarto prodotti biologici e a Km. 0, con un incremento rispetto al 2013 del 30% circa per tutte e tre le categorie di beni. Quasi il 30% ha preferito l’acquisto di alimenti e vini DOC, IGT, DOP, con un aumento rispetto ai due anni precedenti di poco superiore al 10%. La maggioranza delle famiglie (71%), in crescita del 31% se confrontata al 2013, ha effettuato spese nei periodi di saldo.

Le famiglie con figli mostrano nel complesso una maggiore attenzione alla qualità, all’ambiente e al risparmio e sono soprattutto le monoparentali a far registrare il maggior incremento dell’acquisto di prodotti a risparmio energetico e in saldo, mostrando in tal modo una maggiore propensione al risparmio nel breve e medio periodo. Diminuisce la quota di famiglie straniere che ha comprato prodotti DOC, IGT e DOP.

Il 63% delle famiglie effettua la spesa di generi alimentari presso la distribuzione organizzata una o due volte la settimana, il 29% una sola volta ogni sette giorni, il 7,8% con frequenza mensile o più di rado.  L’importo dello scontrino è per il 93% delle famiglie inferiore a 100 € (65% fino a 50 €, 29% da 50 € a 100 €). Solo nel 5,7% dei casi arriva a 300 € e nello 0,1% a più di tale importo.

Il giorno più “gettonato” per tali acquisti è la domenica (73%),  gli altri giorni riportano percentuali assai più basse che vanno dal 39% del martedì al 24% del sabato.

Le famiglie abruzzesi stanno modificando radicalmente le proprie abitudini di acquisto. Restano prevalenti, i punti vendita e la distribuzione organizzata tradizionali (centri commerciali: 46% per i prodotti alimentari e 57% per i non alimentari; supermercati:65% per i prodotti alimentari; negozi tradizionali: 33% per gli alimenti e 64% per gli altri beni, nel biennio preso in esame (2013-2015) ma, al contempo, aumenta il ricorso agli acquisti on line(+14%), di quelli effettuati direttamente dai produttori (+32%), degli hard discount (+26%) e dei mercati ambulanti (+23%) per i prodotti alimentari, degli outlet (+8%) per i beni non alimentari. Solo i negozi tradizionali, relativamente ai prodotti non alimentari, fanno registrare un incremento consistente (+14%).

Tali osservazioni fanno emergere una duplice tendenza: da una parte i consumatori scelgono di acquistare, a parità di qualità, prodotti in punti vendita meno costosi e, dall’altra, che una quota principalmente ma non esclusivamente di popolazione meno abbiente, stia orientando le proprie scelte di acquisto verso prodotti non solo a più basso costo ma anche di qualità percepita inferiore (hard discount per i prodotti alimentari e grandi magazzini per quelli non alimentari, principalmente abbigliamento).

Impressionante l’aumento del ricorso agli acquisti on line, i quali vedono un incremento assai consistente legato alla crescente e sempre più diffusa dimestichezza con l’informatica e il mondo web e certamente corroborato dalla sempre maggiore presenza di siti di e-commerce sui social (Facebook, Youtube, Twitter, ecc.) che hanno contribuito ad abbassare il livello di diffidenza dei consumatori.

Colpisce, al contrario di quanto si osserva a livello medio nazionale, la tendenza al decremento del ricorso ai Gruppi di acquisto solidale.

CRESA: L’Abruzzo primo in Italia per diminuzione dei fallimenti nel 2016

Nel 2016 le procedure fallimentari aperte dalle aziende abruzzesi sono state 238, registrando un calo del 37,4% rispetto alle 380 del 2015. Tale andamento pone l’Abruzzo al primo posto tra le regioni italiane (seguito da Friuli-Venezia Giulia: -19,4% e Molise: -18,2%) e risulta molto migliore rispetto alla media nazionale (-8,7%). E’ quanto emerge dalle elaborazioni che il Cresa ha svolto sui dati Infocamere-Stockview.
Il notevole calo regionale è legato alla diminuzione molto rilevante riscontrata nella provincia di Teramo (-65,3%) che ha recuperato il forte incremento registrato nel 2015. Le altre province hanno segnato flessioni inferiori alla media regionale. Nonostante la forte riduzione rilevata nel 2016, Teramo continua ad emerge-re nell’ambito della distribuzione provinciale delle aperture di procedure fallimentari: spicca, infatti, così come accade per Pescara, con il 31,5% del totale abruzzese. Inoltre, Chieti ne rappresenta il 26,1% e L’Aquila il 10,9%.
Così come avviene in Italia, circa i tre quarti delle procedure fallimentari sono state aperte da società di ca-pitali (Abruzzo: 76,5%; Italia: 76,4%). Pesano molto meno le società di persone (Abruzzo: 11,3%; Italia: 11,5%) e le imprese individuali (Abruzzo: 10,1%; Italia: 7,8%) mentre le altre forme (cooperative e consorzi) sono resi-duali (Abruzzo: 2,1%; Italia: 4,3%). Rispetto al 2015 in Abruzzo tutte le forme giuridiche hanno registrato di-minuzioni, tutte più pesanti degli andamenti nazionali, soprattutto tra le imprese individuali (-54,7%).
Relativamente ai settori di attività economica, le nuove procedure aperte in Abruzzo hanno riguardato so-prattutto le imprese operanti nel commercio (26,1%; Italia: 23,2%), nelle attività manifatturiere (24,8%; Italia: 18,8%) e nelle costruzioni (18,9%; Italia: 20,5%), settori tutti in calo rispetto al 2015.
Nel 2016 hanno aperto una procedura fallimentare 1,6 imprese abruzzesi su 1000, valore inferiore a quello nazionale (2,1) che vede l’Abruzzo al quindicesimo posto della classifica regionale nella quale spiccano in negativo la Lombardia (2,9) e in positivo la Basilicata (1,0). A scala provinciale tassi di fallimento più pesanti sono stati riscontrati a Teramo (2,1) e Pescara (2,0).
Le forme giuridiche mediamente più coinvolte dall’apertura di procedure fallimentari sono le società di ca-pitali, che in Abruzzo contano 5,3 nuove procedure su 1000 imprese registrate, rispetto al 6,1 registrato in Italia. Le altre tipologie giuridiche rilevano tassi di fallimento tutti inferiori alla media, in particolare per le imprese individuali (0,3).
Tra i settori di attività economica la fornitura di acqua, gas e vapore ha registrato il tasso di fallimento più elevato (8,7 nuove procedure su 1000 imprese). Seguono le imprese operanti nell’istruzione (7,6), nelle at-tività manifatturiere (4,2), nel trasporto e magazzinaggio (3,3) e nelle costruzioni (2,3).

MISE - NUOVA SABATINI: AL VIA AGEVOLAZIONI PER INVESTIMENTI DIGITALI

Roma, 21 febbraio – Dal prossimo 1° marzo 2017 le imprese che investiranno in tecnologie digitali e in sistemi di tracciamento e pesatura dei rifiuti potranno presentare domanda di agevolazione per usufruire del contributo maggiorato, calcolato su un tasso di interesse annuo del 3,575%. L’obiettivo è incentivare la manifattura digitale e incrementare l’innovazione e l’efficienza del sistema imprenditoriale, anche tramite l’innovazione di processo e di prodotto. Lo rende noto una circolare attuativa del Ministero dello Sviluppo economico, pubblicata nella sezione ‘Nuova Sabatini’ del sito internet del dicastero.

Più in particolare, ecco le principali novità introdotte: 

‐  a partire dal 1° marzo, le imprese dovranno utilizzare esclusivamente il nuovo modulo di domanda (‘release 4.0’) disponibile sul sito internet del dicastero; le domande presentate con il vecchio modulo dopo il 1° marzo saranno considerate irricevibili; 

‐   all’interno del nuovo modulo le imprese dovranno indicare la ripartizione tra investimenti cosiddetti ordinari e investimenti in tecnologie digitali, in sistemi di tracciamento e pesatura dei rifiuti (‘c.d. 4.0’); 

‐  i beni materiali e immateriali rientranti tra gli investimenti ‘4.0’ sono individuati all’interno degli allegati 6/A e 6/B alla circolare. Con riferimento alla stessa domanda, gli investimenti dichiarati ‘4.0’, se non rientranti negli elenchi di cui agli allegati 6/A e 6/B, non sono ammessi alle agevolazioni e non possono essere ammessi come investimenti ordinari; 

‐  le disposizioni si applicano sia alle domande presentate dal 1° marzo 2017, sia a quelle presentate prima di tale data, tenuto conto della fase a cui sono giunti i relativi procedimenti. 

Le istruzioni per le imprese, gli schemi di domanda e di dichiarazione da trasmettere per poter beneficiare delle agevolazioni, sono consultabili su http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/incentivi/impresa/beni­strumentali­ nuova­sabatini ­

EXPORT 2016: aumento degli SCAMBI verso Europa e USA. Al via il Piano Industria 4.0

Export italiano in ripresa nell’ultima parte del 2016, in un anno particolarmente difficile per gli scambi a livello globale. Questi i dati pubblicati il 16 febbraio scorso dall’ISTAT che confermano l’aumento delle esportazioni di beni che  hanno raggiunto il livello record di 417 miliardi con una crescita dell’1,1 rispetto al 2015. Anche il saldo commerciale fa registrare un nuovo massimo, toccando i 51,6 miliardi. Effetto supportato  da un parallelo calo delle importazioni (-1,4%, ma al netto dell’energia anche questo dato è in crescita dell’1,5%). 

Il  buon risultato è tuttavia  frutto di andamenti contrastanti perché, se è in crescita l’export verso l’Unione (+3%),  si registra, di contro,  un calo di quello verso i mercati extra-UE. In crescita quasi del 10% le esportazioni verso il Giappone e  mercato cinese, mentre sempre in Asia, cala l’export verso l’India. La complessa situazione geopolitica concorre a determinare la contrazione degli scambi con Russia e Turchia.  

Ottime conferme dagli Stati Uniti, che fanno segnare un +2,6% dopo un biennio eccezionale (2014 e 2015 rispettivamente a +10 e +20%),  che confermerebbe  l’efficacia dell’intensa attività promozionale svolta nel quadro del Piano Straordinario Made in Italy, che aveva inserito come target principale il mercato statunitense. 

A livello settoriale, la crescita delle esportazioni nel 2016 è guidata dalla farmaceutica (+6,8%) e dai mezzi di trasporto (in particolare, gli autoveicoli a +6,3%), due settori che insieme rappresentano quasi il 16% del nostro export. Crescono anche altre componenti essenziali del Made in Italy, come l’industria alimentare (4,2%) e la filiera moda (+1,2%).  

Inoltre si annota che la crescita dell’export italiano è in linea con la performance tedesca, mentre le esportazioni francesi risultano in calo dello 0,7%. 

I commenti del Ministro Calenda: “Un altro anno record per il Made in Italy che dimostra come l’Italia abbia un tessuto industriale forte e vitale che viene premiato da una crescita della domanda internazionale nei nostri settori di specializzazione. La sfida per il governo è quella di portare sempre più imprese ad esportare ed innovare. Il Piano Straordinario per il Made in Italy,  lanciato tre anni fa e rafforzato ulteriormente con l’ultima legge di bilancio,  e il Piano Industria 4.0 vanno esattamente in questa direzione” 

e del sottosegretario Scalfarotto:  “ A tal fine il nostro Piano per la promozione del Made in Italy mobilita per il 2017 circa  duecento milioni di euro di risorse pubbliche, cifra che sarà mantenuta a regime nei prossimi anni e segno tangibile dell’impegno del Governo a garantire un supporto stabile ed elevato all’export. Certo, tali sforzi promozionali dovranno avvenire in un contesto che non li vanifichi” ha concluso il Sottosegretario “Mi riferisco alle tendenze protezionistiche in aumento nel mondo, che devono essere contrastate dall’Italia e dall’Europa con una politica commerciale virtuosa  - che dia l’esempio e apra i mercati: l’intesa commerciale con il Canada, il CETA, appena  ratificato dal Parlamento europeo,  è esattamente il tipo di accordo di cui abbiamo bisogno per rilanciare gli scambi e porterà buoni frutti“.